Perché non mi parli più? Quando il silenzio non è sempre quello che sembra

Meditazione sul Vangelo

della XX domenica

del tempo ordinario – anno A

20 agosto 2017

Mt 15,21-28

 

In fondo non c’è idea cui non si finisca per fare l’abitudine.
Camus

L’estate è spesso il tempo degli incontri fortuiti, delle nuove amicizie e degli amori balneari. Si parte in gruppo, ma le relazioni stentano a mantenersi rigide e inalterate. L’irrompere dell’estraneo, dello sconosciuto, del turista di passaggio, costringe a rivedere la dinamica giocata fino ad allora nel gruppo.

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Forse proprio per questa incertezza e la fatica di dover ridiscutere i nostri ruoli, durante tutto l’anno abbiamo provato a mantenere inalterate le posizioni. Ci siamo condannati alla noia della ripetizione affinché le cose fossero chiare. Preferiamo risparmiare energia piuttosto che aprire i nostri spazi a chi può metterli in crisi.

Al di là delle soluzioni facili o dei rifiuti istintivi, la questione dello straniero che entra nel nostro mondo è molto più complessa e mette in luce una fatica ben più profonda: accogliere l’altro che non è dei nostri. L’altro è inevitabilmente uno straniero non voluto nel nostro mondo solito e abitudinario. Tendiamo istintivamente a preservare e a difenderci piuttosto che metterci in gioco e in discussione.

Questa dinamica di chiusura era probabilmente presente anche nel primo gruppo dei discepoli. Anche nella prima comunità cristiana si cercava di stabilire con chiarezza chi apparteneva al gruppo e chi doveva starne fuori.
Sembra invece che Gesù voglia farci fare la fatica di rimetterci in discussione continuamente. È lui stesso a prendere l’iniziativa di spingersi verso i confini, lontano dal centro, là dove le cose tendono a essere progressivamente sempre meno chiare, sicure e nette. Man mano che ci si allontana dal centro, le sfumature aumentano.

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Proprio mentre Gesù si spinge verso i confini, i discepoli pretendono di mettere confini, pretendono cioè di stabilire chi debba trarre vantaggio da Cristo e chi ne debba essere privato.

Per aiutare i discepoli a riflettere sulla complessità della realtà e sulla difficoltà di dare giudizi netti, Gesù li mette di fronte a una situazione limite, una situazione in cui è in gioco l’umanità prima ancora che la fede o le credenze religiose: Gesù si coinvolge nella vita di una mamma che si dispera per la malattia della figlia. Madre e figlia, due figure interscambiabili, l’una è stata o sarà l’altra. La figlia è il futuro di questa madre. Probabilmente questa donna non vede più un futuro per lei. Il suo futuro è malato.

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Davanti a questa situazione così profondamente umana, Dio tace. Quante volte abbiamo sperimentato questo silenzio? Quante volte ci saremmo aspettati una parola da parte del Signore? Quante volte la letteratura e i film ci hanno parlato di questo silenzio drammatico?

Eppure questo testo ci mostra che molte volte il silenzio di Dio non è quello che sembra. Dentro quel silenzio di Gesù, che non rivolge a questa donna neppure una parola, i discepoli trovano lo spazio per interrogarsi. Quel silenzio è innanzitutto per loro, per porre a se stessi quella domanda: chi può mettere confini? Siete proprio sicuri della chiarezza e dell’efficacia delle vostre idee?

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Ma quel silenzio è anche per questa donna: Gesù la invita a far emergere il suo desiderio più profondo, la porta a prendere consapevolezza del suo desiderio di essere veramente guarita. A volte ci attacchiamo alle nostre malattie e le usiamo come strumenti per commuovere gli altri e per farci amare. Ora questa donna sa che può essere amata al di là della sua malattia, sa che può consegnare il suo futuro.

Al contrario di Gesù, i discepoli vorrebbero una soluzione veloce, non per amore della persona, ma per uscire dall’imbarazzo. Gesù invece li invita a riflettere e a mettere in campo un percorso di consapevolezza, un cammino che vale per tutti. Sull’amore, dice Ignazio di Loyola, occorre fare discernimento. Spesso le nostre soluzioni non sono dettate dalla carità, ma dalla voglia di scrollarci di dosso situazioni che ci mettono in crisi. Anche le vicende dell’immigrazione chiedono una riflessione più profonda, non un buonismo istintivo che serve solo a metterci la coscienza a posto temporaneamente.

La prima risposta di Gesù è sarcastica e vuole far emergere il pensiero dei discepoli, è come se in un fumetto Gesù rivelasse ciò che i discepoli hanno nella mente: “bisogna pensare prima ai figli d’Israele, poi agli altri”.

Gesù corregge quel pensiero. Anche se voi discepoli pensate così, io vi invito invece a rivedere i confini del vostro cuore e a non pretendere di mettere muri per evitare che il vostro mondo venga fuori con tutti i suoi paradossi.

Di fatto, alla fine questa donna cananea è integrata nel gruppo dei discepoli. Colei che era esclusa dagli uomini, è integrata da Dio. Spesso ciò che noi rifiutiamo, ci viene restituito dalla vita.

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Questa donna era andata da Gesù per chiedere la guarigione di sua figlia, ora si accorge che ad essere guarita è innanzitutto lei stessa: il Signore le ha ridonato una possibilità di futuro, anche lei può credere che il Signore apre i confini del suo cuore, l’uomo forse ancora no.

 

Leggersi dentro

  1. Come reagisci quando una persona nuova entra nel tuo gruppo?
  2. Come vivi i tempi in cui Dio sembra stare in silenzio?