meditazioni

Contratti strappati: il padrone non ci fa paura!

Meditazione per la

Ventisettesima domenica del T.O. anno A

4 ottobre 2020

“Senza l’umiltà infatti non si può in alcun modo pervenire a quella vita

dalla quale non ci esclude se non la superbia”.

Sant’Agostino, Discorsi 341,4

 

La tentazione del possesso

Una delle novità introdotte in questi ultimi anni da Papa Francesco è stata quella di rendere temporanei alcuni incarichi che prima venivano implicitamente considerati a vita. Questa nuova prassi, che sicuramente ha la sua radice nel modello della vita religiosa, cui Papa Francesco si ispira, aiuta a considerare con più realismo le cose: niente ci appartiene e non possiamo diventare proprietari di quello che non è nostro se non usurpandone il possesso!

Si tratta di una tentazione che si verifica spesso nei luoghi di potere, quando ci viene affidata una responsabilità, quando siamo chiamati a un servizio: facilmente ci consideriamo padroni. Eppure a ben guardare non arriviamo mai a essere proprietari di qualcosa, tutto ci può essere tolto in qualunque momento: i nostri cari, i nostri ruoli, la salute, perfino la nostra stessa vita. Del resto anche il primo peccato nasceva da un tentativo di appropriarsi di un dono: i frutti erano stati donati ad Adamo perché ne godesse e invece si lascia prendere dalla tentazione di averli tutti per sé.

 

Il giardino, la vigna e la terra

Questa deriva del potere è una possibile chiave per entrare nella parabola che Gesù racconta in questo passo del Vangelo, nel quale utilizza l’immagine della vigna, una vigna data in affitto a dei contadini che vogliono usurparne il possesso. È dunque chiaro a questo punto che attraverso l’immagine della vigna, Gesù sta rievocando in poche battute l’intera storia della salvezza. La vigna rimanda infatti innanzitutto al giardino della creazione, quel giardino preparato, curato e donato all’uomo. Un giardino in cui ci sono degli alberi per orientarsi così come in questa vigna c’è una torre per non perdersi tra i filari. Ma sappiamo bene come per l’autore biblico quel giardino, e dunque anche questa vigna, siano il simbolo della terra che è stata data a Israele, gratuitamente, come un dono immeritato. E per aiutare il popolo a rimanere in quella terra, Dio ha donato anche la legge, come albero e torre, per orientarsi e rimanere nella relazione con Dio.

 

Dove tutto avviene

L’immagine della vigna, proprio per questo, ritorna continuamente nella Scrittura, per indicare tutte quelle dinamiche e quelle contraddizioni che attraversano la storia d’Israele, nonché la storia dell’umanità: la vigna è il luogo dell’amore da custodire, l’amore su cui vigilare, come racconta il Cantico dei Cantici («I figli di mia madre si sono sdegnati con me: mi hanno messo a guardia delle vigne; la mia vigna, la mia, non l’ho custodita», Ct 1,6), ma è anche il luogo dell’abuso, come nella storia di Nabot, in cui la regina Gezabele fa accusare e mettere a morte Nabot per togliergli la vigna e darla a suo marito, il re Acab (1Re 21,1-26).

 

Un Dio paziente

Lungo tutta questa storia, così come nella parabola che Gesù racconta, emerge però anche l’immagine di un Dio paziente, un Dio che prova in tutti i modi a suscitare la conversione dell’uomo. Egli continua a sollecitarci, ad attendere e sperare nella comprensione e nel cambiamento dell’uomo. Al contrario l’atteggiamento dell’uomo, come mostra la parabola, è finalizzato a escludere Dio: i contadini vogliono uccidere il Figlio, perché è l’erede. Una volta tolto di mezzo lui, la vigna, nei loro deliri, diventa loro proprietà. L’atteggiamento verso la terra, verso questo mondo, a volte anche sotto apparenza di bene, tendono a eliminare Dio. L’uomo vuole essere padrone del proprio destino.

Purtroppo, di tanto in tanto, come anche nel momento che stiamo vivendo, la realtà ci dimostra che facilmente tutto ci può sfuggire di mano e che di fatto non c’è nulla che possiamo controllare in maniera definitiva e permanente. Forse, allora, anche il dramma che stiamo attraversando può insegnarci, ancora una volta, che siamo solo affittuari e che il nostro compito è curare questa terra in nome di una Altro, un Altro che si è fidato e si fida di noi e che spera, per il nostro bene, nella nostra conversione.

 

 

Leggersi dentro

  • Se oggi ti venisse chiesto di lasciare il tuo posto di responsabilità o il tuo ruolo, saresti disposto?
  • Vivi la tua vita in maniera autocentrata o nella consapevolezza di collaborare con l’opera di Dio?

5 commenti

  1. Grazie del dono che ci fa riflettendo e commentando il vangelo di domani e per la citazione di s. Agostino. Verso la fine del suo scritto mi ha fatto venire in mente quello che mio fratello dice sempre da anni riguardo alla vita (lui, venditore di auto che va poco in chiesa, ma che stimo molto) : “La vita è un leasing, ma non conosciamo la data di scadenza”

  2. Oggi, proprio oggi, sembra che il nostro nuovo Arcivescovo abbia fatte suoi i propositi di Papa Francesco e ha trasferito un sacerdote polacco della mia parrocchia al quale tutti vogliamo molto bene. Per paradosso, da buoni cristiani, ce la siamo presa a male perché non volevamo rinunciare al “possesso” di quel nostro anato sacerdote. E mai come oggi ho capito che nulla ci appartiene e che la vita di un vero cristiano è voltare angolo e pagina tenendo buoni per noi i semi lasciato dalle persone che ci sono state care, amici parenti e quant’altro. Il nostro sguardo è oltre il possesso. E il nostro traguardo non è possedere ma raggiungere. Grazie per la preghiera.

  3. Questo Padre che non riesce ad avere fiducia dai suoi figli ma li ama ancora di piu’. E’ un mistero questo grande Amore.

  4. Il cambiamento non è un problema, l’importante è impegnarsi sempre e ogni ruolo ha la sua bellezza e dignità. Invece, per me, sarebbe difficile accettare la perdita senza alternativa del lavoro sia per il venir meno del sostentamento che delle relazioni. Pure sono pienamente consapevole che nulla è nostro, che dobbiamo sempre ringraziare il Signore, che è Lui il centro di tutto; ma collaborare con l’opera di Dio mi sembra qualcosa di così grande, di cui non mi sento capace e degna ; al massimo posso sperare di seguirlo … se mi da il suo aiuto!

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