meditazioni

Quanto dura questa notte? Custodire la speranza nei tempi bui

Meditazione per la XIX domenica del T. O. anno C

11 agosto 2019

“Ho un terribile bisogno della religione.

Allora esco di notte per dipingere le stelle”

V. Van Gogh

Una notte stellata

L’immagine della notte ha sollecitato spesso l’immaginazione degli artisti. La notte sa di mistero, è il tempo in cui la chiarezza lascia il posto alla fantasia. E proprio per questo la notte può essere abitata dai mostri, soprattutto quando diventa la notte della ragione (cf . F. Nietzsche). La notte ci ricorda le nostre paure, quando non vediamo l’ora che la luce si riaccenda. E tante volte, nelle notti insonni, i pensieri ci abitano e i ricordi si affollano. La notte è anche quella stellata di Van Gogh (1889): quando la guardiamo ci colpiscono i colori e un senso di nostalgia, ma non vediamo le sbarre del manicomio attraverso le quali Van Gogh ha osservato quel paesaggio mentre lo dipingeva. Anche nella notte più buia possiamo vedere la stella del mattino, che si scorge proprio nell’opera di Van Gogh (1889), come egli stesso scrisse al fratello, basta andare oltre la grata del nostro presente.

La storia, purtroppo, continua ad attraversare la notte. Proprio come avviene per le ore del giorno, sembra che la vita non possa fare a meno di ritornare nel buio, più o meno lungo, che sopraggiunge dopo il crepuscolo. E forse anche adesso abbiamo la sensazione di attraversare una notte che sembra sempre più buia.

L’attesa

La notte è quella del popolo d’Israele che attende la liberazione, come ci ricorda il libro della Sapienza (Sap 18,6-9), ma la Bibbia conosce anche la notte del Cantico dei cantici, quella notte nella quale i mistici hanno intravisto la ricerca drammatica dell’anima per il suo Sposo. Ma nella Sacra Scrittura la notte è soprattutto quella in cui siamo chiamati a vegliare, è la notte della sentinella che deve custodire la città oppure, come ci ricorda il Vangelo, è la notte in cui siamo chiamati ad aspettare il padrone che ritorna (Lc 12,32-48).

Una notte che rivela

Oggi siamo forse nella notte perché non riusciamo a capire dove stiamo andando. È notte perché non ci riconosciamo più l’un l’altro, non vediamo più il volto dell’altro, e nel buio ogni sagoma diventa un pericolo da cui difendersi. La notte è spesso il tempo della disperazione, quello in cui si veglia un morto, quello in cui ci ritorna in mente il male che ci è stato fatto.

Ma proprio per questo è nella notte che comprendiamo da che parte sta il nostro cuore. Sì, perché proprio quando è notte ci rendiamo conto se abbiamo ancora speranza, se abbiamo creduto alla promessa che ci è stata consegnata. Quando è notte ci rendiamo conto se crediamo davvero che ci sia un tesoro da custodire o se in fondo pensiamo che si sia trattato solo di un inganno.

Ecco, come stiamo vivendo questa notte che oggi l’umanità sta attraversando?

Servire come sempre

La notte del Vangelo è quella nella quale siamo chiamati a vegliare e a tenerci pronti. Non si tratta di fare cose straordinarie, ma solo di continuare a svolgere quel compito che ci è stato consegnato. Si tratta di tenere le lampade accese, affinché anche noi non cadiamo nell’errore di temere il volto dell’altro che si cela nell’oscurità. Si tratta di tenere i fianchi cinti, pronti a servire, in modo da non cadere nello scoraggiamento e nell’accidia. Si tratta di darsi da fare, ma non cose straordinarie, nella notte puoi solo provare a continuare a servire come hai sempre fatto. Nella notte non puoi intraprendere strade nuove, sarebbe troppo complicato individuarle. Occorre rimanere vigilanti al proprio posto. Il padrone tornerà perché lo ha promesso. Per questo nella notte ci rendiamo conto di quanto ci fidiamo di quella promessa, di quanto ci crediamo veramente.

Notte della responsabilità

Nella notte, il Signore ci chiede di prenderci cura di quello che ci ha consegnato, ma c’è una differenza tra chi ha semplicemente ricevuto e colui al quale è stata affidata la responsabilità di amministrare. Chi amministra ha una responsabilità che non riguarda solo la propria vita, ma anche quella degli altri. Anche se in modi diversi, ciascuno di noi è chiamato a dare all’altro il cibo al tempo opportuno: siamo sempre amministratori di beni che non sono nostri e con i quali siamo chiamati a nutrire la vita di chi ha fame. L’amministratore fedele sa riconoscere la fame e il tempo dell’altro.

Forse proprio perché è in gioco la vita dell’altro, la parola del Signore è molto dura nei confronti di chi approfitta del potere che Dio mette nelle mani dell’amministratore, perché la sua azione ricade su chi aspetta il cibo per andare avanti nella vita. Oggi viviamo anche la notte della responsabilità, dove spesso chi si trova in ruoli di potere li esercita per lo più pensando al proprio interesse, abusando e spadroneggiando, soprattutto mettendosi al posto di Dio e decidendo della vita degli altri. Ma noi continuiamo a credere che presto il padrone tornerà.

Leggersi dentro

– Come vivi il tempo dell’attesa, quando le cose non sono chiare?

– Come stai amministrando quello che Dio ha messo nelle tue mani?

Versione originale su http://www.clerus.va

5 commenti

  1. Oggi viviamo anche la notte della responsabilità, dove spesso chi si trova in ruoli di potere li esercita per lo più pensando al proprio interesse, abusando e spadroneggiando, soprattutto mettendosi al posto di Dio e decidendo della vita degli altri.
    Tanti cristiani si stanno domandando perché la Chiesa ufficiale (CEI) non prende una posizione chiara!

  2. Nella notti accendi comunque una lanterna. E la nostra responsabilità – che interpella le nostre storie “minori”, feriali, inutili – è quella di essere lampadieri: tentare di fare luce sul cammino degli altri. Credo non vi sia nulla di eroico, ma di autenticamente umano.

  3. Aspetto la mia notte convinta che il mio non sarà un cielo vuoto, ma pieno di stelle rotanti come il quadro di Van Gogh.

  4. “tenetevi pronti”
    Questa esortazione mi ricorda argomentazioni di comune analogia.
    In una lezione, non ricordo come iniziò l’argomento, si cominciò a parlare dell’ignoranza, cioè ignorando ho meno problemi e ho più tempo da dedicare solo a ciò che interessa il mio piacere. L’insegnante in prima arguì con un si, è vero, proseguì con un (vado a ricordi), ma, ma …[pausa] fatti di responsabilità, eventi indesiderati che si presentano e da affrontare, non ammettono ignoranza, se sei scoperto a causa di questa ti franano addosso.
    Mi colpì una frase di Erich Fromm, non ricordo in quale libro la lessi, “nella vita non ti devi preparare, devi essere pronto”. Mi fermai, e mentre rimuginavo mi si presentò l’immagine del gatto, sempre in tensione, in solitudine pronto a scattare.
    Se l’aspettativa è di breve durata, se ci credi e ti impegni riesci a tenere, ma se è lunga non puoi non rilassarti più volte, e la possibilità di essere colto in quest’ultimo stato vanifica l’impegno fra le distensioni?
    La maggior parte delle mie successioni si possono diagnosticare con la frase di s. Agostino: “Io stesso ero divenuto per me un grosso problema”. La differenza, la mia si ferma all’Indicativo presente, io sono, Agostino è riuscito a interrompere il presente con “tutto ciò è ormai passato …”.
    Superi il buio se risolvi il problema che ti trattiene nella notte?
    Su questo punto sono sempre entrato in crisi. Perché solo alcuni ce la fanno? Perché dalla nascita idealmente sono predisposti?

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