So che mio padre tornerà dal mare! Solo i folli pensano di non essere più figli

 

Meditazione sul Vangelo

della XVII domenica del T.O. anno C

24 luglio 2016

Lc 11,1-13

Credo che si diventi quel che nostro padre ci ha insegnato nei tempi morti, mentre non si preoccupava di educarci. Ci si forma su scarti di saggezza.
U. Eco

La storia non comincia mai da me. C’è sempre qualcuno che mi precede. Non sono mai il primo. C’è sempre un padre! C’e sempre un’origine che non conosco, un inizio che mi rimane sconosciuto, un passato che non potrò mai possedere.
Un’antica storia ebraica spiega perché Dio abbia deciso di cominciare la Bibbia con la seconda lettera dell’alfabeto ebraico, la lettera bet. Questa lettera infatti è chiusa a destra, ovvero da dove in ebraico si comincia a leggere. Quello era dunque il limite: il racconto della creazione iniziava da lì in poi, non è possibile andare oltre quella bet!

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Il confine che non posso oltrepassare è il padre, è mio padre.
La storia ebraica continua, mostrando come dalla lettera bet derivi anche la parola che significa benedizione: quel confine sulla mia vita, quel limite, è benedizione. È l’argine ai miei deliri.

Uccidere il padre o superare il limite è il delirio che l’uomo di ogni tempo si porta dentro.
Questo limite insopportabile, ma inevitabile, diventa mostruoso come Kronos, il padre-tempo che divora i suoi figli: il tempo che per sopravvivere deve divorare i giorni e le ore che ha generato.
Il padre sentito come limite è Laio, re di Tebe: colui che Edipo vede come rivale nell’affermazione della sua identità sessuale, colui che toglie spazio abusando del suo potere, è l’uomo che arrivo persino a voler uccidere quando non lo riconosco più come padre.
Ma il padre è anche colui dal quale ho paura di essere abbandonato, il padre che parte ogni giorno per un viaggio pericoloso e ingannevole, come il viaggio della vita: è Ulisse che Telemaco aspetta guardando il mare.

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Quando Gesù ci parla del padre, il nostro cuore è inevitabilmente assalito da tutte queste immagini. La figura del padre è piena di ambiguità. Non è così facile fidarsi del padre. E quando non ti fidi, non chiedi.
All’inizio della nostra vita chiediamo tanto, chiediamo tutto, non smettiamo di chiedere. Eppure pian piano le nostre domande si spengono. Proviamo a fare da soli. Ci stanchiamo di domandare. Pretendiamo di essere autonomi. Non chiediamo più anche perché spesso siamo stanchi, la vita ci ha deluso e non ci fidiamo più. I nostri desideri inaridiscono.

Invocare il padre è rinnovare ogni volta la mia giovinezza di figlio.
Invocare il padre vuol dire riconoscere la mia storia, il mio passato, il nome che si rinnova in me.
Invocare il padre vuol dire che io non sono il primo, vuol dire che c’è un’origine che mi sfugge e che non potrò mai possedere.
Invocare il padre è mettere a tacere i miei deliri di onnipotenza, è riconoscere che la vita, qualunque essa sia, mi è stata data, senza che io giunga mai a esserne proprietario.

Solo quando avrò riconosciuto che ho un padre potrò ricominciare a chiedere, solo quando sarò guarito dal mio delirio di autonomia e di indipendenza. Ecco perché non si può pregare che il padre: Signore, insegnaci a pregare vuol dire Signore, aiutaci ad avere ancora fiducia nella vita! Aiutami a non fare provviste per domani, perché so che mio padre domani tornerà dal mare.

In queste immagini che rinnovano la nostra fiducia nella vita, Gesù indica anche quella dell’amico, ma a ben guardare c’è una sproporzione tra l’amico e il padre: l’amico può deludere, il padre no. L’amico può chiudere la porta, il padre no. L’amico può alzarsi a dare il pane non per amicizia, ma solo per stanchezza, il padre non darà mai un serpente o uno scorpione al figlio per quanto cattivo possa essere. L’amico è libero davanti all’amico, il padre è legato al figlio senza possibilità di svincolarsene.

La storia recente ci presenta padri di cui è difficile fidarsi: siamo rientrati a casa e ci siamo accorti che i padri avevano svuotato la dispensa. La tentazione di uccidere il padre si rinnova: vorremmo uccidere questo padre che non è più padrone, ma latitante. I padri non ci sono più! Non trovare più un padre vuol dire non riuscire più a immaginare il futuro, non sapere più chi sarò, cosa sono chiamato a diventare. Per questo nella vita non possiamo mai smettere di cercare, di attendere o di invocare il nome del Padre, cancellare quel nome vuol dire cedere alla falsa pretesa che tutto cominci da me.

 

Leggersi dentro

  1. Cosa evoca in te la figura del padre?
  2. Sei uno che fa fatica a chiedere?