meditazioni

Pensavo fosse felicità, invece era solo aria!

Meditazione per la

Sesta domenica del T.O. anno C

13 febbraio 2022

Ger 17,5-8   Sal 1   1Cor 15,12.16-20   Lc 6,17.20-26

«Quaggiù invece, quanto più cresce quella che si chiama ricchezza, ma non lo è, non solo cresce anche il timore, ma non finisce la cupidigia. Puoi darmi molti ricchi, ma puoi forse darmi un solo ricco senza timore? Un ricco desidera ardentemente di ammassare denaro, ma trema per la paura di perderlo».

Sant’Agostino, Discorso 53/A, 2

Una meta da raggiungere?

Tutti gli uomini desiderano essere felici! Se n’era accorto anche Aristotele, il quale pensava alla felicità (eudaimonia) come una meta da conquistare. In un certo senso siamo tutti figli di Aristotele, ci sforziamo di conquistare un po’ di spazio nel mondo, alcuni scalpitano più di altri, alcuni sono capaci persino di fare del male agli altri nell’illusione che questo permetta loro di guadagnare un po’ di visibilità.

C’è poi chi pensa che la felicità dipenda dal potere che ha nelle mani, in realtà non si rendono conto che il potere li possiede: entrano in una spirale che li rende sempre più assetati fino al punto da autodistruggersi. Davanti a questi cavalli impazziti che scalpitano per tagliare il traguardo della felicità, si staglia l’immagine serena che troviamo nel libro di Geremia: l’uomo felice, benedetto dal Signore, è come un albero piantato, ben fermo e stabile, lungo corsi d’acqua (Ger 17,8).

La domanda fondamentale

Gesù parte dal desiderio più profondo dell’uomo, proprio quello che anche Aristotele aveva riconosciuto: vogliamo essere felici! Sia in Matteo che in Luca, il primo insegnamento di Gesù riguarda proprio questa domanda, che probabilmente oggi come allora è la domanda fondamentale che alberga nel cuore di tutti noi. Ma, proprio per questo, la risposta di Gesù a questa domanda diventa rivoluzionaria, a partire dal fatto che Gesù usa un termine diverso da quello che troviamo nella tradizione filosofica occidentale: Gesù non usa il sostantivo eudaimonia, come faceva per esempio Aristotele, ma usa l’aggettivo macharios.

La felicità non è una cosa da possedere o conquistare, ma è una condizione che qualifica la nostra vita. L’eudaimonia si raggiunge mettendo in atto, con la nostra volontà, azioni che ci portano via via a raggiungere quel fine desiderato. Gesù invece ci presenta situazioni apparentemente paradossali in cui possiamo renderci conto di essere già felici.

Uno spazio per Dio

A ben guardare infatti le situazioni presentate da Gesù sono caratterizzate tutte da una mancanza: felici sono i poveri che non hanno nessuno su cui contare e proprio per questo nella loro vita c’è spazio per Dio. I poveri sono qui gli ptochoi, coloro che possono contare solo su Dio, ma non ostentano la loro povertà. Questo termine viene infatti da un verbo che ha a che fare con il nascondersi.

Rendetevi conto, sembra dire allora Gesù, che siete felici quando non avete niente, quando piangete, quando vi odiano, quando vi insultano, perché in quel momento sono io la vostra ricchezza, la vostra consolazione, la vostra difesa. La felicità non è una meta lontana come per Aristotele, perché è in quel giorno, dice Gesù, che vi potete rallegrare. Voi siete nella condizione di accogliere Dio nel vuoto della vostra vita.

Quando non c’è spazio per Dio

Questo insegnamento si chiarisce ancora di più grazie a quella seconda parte del discorso di Gesù che non si trova nella versione di Matteo: coloro che sono ricchi, che sono sazi o che hanno motivi per ridere, coloro di cui tutti parlano bene, facilmente si dimenticano di Dio.

Pensano infatti di bastare a se stessi, si sentono forti e autosufficienti, il loro io occupa tutto lo spazio della loro vita. Sono infelici perché sono in una situazione tale da escludere completamente Dio dalla loro vita. Non se ne rendono ancora conto, ma sono come tamerischi nella steppa, per usare l’immagine di Geremia: ben presto si accorgeranno di essersi ormai seccati!

Verso la perdizione

Riprendendo una tradizione spirituale precedente, ma certamente anche illuminato da questa pagina del Vangelo, sant’Ignazio di Loyola vede nella ricchezza il primo gradino che porta l’uomo verso la perdizione. Gli altri due sono la vana gloria e la superbia (cf Esercizi spirituali 142). Qui la ricchezza non indica semplicemente i beni terreni, la ricchezza è la pienezza di sé, l’illusione di non aver bisogno di Dio. E purtroppo è una condizione molto diffusa, soprattutto tra coloro che occupano posti di potere, di autorità, coloro che rivestono ruoli per i quali sono riconosciuti. È proprio quella ricchezza che ci fa sentire palloni gonfiati, la vana gloria è infatti quella sensazione di essere qualcuno, mentre agli occhi di Dio siamo solo pieni di inutile aria. Ed è così che si arriva alla superbia, cioè ad escludere Dio dalla propria vita.

Nello sguardo di Gesù

Mentre nella versione di Matteo, Gesù sale su un monte per parlare alla folla, qui, nella versione di Luca, Gesù scende, si trova in un luogo pianeggiante e, per parlare alla gente, deve alzare gli occhi. Gesù non ci guarda dall’alto in basso per commiserare le nostre situazioni, anzi, si mette più in basso, ci parla alzando gli occhi al cielo, perché, mentre vede le nostre miserie, sta già anche pregando per noi.

Leggersi dentro

  • Cosa vuol dire per te essere felice?
  • Quale spazio offri a Dio nella tua vita?

1 comment

  1. La vanagloria è sempre in agguato perché se nessuno ci pensa è come se la nostra vita non avesse senso. In questo mi aiuta tanto l’insegnamento di dare : più do più mi sento viva, meno sono tentata dalla vanità

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