Venerdì santo
18 aprile 2025
Is 52,13- 53,12 Sal 30 Eb 4,14-16; 5,7-9 Gv 18,1- 19,42
Cosa sta avvenendo nella mia relazione con il Signore?
Il racconto della passione nel Vangelo di Giovanni comincia e finisce con la stessa immagine: quella del giardino. E il giardino evoca l’amicizia, richiamando il giardino della creazione, il luogo in cui Dio collocò l’uomo dopo averlo creato. Il giardino dell’amicizia che Adamo è invitato a coltivare e a custodire.
Ora proprio nella passione tutto sembra accadere all’interno di questo giardino: il tradimento e la sepoltura e, più avanti, anche la risurrezione.
Può essere allora una chiave per rileggere il racconto della passione con questa domanda: come sto vivendo la mia relazione con Gesù? Questo racconto infatti riguarda prima di tutto me, la mia vita e la mia conversione.
In questo giardino sentiamo di nuovo quella domanda che aveva aperto il Vangelo di Giovanni: chi cercate? È la domanda che Gesù aveva rivolto ai primi discepoli. Ora, nel tempo della passione, quando la presenza di Dio è meno evidente, più nascosta, chi stai cercando?
Può darsi che in questo giardino io mi ritrovi come Giuda, discepolo stanco che ha deciso di seguire la sua strada. È stanco di aspettare i tempi di Dio, non condivide il modo di agire di Gesù. Giuda conosceva quel luogo, conosce il giardino, ha fatto l’esperienza dell’amicizia, ma adesso ha deciso di andarsene.
Forse mi ritrovo come Pietro, timoroso, spaventato. Pensavo, forse proprio come lui, di poter contare sulle mie forze, pensavo che ce l’avrei fatta sempre, pensavo di poter affrontare ogni difficoltà. E invece mi ritrovo addirittura a mentire per paura, non mi voglio compromettere. Forse come Pietro mi sono avvicinato al fuoco per scaldarmi e invece mi sono ritrovato svelato, scoperto. Sono venuto fuori con tutta la mia debolezza.
Forse sto vivendo l’esperienza di Pilato: non riesco a compromettermi. Sono indeciso. Ho paura delle conseguenze, ho paura di perdere il consenso. Voglio difendere la mia immagine. Non voglio ritrovarmi dalla parte sbagliata. Ho paura di essere criticato. E allora cerco di mettere a dormire la coscienza. Scarico le mie responsabilità su qualcuno più debole che ne paghi le conseguenze.
Può darsi che mi ritrovi come Bar-abba, figlio del padre, salvato senza merito, che non capisce neanche come sia potuto succedere. Sono un brigante, anch’io ne ho fatte di tutti i colori, eppure mi ritrovo vivo, perdonato, amato. Immeritatamente.
Ma potrei ritrovarmi anche a essere come uno dei soldati che si dividono le vesti di Gesù e tirano a sorte sulla sua tunica: se quelle vesti sono l’immagine della Chiesa, può darsi che io sia tra coloro che portano divisione o che cercano di fare affari per mezzo della Chiesa.
Dentro questa relazione, nonostante tutto, Gesù continua a farmi regali, fino alla fine. E mi regala le cose più importanti. Mi dona prima di tutto sua madre, affinché diventi mia madre. Sono io il discepolo amato, che Gesù affida a Maria. Sono io il discepolo amato a cui Gesù affida sua madre, affinché la custodisca nelle sue cose più care.
Il Golgota è il luogo dei doni. Gesù consegna il suo spirito. Nasce la Chiesa. La sua presenza non ci abbandonerà mai.
Ce lo dimostra anche il terzo regalo: dal costato di Cristo, dal suo cuore ferito, escono sangue ed acqua, simboli dell’eucaristia e del battesimo. Per mezzo dei sacramenti, Cristo continua a restare con noi e a dirci il suo amore.
Ogni volta che guarderemo la croce, ci sentiremo certamente trafitti per il dolore dei nostri peccati, ma proprio in quel momento ci riconosceremo anche perdonati.
Ma forse in questa relazione, proprio in quel giardino, può darsi che stiamo ritrovando il coraggio per venire alla luce: come Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo. Entrambi discepoli di nascosto. Ora, proprio nel momento di dolore più profondo, nel buio dell’assenza e dell’incertezza, decidono di venire fuori. Hanno trovato la luce anche se è notte.
E io, dove sono in questo giardino? Come sto vivendo la mia relazione con Cristo?

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