meditazioni

Prima o poi fiorirà! La pazienza di chi ci ama

Meditazione

per la III domenica di Quaresima anno C

24 marzo 2019

 

Querebam unde malum et non erat exitus

Agostino, Confessioni

 

grido popoloNessun grido resta inascoltato

Quando ci sentiamo attaccati ingiustamente, quando la vita ci costringe a stare davanti alla sofferenza, quando siamo vittime della cattiveria umana o quando ci interroghiamo davanti al dolore innocente, ci ritroviamo improvvisamente a fare i conti con l’interrogativo più drammatico dell’esistenza umana: da dove viene il male? Perché nella mia vita? Perché proprio a me?

Davanti a questa domanda, il popolo d’Israele aveva levato un grido, mentre era schiavo in Egitto, un grido che non sapeva neppure a chi rivolgere esattamente. È il grido di chi è esasperato sotto il peso di un male ingiusto. Qualcuno però raccoglie quel grido. Quel popolo appartiene a Dio, come a Dio appartiene la vita di ogni uomo. Dio non resta mai sordo davanti al nostro lamento.

Dio confida a Mosè di aver ascoltato quel grido (Es 3,7). Per questo, come ogni padre che sente il lamento di suo figlio, Dio non può non scendere per liberarlo dal male che lo attanaglia. L’azione di Dio non è magica o indolore: il testo dice che Dio scende per strappare con forza il popolo al suo male.

Il nome stesso di Dio è una rassicurazione circa la sua presenza: Dio si presenta come colui che sta nella storia (Es 3.6), è il Dio di tuo padre, di Abramo, di Isacco, di Giacobbe…e continua a essere padre dell’umanità. È un Dio che accompagna le vicende delle generazioni. Non è semplicemente colui che è, come un essere metafisico astratto e lontano. Sarebbe meglio tradurre che egli è colui che c’è. È presente in ogni istante della nostra esistenza. Questa è la sua risposta allo scandalo del male: Io ci sono e attraverso con te questo male!

 

Imedusal male che abita dentro

Ma c’è un’esperienza del male che risuona in maniera forse ancor più drammatica: è il male che incontriamo dentro di noi, quando scendiamo nei nostri abissi (o sarebbe meglio dire scivoliamo in essi) e la vita ci costringe a guardare i nostri mostri interiori, il male che ci portiamo dentro.

È il male oscuro, la perdita di senso, la violenza gratuita contro sé e contro la vita, l’indifferenza, il rifiuto del mondo. Il male prende forme a cui neppure noi siamo capaci di dare un nome.

Come le persone che interrogano Gesù in questo testo del Vangelo, così anche noi siamo più propensi a cercare fuori di noi il senso del male, ci avventiamo con violenza contro la degenerazione inspiegabile del mondo, contro la cattiveria umana (Pilato aveva massacrato alcuni Galilei) o contro l’irrazionalità della natura (il crollo di una torre), ma siamo molto più prudenti quando si tratta di interrogare il senso del male che noi stessi ci portiamo dentro. Eppure è proprio il male che ci abita dentro che ci porta alla morte eterna, al vuoto interiore che non finisce mai.

Gesù parte da questi avvenimenti di morte per parlare di un’altra morte. Se è vero che non è stato il peccato a causare la tragedia del gruppo di Galilei o delle persone morte nel crollo della torre, è però il peccato (il male che ci abita) a impedirci di trovare la vita. È questo il male contro cui dobbiamo lottare.

Il male che ci portiamo dentro toglie vita, ci rende sterili, ci riduce come il fico che era stato piantato nella vigna e che non dà più frutti.

 

Ificol male che ci rende sterili

Nella Bibbia la vigna è spesso l’immagine di Israele (Sal 79; Ct 8,11), ma proprio per questo è anche l’immagine della vita donata a ogni figlio di Dio. In questa vigna, Dio ha piantato un fico, simbolo della Legge donata al popolo di Israele, e dunque a ogni uomo. Ora, questa Legge piantata nel nostro cuore non porta più frutto. La Legge è la Parola che il seminatore ha gettato in noi, ma che noi continuiamo a soffocare: sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero.

Gesù non si stanca di venire a cercare frutti di bene nella nostra vita. I tre anni sono una possibile allusione al suo ministero, così come quell’anno in più che il vignaiolo-Gesù chiede al Padrone della Vigna è l’anno di grazia che Gesù aveva annunciato nella sinagoga di Nazareth (Lc 4,19).

Noi abitiamo in questo dialogo tra il dono del Padre che ha piantato la vigna e l’azione del Figlio che con pazienza si prende cura dell’albero. Il desiderio di Dio è che la nostra vita possa fiorire. Quando? Non si sa: vedremo se porterà frutti per l’avvenire. Il vignaiolo aveva chiesto un anno, il padrone della vigna concede l’eternità.

 

 

Leggersi dentro

–          Quale nome sei capace di dare al male che ti abita?

–          Quali percorsi di conversione possono permettere alla tua vita di fiorire?

10 commenti

  1. Il male che mi abita dentro si chiama “la mia famiglia”
    Per sopportarlo devo accettare questa priva che il Signore non cessa di mandarmi. Che ha un perché.

  2. Il mio male peggiore é il desiderio di possesso , ho capito qualcosa : – cosa voglio fare ? – me lo tengo o lo voglio regalare , lo irradio a quelli che mi sono
    vicini ? -.
    C’entra il concetto di generosità/dono perché se lo tieni hai paura che te lo rubino o di perderlo.
    È meglio regalarlo , ma hai avuto la gioia di averlo …
    È anche da dove arrivi , se ho avuto due genitori che hanno conquistato , tenuto , calcolato , allora ho imparato quello . Ma quella è la vita dei miei genitori .
    – Ma io , perché tribolo e mi affatico a cercare il mio
    filo ? –
    Perché i miei figli siano liberi …
    È valsa la pena vivere fino adesso per capire questo : che non ho mai preso decisioni , ho sempre lasciato decidere .
    Sta a me lasciare che Gesū mi esploda nel cuore , sta a me la sensibilità di farmi cambiare la chimica dai peschi in fiore …

    Buona domenica
    Lidia

  3. Chiusura, distacco, isolamento portano all’autodistruzione e facciamo felici il Maligno che vuole la nostra morte totale. Distanza, conoscenza, apertura ad altre realta’ portano alla rifioritura della speranza.

  4. ho tradotto elletronicamente la meditazione allo spagnolo e la ho condiviso con i miei fratelli del presbiterio. Mi serve come commenta il Vangelo. Grazie mille e benedizione (ho meso come citazione la pagina web per non rubare nulla)

  5. Il male che è dentro di me si chiama superbia.
    Mi butta giù e poi mi solleva solo davanti a una persona più debole.Come guarire?
    E fiorire?

  6. Sant’Agostino nelle Confessioni scrive:
    “Io stesso ero divenuto per me un grosso problema”
    aggiunge: “soltanto le lacrime mi erano dolci e presero il posto del mio amico”
    Se si riesce a piangere nell’apice dell’angoscia, aiuta?
    Penso, dopo il pianto è necessario alzarsi e muoversi, per sostituire i derivati dalla sorgente della pena; con che cosa?
    E’ quì l’aiuto? Mentalmente, il da farsi, chiederlo in aiuto allo spirito per sostituirli con quelli della speranza positiva attivata dall’azione.
    Ad oggi, ho diffidato dell’intervento della speranza stando in attesa passiva.
    Nella sostituzione dei derivati negativi, mi trovo in grosso debito, propabile per il poco accumulato in pensieri, parole, cura verso il prossimo.
    Nell’evitarli, penso, è a causa della mia lentezza nell’attivare le difese contro chi tenta di carpirmi, utilizzandola come punto d’ingresso la mia torpidézza.
    Per la fioritura, penso, si può iniziare dandosi il cinque con i vicini di casa.

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