meditazioni

La tempesta finirà! Sì, ma nel frattempo?

Meditazione per la

Diciannovesima domenica del T.O. Anno A

9 agosto 2020

“Ma perché meravigliarsi

che possa ricondurre ogni cosa alla calma

Colui che ha creato ogni cosa?”

Sant’Agostino, Discorso 75,1.1

Finirà questa notte?

Quando abbiamo paura, la notte sembra non finire mai. Mi ricordo che da bambino, quando nel buio temevo di essere circondato da mostri cattivi che ce l’avevano proprio con me, speravo che prima o poi tornasse la luce, ma il sole tardava a spuntare e mi addormentavo. Anche in questi mesi, e ancora adesso, la paura che questa notte terribile possa non finire mai, ha continuato ad accompagnarmi. A volte la speranza si è infranta davanti al bollettino inquietante della sera, davanti ai servizi giornalistici che sembrano trovare gusto a istillare la sensazione di un pericolo sempre in agguato, davanti alle parole degli scienziati e degli esperti che fanno fatica a usare il registro dell’incoraggiamento. Confesso che ogni tanto sono stato tentato di pensare che Dio ci abbia ormai abbandonato.

Una tempesta provvidenziale?

Nel Vangelo di questa domenica scopriamo però che talvolta il Signore permette che la comunità, stretta dentro la barca insieme a Pietro, attraversi la notte, abbia il vento contrario e sia funestata dalla tempesta. Dio lo permette affinché la comunità ritrovi e rinnovi la sua fede in Lui. Il testo dice infatti che Gesù “costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva”. Dopo aver sfamato le folle, Gesù aveva consegnato ai discepoli il pane avanzato: dodici ceste! Possiamo immaginare che ciascun discepolo abbia portato con sé una cesta di quel pane, che diventa anche segno della premura e della fedeltà di Dio. Eppure, pur avendo ancora con sé quel pane, non appena sono nella difficoltà, dimenticano facilmente quello che hanno vissuto.

Gesù sembra costruire una pedagoga per i discepoli, un percorso che fa emergere quello che hanno capito e quello che si portano nel cuore. Sono dunque ‘costretti’ ad attraversare il lago. Quel passaggio sulle acque implica per un ebreo sempre il rischio della morte, in virtù delle tempeste frequenti che attraversavano il ‘mare di Galilea’. Ma probabilmente in quell’occasione non badano al pericolo, perché hanno ancora il cuore pieno di entusiasmo: hanno vissuto un momento di successo con il loro maestro, un momento di trionfo, di cui anche loro hanno goduto in termini di immagine e di popolarità. E così, forse in maniera un po’ incosciente e superficiale, intraprendono a tarda sera quella traversata.

Un’attesa estenuante

Ma, proprio come nella vita, capita che arrivino i momenti in cui il vento non è favorevole. Le tempeste accadono. A volte scende una notte terribile sulla nostra vita. Ci agitiamo, perdiamo la speranza, cerchiamo di reagire, ma ci rendiamo conto di non farcela da soli. Invochiamo il Signore, ma sembra assente. Dio non ci ascolta, forse si è dimenticato di noi.

A ben guardare, infatti, Gesù non arriva subito a soccorrere i suoi amici: hanno cominciato il viaggio verso sera, ma Gesù arriva solo alla fine della notte! Se i discepoli credono di vedere un fantasma, non hanno tutti i torti: sono atterriti e stanchi. Lungo la notte agitata dalle onde saranno stati attraversati da pensieri terribili. Quando hai paura, quando hai perso la speranza, anche se il Signore arriva, ti sembra un fantasma: non riesci a credere che sia possibile. Sei talmente convinto di essere stato abbandonato, che fai fatica a credere che Dio abbia trovato un modo per raggiungerti.

Nel caso dei discepoli poi si tratta di un modo inusuale e sorprendente: Gesù li raggiunge nell’unico modo possibile, ma fino ad allora impensabile, arriva camminando sulle acque. E se le acque sono simbolo di morte, perché ci possono sempre far sprofondare nell’abisso, Colui che cammina sulle acque non può che essere Colui che ha vinto la morte, cioè il Risorto. La comunità vive, o rilegge, la sua esperienza pasquale, battesimale: l’incontro con il Risorto che ci salva.

Il rischio della fede

A quel punto, la cosa più importante non è che la tempesta finisca, ma avere la certezza che Dio non si è dimenticato di me. Per questo Pietro non pensa a tirare Gesù nella barca o a chiedergli di fermare la tempesta, ma vuole andare verso Gesù, vuole rinnovare la sua fede in lui. E per farlo deve rischiare, deve affrontare la paura di morire. Ma è la comunità stessa che è chiamata a rinnovare la fede in mezzo alla tempesta.

Pietro accetta di fare quell’esperienza a nome della comunità. Mette i piedi fuori dalla barca e si incammina verso Gesù. E fino a quando mantiene il suo sguardo fisso su Gesù riesce a camminare sulle acque della morte, ma nel momento in cui distoglie lo sguardo da Gesù e lo riporta sui suoi limiti personali, sulla forza del vento e sulla sua povera umanità, non può che sprofondare!

E in quel momento Pietro fa sulla sua pelle l’esperienza battesimale: sprofonda e viene salvato. Pietro si rende conto che da solo non riesce ad andare da nessuna parte, ma proprio mentre sprofonda sotto il peso dei suoi limiti, sperimenta anche che c’è una mano che lo afferra e lo tira fuori dalle acque infide della morte.

Nella paura, la comunità rinnova la sua fede. L’esperienza di Pietro lascia una traccia nella vita della comunità, la segna per sempre. Infatti nel testo troviamo due espressioni che sembrano formule liturgiche che probabilmente la comunità usava nella preghiera: “Signore, salvami!” e “Tu sei veramente il Figlio di Dio!”. In fondo, la nostra vita spirituale è un cammino proprio tra queste due invocazioni, tra la paura di morire che ci fa gridare e l’esperienza di essere salvati.

Leggersi dentro

– Come affronti i momenti in cui la tempesta si abbatte sulla tua vita e il vento è contrario?

– In che modo oggi puoi rinnovare la tua fede in Gesù?

8 commenti

  1. In quei momenti di scombussolamento, io mi affido a Lui, ed a Maria, invocandola con il Salve Regina. Proprio in questi momenti, lo cerco e lo invoco. E mi nutro della sua Promessa. Poi, subentra la pseudo normalita’, e quasi, sento la sua mancanza qualificante la mia vita.

  2. Cammino in avanti lasciandomi alle spalle la vita e le sue tempeste, consapevole che Lui si rivelerà, durante o verso la fine, non importa. Il tuo tempo non è il mio ma dentro ogni tempo è la tua salvezza.

  3. Gli ultimi otto anni sono stati un susseguirsi di tempeste con raffiche di vento, vortici che hanno sconvolto e mutato radicalmente la vita.
    Ad un certo punto, nel mio annaspare ed arrancare nel buio più profondo, nella tempesta ho sfiorato qualcosa, mi sono aggrappata a quella mano che il Signore, ora so, mi tendeva da sempre ed è cambiato il mondo di affrontare la tempesta. … dallo sconforto alla speranza … dalla rabbia alla pazienza … dal non riuscire a recitare nemmeno un Ave a pregare … dal vedere tutto buio ad apprezzare meglio gli sprazzi di luce e gli attimi di bonaccia … dalla solitudine interiore alla certezza che Dio c’è ….sempre.

    1. Molto bello… auguri cara…. io tendo sempre la mano verso di Lui, tante volte mi ha tirata in salvo… ora però faccio fatica…eppure so che è l’unica ancora di salvezza… prega anche per me. Grazie

  4. Mi sono allenata nello STARE e respirare quando fa caldo o ho mal di testa, i ferri conficcati nella spalla o i debiti, nell’apprensione per la diagnosi e nella malattia.
    Ho riconosciuto le paure, sono a strati, in fondo, alla radice, sotto la paura del mio corpo, delle mie reazioni, degli altri, c’è la paura di non esistere e di morire.
    Ma le paure mentono.
    Non sono vere.
    Impediscono di attraversare la e lasciarmi attraversare dalla sofferenza.
    Le paure si antepongono a Cristo, distolgono il nostro sguardo dal suo.
    Pietro sprofonda perché non ha abbastanza fede.
    La camminata sulle acque, ma anche la tempesta sedata e il naufragio di S Paolo mi aiutano oggi a risintonizzarmi su Cristo Maestro interiore. Mi lascio afferrare dalla sua mano che trasforma cinque in mille.
    Buona Domenica e GRAZIE!

  5. La rabbia e il risentimento vanno via a fatica e l’eco della Parola è come il sole che desta e ridona luce. La tempesta, però, ha anche una dimensione comunitaria, collettiva e non intimistica. Condividere le tempeste ed essere un approdo per tanti rende la mia tempesta meno tragica e potente. Rinnovo la mia fede – recte, cerco di rinnovare la fede – nei luoghi ordinari della mia vita, nella e sulla croce della mia famiglia. A volte ci riesco, altre volte annaspo.

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