Biglietto di sola andata. La paura di tornare là da dove siamo partiti

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Meditazione sul Vangelo della III domenica del T.O. anno C 24 gennaio 2016

Lc 4,14-21

 

Tornare ha il suo fascino. La nostalgia colora il passato di tenerezza o di eccitazione. Torniamo con l’illusione che tutto sarà come prima. Torniamo nelle relazioni che si sono perse, torniamo nei luoghi che ci hanno visto crescere, torniamo nei ricordi che ci hanno nutrito.

Tornare spesso è deludente, perché non troviamo mai la realtà così come l’abbiamo immaginata. Al di là della superficie, il presente si rivela quasi subito diverso da come lo ricordavamo. Il tornare autentico è un’azione coraggiosa perché vuol dire costringersi a dissolvere i propri ricordi, vuol dire prendere atto che la realtà non è più quella che credevamo.

Tornare vuol dire anche lasciarsi vedere nel proprio cambiamento: anzi, proprio questo è il luogo del conflitto, perché spesso gli altri non ti danno il permesso di cambiare, gli altri pretendono che tu sia quello che loro hanno conosciuto. Se tua mamma continua a chiamarti ‘o ninn’, ‘il mio bambino’, ci sarà un motivo! A questo punto possiamo adattarci, essere compiacenti, evitare il conflitto, e lasciare che gli altri distruggano la nostra storia e il nostro cammino, che cancellino quello che siamo diventati, oppure possiamo rivendicare il nostro cambiamento, aprendo le porte alla possibilità del conflitto o quanto meno dell’incomprensione.

 

Questo brano del Vangelo comincia proprio con questa azione del tornare: Gesù ritorna nei luoghi della sua patria, nella sua terra, là dove lo hanno visto crescere. Torna dal deserto, dal luogo in cui ha potuto rileggere la sua vita e dove ha dato un nome ai suoi desideri, dove ha deciso chi vuole essere, cosa vuole farne della sua vita, come vuole rispondere all’invito del Padre.

Gesù ha il coraggio di tornare. È come se la sua terra dovesse partorirlo di nuovo. Ma, anche in questo caso, le persone più vicine sono quelle che fanno più fatica ad accettare il suo cambiamento: preferiamo che le persone restino incasellate là dove le abbiamo messe, è una soluzione molto più economica. Quando Gesù tenta di sottrarsi a questo schema, l’esito è quello di sempre: cercano di eliminarlo. È quello che avviene anche nelle famiglie, nei gruppi o nelle comunità: la provocazione, la diversità, viene immediatamente marginalizzata, come meccanismo di difesa.

 

Gesù torna perché la missione non è una fuga. Gesù porta la Buona Notizia innanzitutto nei luoghi che gli sono più familiari. La missione comincia nel mio mondo, comincia da chi mi è più vicino. Come i compaesani di Gesù, così anche noi facciamo fatica a lasciarci stupire da chi è come noi. Gesù entra dentro questo paradosso e comincia ad annunciare il Vangelo proprio a partire da chi lo conosce meglio, suscitando stupore, ma anche rabbia, nel momento in cui chi gli è più vicino si sente provocato da quella Parola.

 

Spesso le nostre parole sono gettate al vento e non ci preoccupiamo del loro effetto. Viviamo con superficialità le cose che diciamo, e forse solo più tardi ci pentiamo di quello che abbiamo detto. Ogni parola invece si compie nel momento in cui viene detta. La parola è un fatto, è un’azione. La parola è sempre un impegno. Quando parliamo accettiamo delle regole, usiamo degli strumenti delicati, versiamo il vino del significato dentro le coppe delle nostre frasi, ma può essere anche un vino avvelenato.

Gesù prende sul serio questa efficacia della parola. Assume su di sé la coerenza della parola. Parlare è sempre una questione etica, ne va di noi, dice chi siamo.

Le parole sono sempre un impegno.

Gesù non parla solo di liberazione, si impegna a liberare. Non parla solo di giustizia, si impegna per fare giustizia. Gesù non parla solo di misericordia, si fa misericordia.

Ogni volta che parliamo, dovremmo essere consapevoli che, mentre pronunciamo una parola, quella parola si sta anche compiendo e sta diventando un fatto, di cui siamo inevitabilmente responsabili.

 

Io non accuso le parole, che direi vasi eletti e preziosi,

ma il vino del peccato,

che in esse ci veniva propinato da maestri ebbri.

Agostino, Confessioni, I,xvi,26

 

 

Leggersi dentro

–          Ci sono dei contesti in cui hai paura di tornare?

–          Sei vigilante nel parlare o usi le parole con leggerezza?