Non mi deludere! Come trasformare l’amore in un ricatto

Meditazione sul Vangelo

della VI domenica di Pasqua (anno B)

6 maggio 2018

Gv 15,9-17

 

«Due che marciano insieme, infatti,

hanno una capacità maggiore sia di pensare sia di agire».

Aristotele, Etica nicomachea, libro VIII

 

 

Già Aristotele riconosceva che molte volte l’amicizia è basata sull’interesse reciproco, in altri casi si può fondare anche sul piacere di stare insieme, ma queste amicizie non sono durature. Molto più raramente l’amicizia si fonda sul bene, sul desiderio cioè di donare gratuitamente qualcosa di sé all’altro, sulla condivisione di un valore.

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Non a caso dunque nel nostro tempo l’amicizia diventa sempre più rara, perché viviamo nella cultura dell’interesse personale e della brama del possesso. L’amicizia chiede una disponibilità a perdere qualcosa di sé senza la certezza di guadagnarci.

Al tempo di Aristotele, e anche in quello di Gesù, la differenza tra l’amico e lo schiavo era più netta ed evidente. Oggi, invece, molte relazioni di schiavitù sono camuffate sotto l’apparenza dell’amore. Gli schiavi e i padroni spesso si incontrano e si scelgono.

A volte pensiamo che per stare in una relazione sia necessario adattarsi. In alcune circostanze, è vero, può essere opportuno, ma alcuni passano tutta la vita pensando di poter stare in una relazione solo da servi. L’altro diventa così sempre il padrone da compiacere e da non deludere.

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Si può vivere da servi del proprio marito o della propria moglie, ma si può vivere da servi anche dei propri genitori, del proprio gruppo di amici, perfino dei passanti e dei vicini. Se diciamo troppo spesso all’altro “facciamo come vuoi tu”, “lo faccio solo per te”, “ho paura di deluderti”, allora stiamo già abitando nella piazza del mercato dell’affetto.

Chi vive la sua vita da servo molto spesso è una persona insicura: non ha molta stima di sé e pertanto pensa di non avere diritto ad essere amato gratuitamente. Il servo si deve guadagnare il pane, quanto basta per sopravvivere e chi vive da servo pensa di doversi guadagnare l’amore. Il servo ha sempre paura di essere licenziato, perciò chi sta nella relazione da servo ha sempre paura di essere abbandonato.

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Chi pensa di poter vivere le relazioni solo da servo, va sempre in cerca di un padrone: oltre ai servi, infatti, ci sono anche quelli che ritengono di dover stare in una relazione solo da padroni. Sono quelli che non ammettono le ragioni dell’altro, non vedono i bisogni dell’altra persona. Il padrone considera un diritto l’affetto dell’altro. Come ogni padrone, queste persone sanno mettere in atto ricatti per tenere il servo legato al suo lavoro di produzione dell’affetto.

I servi e i padroni si cercano e si trovano reciprocamente. Quando una relazione non è sana, quando si instaura una dinamica servo-padrone, vuol dire che i due si stanno usando reciprocamente senza arrivare mai a volersi veramente bene.

Sia il servo che il padrone sono animati inevitabilmente dalla paura: il servo ha paura di perdere le briciole di pane che danno senso alla sua giornata, il padrone ha paura di restare solo.

Questi incastri possono durare tutta la vita se il servo non arriva mai a rivendicare la sua dignità e il suo diritto di essere amato.

L’amico è invece fin dall’antichità il simbolo della relazione sana. L’amico è il gratuito: l’amico è colui che non mi fa mai sentire in dovere. L’amico non misura l’amore.

A differenza del servo, l’amico non ha turni di lavoro, e proprio per questo l’amico è colui che sorprende con la sua presenza. Il servo non vede l’ora di finire il suo turno, l’amico non vede l’ora di incontrare l’amico.

In qualunque tipo di relazione ci troviamo, l’immagine dell’amico resta il modello di una relazione sana.

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Il servo e il padrone si scelgono, gli amici si ritrovano. C.S Lewis diceva che l’amicizia nasce quando fiorisce questa domanda: “come, anche tu, pensavo di essere il solo!”.

Il servo e il padrone vedono l’uno nell’altro il proprio avversario, l’amico invece vede nell’amico qualcosa di sé. Incontrare l’amico vuol dire incontrare qualcosa del proprio sé. Proprio per questo l’amicizia aiuta a crescere nella conoscenza di sé.

Dare la vita per un padrone, vuol dire sottomettersi a un destino ineluttabile. Il padrone è l’ideologia o il nostro bisogno. Il padrone ti spoglia della dignità, facendoti credere di farti un favore.

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Gesù ci libera dal rischio di vivere la relazione con Dio come l’amore per un padrone. Ci chiede di stare nella relazione con lui da amici e non da servi. Dio non è un padrone, ma uno che desidera rispondere al nostro desiderio di sentirci voluti bene. Dio non è un’idea di cui essere schiavi, Dio è relazione in cui sentirsi amati.

 

L’amico e il servo esprimono dunque due modi di stare nella relazione.

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Se vogliamo scappare da una relazione, forse è perché sentiamo l’altro come padrone. Abbiamo voglia di rimanere quando sentiamo l’altro come amico. All’inizio del Vangelo di Giovanni, i discepoli rimasero con Gesù nel giorno in cui lo incontrarono, ma poi la vita li ha portati tante volte a scappare da quella relazione. Non a caso, alla fine del Vangelo di Luca, il verbo rimanere ritorna: “rimani con noi perché si fa sera!”. I discepoli hanno scoperto l’amico e gli chiedono di rimanere. Sono loro a chiedere al viandante di fermarsi: quel desiderio è il segno che la relazione è tornata ad essere sana, è una relazione guarita.

 

Gesù non ci chiede semplicemente di amarci l’un l’altro, ma di amarci come lui ci ha amato. Se cercassimo l’uno nell’altro il criterio del nostro amore, probabilmente continueremmo a ferirci. Possiamo amarci invece cercando il criterio di questo amore fuori di noi. È Gesù che ci insegna come stare da amici in una relazione. Senza quel come continueremmo a misurarci l’amore l’uno sull’altro, in una vertigine che porta inevitabilmente alla distruzione della relazione.

 

Leggersi dentro

–          Se ripensi alle relazioni più significative della tua vita, come ti sei sentito: amico o servo?

–          Cosa cerchi nella relazione con Dio?