Ma lei lo sa? Quando l’amore è solo una fantasia

Meditazione sul Vangelo

della VI domenica di Pasqua anno A

21 maggio 2017

Gv 14,15-21

 

La ragione per cui abbiamo due orecchie e una sola bocca è che dobbiamo ascoltare di più, parlare di meno.

Zenone di Cizio

 

Cosa vuol dire amare una persona che non c’è più, che non è più accanto a noi?

I momenti di lutto che accompagnano la nostra vita non sono solo quelli che si verificano per la perdita di una persona cara – quello è sicuramente il distacco per eccellenza – ma in tanti altri momenti siamo chiamati a dire addio: quando finisce una relazione, quando termina un’esperienza, quando si perde un lavoro.

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La prima comunità, smarrita davanti all’assenza del maestro, si chiedeva cosa volesse dire amare Gesù che non è più qui, che non cammina più accanto a noi.

Cosa vuol dire amare un Dio difficile da trovare? Non è solo la domanda della prima comunità, è anche la domanda, spesso taciuta e rigettata, di tanti cristiani, che con coraggio cercano di vivere una fede dall’identità debole.

Ma soprattutto è l’accusa, in parte comprensibile, di tanti non credenti, che non vedono quel Gesù che i cristiani dicono di amare e di seguire. A volte infatti noi cristiani diamo non solo l’impressione, ma persino la prova di seguire noi stessi, le nostre idee, le nostre manie.

 

Alla fine del percorso degli Esercizi spirituali, Ignazio di Loyola, ben consapevole del fatto che la fede può diventare solo chiacchiera vuota, esperienza del cuore senza effetto, propone di chiudere questo itinerario aprendosi proprio all’agire: «l’amore è da porre più nei fatti che nelle parole».

A volte, nella vita di fede, siamo come quegli uomini che dicono sempre ti sposerò, ma poi non ti sposano mai. La parola, da sola, non crea la realtà. Rischiamo di rimanere adolescenti innamorati che non si dichiarano mai.

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La prima azione per amare concretamente è ascoltare. Il popolo d’Israele conosce bene la priorità di questo verbo. Amare è obbedire: ascoltare un altro. A differenza del vedere, l’ascolto ci costringe a decentrarci, a concentrarci su colui che parla, per dimenticarci un attimo di noi. L’ascolto è un invito ad agire. Già il libro del Deuteronomio (Dt 10,12) diceva che amare è osservare i comandamenti del Signore.

Gesù aveva sintetizzato, non abolito, i comandamenti della legge antica, rivelandone il loro fondamento: amatevi l’un l’altro come io vi ho amati.

Quel come è fondamentale: la misura di come amare l’altro non siamo noi, non sono i nostri parametri, le nostre convinzioni. La misura è esterna a noi. Dobbiamo guardare a come Cristo ha amato noi: quella è la misura, ovvero lo spreco, senza misura.

 

Si può dunque rimanere fedeli a qualcuno continuando ad ascoltare la parola che ha messo nel nostro cuore. Questo è il ruolo del Paraclito, aiutarci a rimanere fedeli alla parola che abbiamo ascoltato.

La vita infatti ci getta in un processo continuo, siamo sottoposti a un tribunale permanente, siamo accusati. L’accusatore deride la nostra fedeltà, ironizza sull’amore sprecato, confonde i nostri ricordi.

 

Per questo abbiamo bisogno di un avvocato che consola e difende.

La parola paraclito vuol dire proprio questo: in greco la particella para- indica sia contro (per esempio nella parola paradosso, contro l’opinione), ma anche accanto (per esempio nella parola paramedico, che aiuta il medico). Il Paraclito è colui che ci sta accanto, ci sostiene, e lotta contro colui che ci accusa.

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Questa azione di sostegno e lotta è esercitata dal Paraclito proprio attraverso il ricordo della parola: ci ricorda la parola d’amore che Gesù ha detto a noi, vi ho chiamato amicida questo vi riconosceranno: se vi amate l’un l’altro come io vi ho amato.

 

Non tutti sono nella condizione di ascoltare questa parola.

Alcuni, dice il Vangelo di Giovanni, appartengono al mondo, hanno scelto di chiudere le loro orecchie per ascoltare solo se stessi, il proprio risentimento, la propria insoddisfazione, la propria frustrazione. Chi ascolta se stesso non può ascoltare il Paraclito. Per ascoltare occorre decentrarsi: chi è concentrato sul proprio io non riesce ad ascoltare la parole di un altro.

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Solo chi è nella comunità, ovvero nella comunione, cioè nella relazione con Dio, allora può ascoltare la voce del Paraclito, perché ha il coraggio di ascoltare la verità, cioè una verità ricevuta da un altro, una verità che non è una costruzione personale, della propria fantasia, ma una verità ricevuta in dono. Il Paraclito è lo spirito di verità, non il nostro io!

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Gesù dunque non ci lascia orfani, cioè non ci lascia senza maestro. Nell’insegnamento rabbinico, infatti, il maestro è considerato come un padre.

In questo testo di Giovanni, restare orfani vuol dire restare senza uno che mi insegni la strada da fare. Non restiamo orfani perché il Paraclito ci mostra la strada da fare, ci insegna, ricordandoci quello che Gesù ha detto. Gesù non muore, ma vive nella sua Parola. Ecco il paradosso: Gesù dice io vivo proprio nel momento in cui sta andando a morire.

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Nel tempo del lutto, dunque, è la Parola che ci consente di non spezzare il legame: la parola ascoltata, ma anche la parola agita.

Ascoltare e fare è la dinamica della vita del cristiano, ma soprattutto fare ascoltando. Quando il fare è separato dall’ascolto diventiamo facilmente preda dell’accusatore: il nostro fare diventa espressione solo del nostro io, un io separato da Dio e dalla comunità.

 

 

Leggersi dentro

–          Quanto spazio ha nella tua vita l’ascolto della Parola di Dio?

–          Fai il bene per conto tuo o ascoltando quello che Dio ti chiede?