Card. J. M. Bergoglio (oggi Papa Francesco) su Agostino

Il nostro nuovo papa Francesco ha scritto la prefazione al libro Il tempo della Chiesa secondo Agostino di Giacomo Tantardini, edito nel 2009 da Città Nuova all’interno della collana Studi Agostiniani. E’ una bella prefazione, semplice e profonda. Eccola.

Nelle pagine di questo libro scorrono le appassionate lezioni sull’attualità di sant’Agostino svolte da don Giacomo Tantardini presso l’Università degli Studi di Padova, nel corso di tre anni accademici, dal 2005 al 2008. Si può dire in tanti modi che il santo vescovo d’Ippona è attuale. Si possono azzardare rivisitazioni della sua teologia, riscoprire la modernità del suo sguardo sui moti dell’animo umano, valorizzare la genialità dei suoi giudizi davanti alle vicissitudini storiche del suo tempo, per certi versi così simili a quelle del tempo presente.

Nelle sue lezioni agostiniane, con i testi letti e commentati in presa diretta, don Giacomo ha individuato e seguito un’altra filigrana. Se Agostino è attuale, se ci è contemporaneo – come questo libro documenta – lo è soprattutto perché descrive semplicemente come si diventa e si rimane cristiani nel tempo della Chiesa. Quel tempo che è il suo, così come è il nostro. «Quel tempo breve – ripete più volte Agostino commentando le parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni (Gv 16, 16-20) – che va dall’ascensione al cielo del Signore nel suo vero corpo al suo ritorno glorioso» (p. 123).

L’immagine per me più suggestiva di come si diventa cristiani, così come emerge in questo libro, è il modo in cui Agostino racconta e commenta l’incontro di Gesù con Zaccheo (pp. 279-281). Zaccheo è piccolo, e vuole vedere il Signore che passa, e allora si arrampica sul sicomoro. Racconta Agostino: «Et vidit Dominus ipsum Zacchaeum. Visus est, et vidit / E il Signore guardò proprio Zaccheo. Zaccheo fu guardato, e allora vide». Colpisce, questo triplice vedere: quello di Zaccheo, quello di Gesù e poi ancora quello di Zaccheo, dopo essere stato guardato dal Signore. «Lo avrebbe visto passare anche se Gesù non avesse alzato gli occhi», commenta don Giacomo, «ma non sarebbe stato un incontro. Avrebbe magari soddisfatto quel minimo di curiosità buona per cui era salito sull’albero, ma non sarebbe stato un incontro» (p. 281). Qui sta il punto: alcuni credono che la fede e la salvezza vengano col nostro sforzo di guardare, di cercare il Signore. Invece è il contrario: tu sei salvo quando il Signore ti cerca, quando Lui ti guarda e tu ti lasci guardare e cercare. Il Signore ti cerca per primo. E quando tu Lo trovi, capisci che Lui stava là guardandoti, ti aspettava Lui, per primo. Ecco la salvezza: Lui ti ama prima. E tu ti lasci amare. La salvezza è proprio questo incontro dove Lui opera per primo.

Se non si dà questo incontro, non siamo salvi. Possiamo fare discorsi sulla salvezza. Inventare sistemi teologici rassicuranti, che trasformano Dio in un notaio e il suo amore gratuito in un atto dovuto a cui Lui sarebbe costretto dalla sua natura. Ma non entriamo mai nel popolo di Dio. Invece, quando guardi il Signore e ti accorgi con gratitudine che Lo guardi perché Lui ti sta guardando, vanno via tutti i pregiudizi intellettuali, quell’elitismo dello spirito che è proprio di intellettuali senza talento ed è eticismo senza bontà.

Se l’inizio della fede è opera del Signore, sant’Agostino descrive anche come si rimane in questo inizio. Qui le parole chiave sono quelle contenute nel sottotitolo: seguire e rimanere in attesa. E la figura che le rappresenta è Giovanni, il discepolo più amato. Giovanni rappresenta chi attende di essere amato, e rimane per grazia e non per sforzo in questa attesa. In lui appare evidente che «se non si è prima amati (cf. 1Gv 4, 19) non si può né amare né seguire» (p. 171). In lui si rinnova in ogni istante l’attesa dei gesti del Signore, l’attesa di quei nuovi inizi nei quali la libertà aderisce alla grazia «per il piacere da cui è attratta» (p. 372).

Secondo Agostino ci sono dei segni distintivi – fa notare don Giacomo -, indizi di quando si è guardati e abbracciati dal Signore. Il primo segno è la gratitudine, il moto spontaneo del cuore che

ringrazia. Agostino mette in luce che perfino la conoscenza chiara di ciò che serve per ottenere la salvezza può diventare motivo di superbia: quella che lui registrava tra i filosofi platonici del suo tempo, che «hanno visto dove bisogna giungere per essere felici, ma hanno voluto attribuire a sé quello che hanno visto e, resi superbi, hanno perduto ciò che vedevano» (p. 27). Si può arrivare a scoprire che solo in Dio c’è la felicità, ma questo sapere non commuove di per sé il cuore. Il cuore rimane triste e pieno di sé. Non si scioglie in lacrime di riconoscenza (pp. 19-25). Invece, quando uno è preso in braccio dal Signore e «abbraccia umile l’umile mio Dio Gesù» (p. 40), senza nemmeno pensarci, diventa pieno di gratitudine e dice grazie. E in questa gratitudine diventa anche buono. Don Giacomo scrive che «si è buoni non perché si sa cosa è il bene, si è contenti non perché si sa cosa è la felicità. Si è buoni e si è felici perché si è abbracciati dal bene e dalla felicità» (p. 330).

L’altro segno distintivo è proprio l’affiorare nel cuore di quella felicità in speranza cui pure accenna il sottotitolo del libro. Per Agostino, la gioia promessa dal Signore ai suoi è data e vive in spe, in speranza. Che vuol dire? L’espressione in spe negli scritti di Agostino indica che questa felicità è sempre una grazia. Nella nostra condizione terrena, questa è un’evidenza immediata per tutti: la felicità su questa terra, promessa come caparra della felicità celeste, non nasce da noi, non la possiamo costruire noi e nemmeno conservare e padroneggiare noi. Non è nelle nostre mani, e quindi risulta precaria, secondo gli schemi di chi crede di costruire la vita come un proprio progetto. È la felicità dei poveri, che ne godono come dono gratuito. La felicità di chi vive sempre sospeso alla speranza del Signore, e proprio per questo è tranquillo. Perché è una cosa bella vivere sicuri che il Signore ci ama per primo, ci cerca per primo.

Il Signore della pazienza che ci viene incontro sperando che noi, come Zaccheo, saliamo sull’albero dell’humilitas. A Lui sant’Agostino rivolge la bella preghiera riproposta di recente anche da Benedetto XVI, che può sintetizzare anche tutto questo libro: «Concedi ciò che comandi, e poi comanda ciò che vuoi». Concedici il dono di tornare come bambini, e poi domanda di essere come bambini, per entrare nel Regno dei cieli. Questi sono alcuni dei tanti accenti e spunti contenuti in questo libro che possono essere un prezioso conforto per molti, ben al di là della cerchia degli esperti e degli studiosi. Per questo gli auguro fortuna, mentre tutti gli amici di Agostino si apprestano a ricordare che sono trascorsi 1.600 anni da quando il santo vescovo d’Ippona, davanti al sacco di Roma, ebbe l’ispirazione di scrivere la Città di Dio.

Cardinale Jorge Mario Bergoglio