meditazioni

Chiamami ancora con il mio nome. Il desiderio di sentirsi riconosciuti

Meditazione per la

Terza domenica del T.O. anno A

26 gennaio 2020

 

«Se non ci avessero preceduto quei pescatori,

chi sarebbe venuto a pescarci?»,

Sant’Agostino, Discorso 250

 

Chiamati per nome

Quando perdiamo una persona cara, la cosa che forse ci manca di più è sentirci chiamati per nome. Quando ci troviamo in una situazione difficile, quando non sappiamo cosa fare, quando ci ritroviamo tra persone che non conosciamo, vorremmo sentire chiamare il nostro nome. Desideriamo essere riconosciuti. Nelle nostre situazioni di oscurità, di dubbio, quando ci sentiamo soli e inadeguati, vorremmo sentire pronunciare il nostro nome. Quella parola diventa luce in mezzo alle nostre tenebre, è come se improvvisamente diventasse giorno. È la potenza della parola. E ancor più la potenza di quella Parola che Dio ha detto nella notte dei tempi e che continua a ripetere nell’oscurità del cuore di ogni uomo.

 

In Galilea

Dio infatti raggiunge ogni uomo nella sua Galilea, ai confini, nelle zone in cui ci sentiamo esclusi e periferici. La Galilea è il luogo dell’inadeguatezza, delle paure e delle situazioni in cui ci sentiamo intrappolati. Proprio per questo è da lì che Gesù inizia il suo ministero (Mt 4,15) ed è lì che lo porterà a compimento (Mt 28,16-20). Ed è lì che chiama per nome…lungo il mare. Il mare è il simbolo delle nostre insicurezze, il luogo in cui possiamo sempre sprofondare, il mare è l’abisso infido. È l’immagine della morte.

 

Fratelli

Gesù chiama per nome coppie di fratelli che rischiano di rimanere intrappolati nelle loro reti. La rete è l’immagine delle nostre ambiguità, serve a pescare, ma possiamo anche rimanervi impigliati, come mostra la statua del Disinganno che si trova nella Cappella di San Severo (che ospita principalmente il Cristo velato): una figura umana cerca di liberarsi da una rete, rischiando di rimanervi intrappolata.

Due coppie di fratelli, simbolo di quelle relazioni che molto spesso si spezzano. Il libro della Genesi racconta diverse storie di relazioni complicate tra fratelli: Caino e Abele, Esau e Giacobbe, Giuseppe e i suoi fratelli…

È come se in questa pagina del Vangelo, Matteo volesse presentarci un Gesù che guarisce quelle relazioni spezzate: ci chiama insieme, ci affida un compito da condividere, una missione comune. Al contrario, è proprio l’individualismo, il voler tirare la rete solo dalla nostra parte, la ricerca del nostro interesse personale, che spezza la rete delle relazioni.

 

Nella notte

Gesù viene ad abitare la notte dell’uomo e accende una luce nuova affidandoci un compito da vivere: la prima coppia di fratelli sta gettando le reti, un’azione che viene compiuta senza allontanarsi molto dalla riva e di sera. Andrea e Simone sono immagine di coloro che vogliono pescare senza compromettersi troppo, non prendono mai il largo.

La seconda coppia di fratelli, sistema le reti, ripara quello che si è rotto, senza decidersi mai a utilizzare strumenti nuovi per rinnovare la propria vita. Gesù aveva invece cominciato la propria missione, chiedendo ai discepoli di cambiare modo di pensare, espressione che traduciamo per lo più con ‘convertitevi’. Ma la vera conversione, per accogliere il Vangelo, è cambiare modo di ragionare. La parola di Gesù ci provoca a non rimanere intrappolati nei soliti ragionamenti che ci stanno facendo male. L’operazione di sistemare le reti avveniva usualmente al mattino. Ciò significa quindi che Gesù è rimasto sulla riva per tutta la notte, senza smettere di chiamare ogni uomo a una missione nuova.

 

Valorizzare

Molti giovani, davanti alla parola ‘chiamata’, ‘vocazione’, si spaventano, come se Dio volesse chiedere loro di perdere qualcosa di bello nella loro vita. Quest’immagine non corrisponde al padre buono annunciato da Gesù. Così pure quando nelle testimonianze vocazionali qualche sacerdote o religioso declama il grande sacrificio che ha compiuto per Gesù lasciando fantomatiche fidanzate o remuneratissimi posti di lavoro, qualche dubbio sull’autenticità di quella vocazione è opportuno che ci venga.

Gesù ci chiama a un investimento sicuro di quello che siamo, e non ha alcuna intenzione di distruggere quello che ha creato. Per Gesù andiamo bene così. Ai discepoli, infatti, Gesù propone di diventare ‘pescatori di uomini’, come a dire che pescatori sono e pescatori resteranno. Gesù non vuole affatto snaturarli. Propone loro di mettere a disposizione del Regno quello che già sono, affinché la loro identità trovi compimento e realizzazione. Dio vuole portare a pienezza la tua vita, non vuole toglierti proprio niente!

In fondo vuole solo chiamarci ancora per nome, per dirci che la nostra vita vale sempre, che c’è sempre una missione da compiere, che c’è sempre un senso per il quale siamo venuti al mondo.

 

 

Leggersi dentro

  • Quale spazio riservi nella tua vita all’ascolto della Parola per sentire l’invito di Dio?
  • Quali sono le reti in cui ti senti impigliato e da cui il Signore vuole liberarti?

 

Versione originale su http://www.clerus.va

4 commenti

  1. Ho gettato mille volte le reti senza controllare quello che avevo pescato, persa nel mio egocentrismo, ma ul Signore mi ha chiamato col mio nome e nonostante ciò tendo lo stesso a perdermi dentro me stessa. Meravigliosa la sua parola che mi riconduce a lui.
    Bellissima la domenica della parola. Prometto che glu ultimi anni della mia vita saranno gli anni della ” sua” parola e del “mio” silenzio.

  2. Guardo il mobile in multistrato e per analogia avverto una moltitudine di reti che mi avvolgono e altre pronte a sovrapporsi, come una zavorra impalpabile.
    La televisione mi osserva e cerca di coagularmi un pensiero ripetitivo da impregnarmi nella mente: “I MUST HAVE”, dal cappello alle scarpe.
    E’ sempre più difficile non curarsi dell’interruttore modale che ti mette OUT.
    Penso, è tutto semplice respingere le altre reti se ci sei riuscito con la prima, altrimenti, mi occorre tanta forza per tagliare i legacci che mi isolano dalla limitrofa umanità. Chiedo, per cercarla e trovarla, chi mi darà la forza? Continuo a pregare

  3. Di sicuro non e’ troppo o troppo spesso che io ASCOLTI la Parola di Dio, anzi, a parte le Domeniche, le feste e due incontri di preghiera al mese. Pero’, questa mi accompagna nel mio trascorrere quotidiano; la lascio agire in me. E’ lo Spirito che muove.
    Le reti in cui mi sento impigliata, a volte, sono quelle in cui devo gestire situazioni difficili di rapporti con persone problematiche, che ho imparato a tenere distanti per la loro elevata tossicita’.

  4. Le reti che impigliano sono i rapporti vuoti, sterili, inutili come i balli di gruppo. E lì ci sono dentro fin sul collo. Divincolarsi non è facile né scontato.
    La Parola è effettivamente luce e lampada; mi ci è voluta una vita per tentare di capirlo. Tento di avvicinarmi tutti i giorni e, quando non ci riesco, mi manca tantissimo.

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