Giovedì santo
2 aprile 2026
Es 12,1-8.11-14 Sal 115 1Cor 11,23-26 Gv 13,1-15
«Non più tra mandrie di animali si sceglie la vittima da uccidere;
non più pecore o capri vengon menati ai sacri altari;
ormai il sacrificio dei nostri tempi è il corpo e il sangue del Sacerdote stesso».
Sant’Agostino, Discorso 228/B, 1
Una parola che spaventa
La parola sacrificio probabilmente ci spaventa, crea una certa diffidenza, ci fa paura e soprattutto non è di moda. Tendiamo a rifuggire il sacrificio o lo viviamo al più come penitenza. Eppure a ben guardare è una dinamica fondamentale della vita. Un genitore diventa tale quando sacrifica qualcosa di sé per il figlio, in una relazione ci si viene incontro sacrificando qualcosa di proprio. Si ama quando si scopre che si è disposti a sacrificare qualcosa di sé per l’altro. Forse proprio l’assenza della disponibilità al sacrificio certifica nella nostra cultura la fatica di amare veramente. D’altra parte assistiamo anche al fatto che gli ultimi, gli innocenti, i poveri vengono continuamente sacrificati: gli arroganti, i potenti, gli assassini e i violenti costruiscono il loro delirio di onnipotenza sul sacrificio dei più deboli.
La legge della vita
La vita sta infatti in questa scelta: o decidiamo di sacrificarci per qualcuno (e allora facciamo l’esperienza dell’amore) oppure scegliamo di sacrificare qualcuno (e allora facciamo l’esperienza del male).
Quando nelle relazioni qualcosa non funzione più, la riconciliazione richiede che qualcuno ceda qualcosa di sé. Qualcuno deve morire a se stesso. Nella storia del popolo di Israele l’agnello sacrificato ricordava proprio questa dinamica di morte e di vita: qualcuno muore perché ci possa essere alleanza. L’agnello era il simbolo di questa legge della vita. Ora, nell’ultima cena, Gesù prende il posto dell’agnello: è lui stesso che muore, rinuncia a se stesso, si perde, affinché tutti noi possiamo vivere e fare pace con Dio.
La dinamica eucaristica
Ogni volta che celebriamo l’eucaristia, entriamo in questa dinamica della vita, che è una dinamica sacrificale e una dinamica di amore. Proprio per questo l’eucaristia continua nella nostra vita: si tratta di continuare a dare vita alle nostre relazioni, accettando di perdere qualcosa di noi. Non c’è amore senza sacrificio! Al contrario, il modo in cui viviamo tradisce molte volte quello che abbiamo celebrato.
Abbassarsi
Sacrificarsi significa abbassarsi davanti all’altro, significa non guardarlo più dall’alto in basso. Per questo, il vangelo di Giovanni traduce l’immagine del sacrificio e dell’eucaristia nel gesto del servo che lava i piedi. Amare significa sacrificarsi, prendendosi cura della stanchezza e delle ferite dell’altro. Questa dinamica la capiscono bene per esempio gli sposi, che possono far andare avanti la loro relazione solo se accettano di fermarsi per lavarsi i piedi reciprocamente.
L’umiltà di lasciarsi lavare i piedi
Talvolta però sacrificarsi significa anche accettare di farsi lavare i piedi, riconoscendo umilmente di aver bisogno dell’altro. Pietro per esempio non vuole sacrificarsi, perché non accetta che Gesù veda la sua debolezza, la sua stanchezza e la sua fragilità. Pietro vuole sentirsi migliore degli altri. Spesso infatti è difficile accettare che qualcuno si abbassi davanti a noi, anche perché abbiamo paura di rimanere in debito. Sacrificarsi a volte significa riconoscere umilmente che non siamo onnipotenti e che abbiamo bisogno dell’altro.
La vocazione sacerdotale
Nell’ordinazione presbiterale, il novello sacerdote è invitato a vivere quello che celebra. Ecco, è tutto qui: questa dinamica del sacrificio, che è la logica dell’amore, è quello che celebriamo nell’eucaristia e anche quello che siamo chiamati a vivere nella concretezza delle nostre giornata. Allo stesso tempo siamo sempre chiamati a resistere alla tentazione di voler sacrificare qualcun altro al posto nostro!
Leggersi dentro
- Cosa senti davanti alla parola sacrificio?
- Accetti di sacrificarti in alcune occasioni o cerchi sempre qualcun altro da sacrificare?

Un affettuoso augurio da tutte noi!