Non ci resta che tuffarci! Quando la notte sembra non finire mai

Meditazione sul Vangelo

della XIX domenica

del Tempo Ordinario – anno A

13 agosto 2017

Mt 14,22-33

 

Altri, lasciando la retta via, a causa delle nebbie o fissando lo sguardo su stelle che declinano all’orizzonte o presi da qualche allettamento, rimandano il tempo propizio alla navigazione.
Agostino

Ci sono tempeste che attraversano la nostra vita e che sembrano non finire mai. A volte sono tempeste provvidenziali che ci costringono a spingere la nostra barca da qualche parte, per evitare che finisca tutta squassata sugli scogli della disperazione.
Parlando della felicità, Sant’Agostino immagina la vita come un viaggio in mare, in cui le persone sono come marinai che si portano nel cuore un desiderio: alcuni non arrivano mai a separarsi dalla riva, altri affrontano il viaggio in maniera spregiudicata e finiscono per perdere la rotta, altri invece, pur rischiando di dimenticare il desiderio della meta che si portano nel cuore, sono ricondotti da tempeste provvidenziali a decidere del loro viaggio, e così riescono a riportare la loro barca, seppur tutta squassata, nel porto della desiderata quiete.

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I discepoli del testo del Vangelo non hanno scelto di mettersi in viaggio, ma sono stati costretti da Gesù a non fermarsi e ad affrontare le loro paure. È notte, ma occorre attraversare la vita, con le sue incertezze e i suoi pericoli. Il mare è per un ebreo la possibilità di morire. Gesù costringe i discepoli a confrontarsi con quella possibilità perché è lì che veniamo fuori per quello che siamo, è lì che si vede quello che ci portiamo nel cuore. I discepoli hanno appena sperimentato la potenza di Dio: Gesù ha diviso i pani per sfamare la gente, eppure quell’esperienza di Dio non li preserva dalla paura di essere abbandonati.

A difesa dei discepoli, occorre notare che la tempesta è decisamente lunga: inizia la sera, ma solo sul finire della notte Gesù si decide ad andar loro incontro. Ci sono tempi della vita in cui sembra che il Signore si sia proprio dimenticato di noi. La speranza comincia a cedere. Un silenzio inspiegabile che però ci costringe a tirar fuori le nostre risorse. I discepoli devono darsi da fare, sono chiamati a scoprire come possono far fronte alle tempeste improvvise della vita, sono costretti a imparare a gettare l’acqua fuori dalla barca.

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Quando siamo presi dalla paura e dallo scoraggiamento, facciamo anche fatica a riconoscere la presenza di Dio quando finalmente si manifesta. I discepoli in preda al panico, temendo di morire, pensano che Gesù sia un fantasma. È come se nel cuore avessero ormai rinunciato a credere che Dio può ricordarsi di loro.

A volte è la disperazione che ci spinge a credere che davvero possiamo camminare sulle acque delle nostre paure, tra le onde dei nostri dubbi, in mezzo ai marosi dei nostri ragionamenti disperati. Pietro, a nome della comunità, raccolta e spaventata in quella barca che è diventata simbolo della Chiesa, accetta di sfidare la sua paura. Mentre tiene lo sguardo fisso su Gesù, riesce a non sprofondare, ma nel momento in cui distoglie il suo sguardo e lo riporta sui suoi limiti e le sue perversioni, allora comincia ad annegare.

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Eppure, proprio grazie al suo coraggio, al suo desiderio di provarci, riesce a vivere una duplice e fondamentale esperienza: Pietro capisce che da solo non va da nessuna parte, senza Gesù non può che affogare sotto il peso di un’immagine fallimentare di se stesso. Ma proprio mentre sta sprofondando, fa anche l’esperienza di essere afferrato da qualcuno e tirato su dalle acque della disperazione. È un’esperienza battesimale che è scritta nella fede di ognuno di noi: senza il Signore sprofondiamo, ma proprio mentre sprofondiamo, il Signore non ci fa mancare la sua mano che ci afferra. Questo vuol dire essere salvati nelle tempeste della vita.

Questa duplice esperienza tra lo sprofondare e l’essere salvati è l’esperienza nella quale anche la prima comunità cristiana si è riconosciuta. In questo testo troviamo due formule che probabilmente erano usate nella liturgia della prima comunità: “Signore, salvami!” – “Tu sei davvero il Figlio di Dio”. E in effetti tutta la nostra vita è un viaggio tra queste due invocazioni, dalla paura di perderci al riconoscere di essere stati salvati.

 

Leggersi dentro

  1. Come reagisci nelle tempeste della vita, quando la notte sembra non finire mai?
  2. Cosa è successo quando hai provato a fidarti di Dio?