meditazioni

Quell’abitudine che uccide. Per crescere ti devi scomodare

Meditazione per la

Settima domenica del T.O. anno A

23 febbraio 2020

«La vita comincia dove finisce la tua comfort zone»

Neale Donald Walsch

 

Scomodiamoci un po’

Se per una necessità ci viene chiesto di guidare un’auto diversa dalla nostra, inizialmente possiamo essere assaliti da una sensazione di disagio: «preferisco andare con la mia!». Chi di noi quando si trova davanti a un’interruzione della strada che percorre ordinariamente, non prova rabbia o un po’ di timore per l’incertezza che si sperimenta dovendo affrontare un itinerario diverso dal solito?

Queste situazioni ci dimostrano come ordinariamente preferiamo rimanere in quella che viene chiamata comfort zone, una condizione in cui ci sentiamo al sicuro. Eppure è altrettanto evidente che dopo un po’ che abbiamo guidato quell’auto che all’inizio ci era sconosciuta, scopriamo che possiamo farcela, che abbiamo addirittura delle risorse che non immaginavamo. In un certo senso siamo cresciuti, la percezione delle nostre capacità si è ampliata, ne siamo persino contenti e ci apprezziamo di più. Allo stesso modo, percorrendo il nuovo itinerario, abbiamo scoperto probabilmente altri punti di vista, abbiamo allargato la nostra conoscenza e ci sentiamo maggiormente capaci di affrontare una difficoltà. In altre parole siamo usciti dalla nostra comfort zone. Al contrario, se rimaniamo sempre all’interno della nostra zona di conforto non scopriremo mai le potenzialità che sono in noi o le novità che la vita può offrirci. Certamente è comunque importante avere una propria comfort zone perché di tanto in tanto sarà importante ritornarci e riposarci.

 

Comfort zone spirituale?

Anche nella vita spirituale tendiamo probabilmente ad abitare una zona di comfort che, per quanto piacevole e gratificante, ci impedisce di gustare fino in fondo tutta la bellezza del rapporto con Dio e del cammino verso una vita piena (e santa).

Uscire dalla propria comfort zone spirituale significa offrire l’altra guancia piuttosto che fermarsi sul torto subito: nel porgere l’altra guancia infatti cambia inevitabilmente la prospettiva da cui guardiamo l’altro. Gli occhi si volgono da un’altra parte non ancora vista.

Così come dare anche la tunica a chi ti chiede il mantello vuol dire sperimentare una condizione di nudità in cui ci liberiamo definitivamente dall’ossessione di proteggere noi stessi. Ed è altrettanto evidente che camminare per due miglia con chi ti impone di farne con lui uno, ti permetterà di esplorare nuovi paesaggi e di non rimanere chiuso nel solito percorso della vita.

 

Al di là dell’equilibrio

Queste prime tre sorprendenti provocazioni di Gesù ci portano a uscire da quelle zone di tranquillità in cui vorremmo semplicemente ristabilire l’equilibrio. La tradizione a cui Gesù fa riferimento (per superarla) rimanda non solo a Es 21,24 o Dt 19,16, ma anche al codice di Hammurabi e alle leggi assire. Queste tradizioni legislative, per mettere fine alla spirale di violenza, proponevano di compensare il torto subito con una pena equivalente.

Allo stesso modo l’invito di Gesù a dare l’elemosina o il prestito a chi non può restituire sono modi altrettanto validi per sperimentare situazioni di squilibrio, in cui i conti non ci tornano. Sono atteggiamenti che ci espongono e che ci fanno scoprire risorse e possibilità che, rimanendo invece nella reciprocità del dare e dell’avere, resterebbero del tutto inesplorate. La ricerca dell’equilibrio, della restituzione e della reciprocità sono tutte immagini di quella comfort zone che ricerchiamo anche nella nostra vita spirituale.

 

Cercare qualcosa in più

Amare il nostro prossimo, amare chi ci vuole bene, chi ci riconosce e ci ripaga con il suo affetto è già tanto, non possiamo darlo per scontato, ma è ancora una volta una situazione che somiglia alla tranquillità del salotto su cui ci sediamo per vedere la nostra serie TV preferita di sera tornando dal lavoro.

Gesù ci spinge invece a uscire da queste zone di comfort per esplorare altre possibilità che risiedono nel nostro cuore. Ecco cosa significa provare ad amare il nemico. Altrimenti non ci sarà novità nella nostra vita: saremo come i pubblicani e i pagani che non escono dalle loro noiose abitudini di salutare e amare solo coloro da cui sanno di ricevere il contraccambio. Le nostre energie spirituali le scopriamo quando siamo disposti a sperimentare la mancanza di equilibrio e cerchiamo il di più dell’amore, che non sta mai nella nostra comfort zone.

La ricompensa sta non solo nella novità che possiamo scoprire, ma anche nel riconoscere la grande potenzialità che ci portiamo dentro e che può emergere solo in questo modo. Ecco perché vale la pena provare ad amare il nostro nemico, il terreno inesplorato e a prima vista infido della relazione.

 

Perfetti in che cosa?

Questo è il cammino verso la perfezione sì, ma la perfezione del Padre. E il Padre è perfetto nell’amore sbilanciato e in perdita. Il termine ‘perfetto’ (teleios) indica nel testo greco chi ha raggiunto il proprio fine, chi ha sviluppato pienamente la potenzialità che si porta dentro.

Anche l’uomo ricco (Mt 19,22) era invitato da Gesù a diventare perfetto, cioè a vendere quello che aveva, a sbilanciarsi, per scoprire le risorse che si portava dentro e che, rimanendo nella sua comfort zone, non sarebbero mai venute fuori, con la conseguenza di non essere neppure mai pienamente felice. Quell’uomo se ne andò triste, perché preferì rimanere nelle sue sicurezze. E la sua vita spirituale non progredì.

Prima di rinunciare a guidare un’auto non tua pensa allora a tutto quello che potresti scoprire del mondo e di te stesso!

 

 

Leggersi dentro

  • La tua vita spirituale è una vita abitudinaria e fatta di sicurezze o sei disposto a cercare qualcosa in più?
  • Riesci a vivere un amore sbilanciato e in perdita o ti rivolgi solo a coloro da cui speri di ricevere il contraccambio?

3 commenti

  1. Quasi quasi, ultimamente, mi sarei convinta di chiudere le situazioni “scomode” e di seguite solo quelle che mi arricchiscono perche’ il dubbio e’ proprio che si perda del tempo con certe persone che facevano parte di una zona di comfort spirituale. Non c’e’ piu’ stimolo di crescita e questo disturba anche l’ascolto della Parola che tenderebbe ad essere presentata per quello che non e’, cioe’ il pensiero nostro. Non so; mi e’ difficile il discernimento. Non mi trovo piu’ dentro quel vestito ormai piccolo.

  2. Dall’enciclopedia Treccani cerco il vocabolo Integratore: “Chi, o che, integra, o serve a integrare; raram. riferito a persona.”
    Quella parte della definizione “raramente riferito a persona”, la penso carente.
    Indispensabili per il genere umano alcuni integratori cioè le relazioni umane e ne necessitiamo una moltitudine: “che mirano a prevenire o combattere certe carenze”.
    “E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due.”.
    Lo sguardo, recepire il codice tattile comunicativo che non costringe ma aspetta di essere accompagnato per un miglio, saremo entrambi felici nel farne due.

  3. Mi sono abituata da tempo a vivere sbilanciata e non mi piace. Adesso sto cominciando a capire che devo anche esserne lieta,perché è un dono del Signore. Vivere difficoltosamente e pericolosamente. Ma il Padre, e Gesù lo aveva capito bene, offre piatti indigesti, tenendo in mano la sfera dell’universo. Devi conquistare la sua attenzione per diventare uno dei suoi figli prediletti. E io, obtorto collo,.ci devo provare.

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