meditazioni

Il giardino seccato. Storie di relazioni trascurate

Prima domenica di Quaresima anno A

22 febbraio 2026

Gn 2, 7-9; 3, 1-7; Sal 50; Rm 5, 12-19; Mt 4, 1-11

«Se noi avessimo la facoltà di non peccare 

e di vincere tutte le tentazioni di peccato 

con le sole forze della nostra volontà, 

non avremmo motivo di chiedere a Dio 

di non indurci in tentazione»,

Sant’Agostino, Discorso 348/A, 1

Quante relazioni abbiamo spezzato! Quanti giardini abbiamo lasciato inaridire! Quanti fiori abbiamo lasciato morire perché non li abbiamo innaffiati! È la storia della nostra vita: sono nate amicizie, amori, sono iniziati percorsi, ma poi si è insinuata la sfiducia, il sospetto, la stanchezza, il dubbio che non ne valesse veramente la pena. Succede così anche nella relazione con Dio: lo abbiamo incontrato, ci siamo entusiasmati, poi siamo rimasti delusi, lo abbiamo abbandonato. Forse, chissà, qualche volte ritorniamo da lui, soprattutto quando siamo stanchi e provati, nella speranza che si possa ricominciare.

Il giardino, che troviamo nel testo della Genesi di questa prima domenica di quaresima, rappresenta proprio la relazione di amicizia, là dove Dio ci ha messo, dove ci invita ad abitare. Ma quante volte ce ne siamo andati da quel giardino, forse per presunzione, forse perché ci siamo illusi di trovare la felicità altrove, forse perché eravamo stanchi di vedere sempre gli stessi fiori. Ma fuori da quella relazione abbiamo semplicemente scoperto la nostra fragilità, ci siamo ritrovati nudi, indifesi, ingannati dalle nostre stesse ragioni. E allora abbiamo provato a coprirci, abbiamo cercato surrogati, che ci hanno lasciato insoddisfatti e imbarazzati.

Capita di uscire da quel giardino, come capita di uscire dal giardino delle nostre relazioni quotidiane, anche da quelle più significative. La tentazione infatti non è un’eccezione, ma fa parte della vita: siamo continuamente messi alla prova, la vita ci costringe a venire fuori per quello che siamo, non possiamo mai nasconderci del tutto. Anche Gesù, dice il testo del Vangelo di Matteo, è condotto dallo Spirito nel deserto. Anche Gesù all’inizio del suo ministero deve guardarsi dentro, deve svelarsi a se stesso e decidere che tipo di Messia vuole essere. Soprattutto deve scegliere come vuole stare nella relazione con il Padre: «se sei Figlio di Dio…». Quante volte usiamo questa frase killer nei confronti delle persone: «se tu fossi…se mi volessi bene…se tu mi capissi…». Sono frasi con le quali provochiamo gli altri a entrare nelle nostre attese. Come le provocazioni del diavolo in questo episodio del Vangelo.

La prima provocazione ci vuole costringere a forzare la realtà, a tirar fuori quello che non ci può essere: le pietre sono pietre e non si mangiano! A volte ci costringiamo a cercare affetto da dove non può venire, cerchiamo consolazione là dove non ci può essere. Alla fine, rimaniamo delusi, frustrati, magari imprechiamo contro la realtà che ha semplicemente fatto il suo dovere: è rimasta quello che è. Gesù non altera la realtà, non la costringe a rispondere ai suoi bisogni. Il pane, quello che ci sfama, verrà da Dio, al momento giusto, come Dio vorrà. Non ha senso e non è sano forzare le cose. Avere il potere per costringere le cose a diventare quello che non sono, non vuol dire che sia una cosa buona: possiamo avere il potere di costringere le persone a stare dentro una relazione anche se quello non è il loro bene, possiamo costringere la realtà a rispondere ai nostri interessi manipolando e abusando, ma questo dice qualcosa prima di tutto di noi, dice chi siamo, persone incapaci di accogliere e rispettare la realtà per quello che è.

L’altra tentazione che viviamo nelle relazioni emerge quando non ci fidiamo più, quando abbiamo bisogno di conferme, quando chiediamo all’altro di dimostrarci il suo amore. Il diavolo propone a Gesù di mettere alla prova il Padre per verificare il suo amore. Chi si comporta in questo modo dentro una relazione ha un comportamento infantile e capriccioso. In fondo sta dicendo che quella relazione è già finita. Chi ama veramente non ha bisogno di prove. L’amore chiede fiducia, rischio, consegna. L’amore non provoca. Non dice: vediamo fin dove mi ami. L’amore non ti aspetta al varco, non sta col dito puntato in attesa dell’errore dell’altro. L’amore non recrimina sui silenzi e sulle assenze, ringrazia per tutte le volte che l’altro c’è stato.

L’ultima provocazione è forse la più subdola. È infatti quella che si presenta sotto forma di bene: se mi adorerai…tutti questi Regni saranno tuoi…e potrai fare tutto il bene che desideri. È la tentazione del compromesso con il male. L’ho fatto a fin di bene! È una tentazione molto presente anche nelle istituzioni, che giustificano i legami con il male, presentando i risultati positivi raggiunti. 

Eppure, non c’è nessun mezzo cattivo che possa rendere buono un fine raggiunto. Proprio per questo, Gesù sceglierà una via diversa, quella della croce. Gesù non percorre scorciatoie, non rinuncia alla fatica e alla sofferenza. Il male ci illude, coprendo le sue perversioni con la luce falsa di quello che abbiamo ottenuto, ma il male prima o poi ci chiede il conto. Se hai raggiunto un risultato con i compromessi, con l’astuzia e con le bugie, preparati prima o poi a pagare il conto.

È vero, la vita ci mette davanti a tante prove, veniamo fuori per quello che siamo, tante volte ci confondiamo e sbagliamo, spezziamo le relazioni e sbattiamo la porta, eppure in Gesù possiamo trovare la forza per affrontare le provocazioni del Maligno. Il cammino di quaresima ci svela innanzitutto la lotta spirituale. Siamo chiamati a combattere, ma non siamo soli. Cristo combatte non solo per noi, ma combatte con noi. Per questo siamo sicuri di essere già vincitori nella battaglia!

  • Quali sono le dinamiche che di solito ti portano a rompere le relazioni?
  • Qual è il cammino di conversione che puoi intraprendere all’inizio di questo tempo di quaresima?

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