meditazioni

Stare nella nuda fragilità. L’esperienza autentica della preghiera

Meditazione

Diciassettesima domenica del T.O. anno C

24 luglio 2022

Gen 18,20-32   Sal 137   Col 2,12-14   Lc 11,1-13

«La preghiera è un grido che si leva al Signore; […].

Se si grida col cuore, per quanto la voce del corpo resti in silenzio,

il grido, impercettibile all’uomo, non sfuggirà a Dio».

Sant’Agostino, Discorso 29,1

Il grido

Se qualcuno dovesse pensare che l’ingiustizia resterà impunita e che il grido del debole non sarà ascoltato, si sbaglia e farebbe bene a preoccuparsi nel caso fosse lui a praticarla. Fin dall’inizio la Bibbia ci assicura che nessun grido rimane inascoltato. Lo vediamo qui, nel testo della Genesi, dove, prima della preghiera di Abramo, si dice che Dio ha deciso di scendere perché ha sentito il grido del suo popolo.

Anche più avanti, all’inizio del libro dell’Esodo, Dio ancora una volta scende perché ha sentito di nuovo il grido del suo popolo (Es 2,23, ma questo termine ritorna numerose volte nel libro dell’Esodo). Il popolo non sa neanche a chi rivolgere quel grido, non si dice infatti a chi sta gridando, eppure non c’è invocazione che Dio non ascolti. Quante persone oggi stanno gridando nella disperazione, senza sapere neanche con precisione a chi si stanno rivolgendo? Quel grido è preghiera. Sì, perché la preghiera è il luogo della nostra nuda fragilità, dove ci ritroviamo senza speranza, impotenti e non possiamo fare altro che mostrarci così, disarmati e stanchi.

Avvicinarsi

Ci sono poi coloro che raccolgono quel grido, se ne prendono cura, non perché Dio abbia bisogno della nostra intercessione, ma per diventare collaboratori di Dio in quest’opera di giustizia. Colui che prega così, come Abramo, ha il privilegio di stare alla presenza di Dio. Pregare è avvicinarsi a Dio, proprio come Abramo. In questa esperienza di preghiera, che è vicinanza al mistero, avviene il grande miracolo di conoscere un po’ di più il volto di Dio, proprio come quando ti avvicini alla pagina di un libro per leggere meglio. Abramo cerca, intraprende un viaggio nel mistero. Domanda, insiste. La sua audacia è evidente in quella ripetizione del pronome che peraltro la prima volta è al maschile e la seconda volta è al femminile: “lontano da te…lontano da te”. Nella preghiera viviamo l’esperienza di una totalità inafferrabile.

Davanti a un padre

Ora forse possiamo capire meglio cosa voglia dire che Gesù ci insegna a pregare. Ci indica una via per conoscere meglio il volto di Dio. Gesù ci permette di avvicinarci ancora di più a quella pagina e di leggerla meglio. Nella preghiera stiamo davanti a un padre. Stare davanti al padre significa stare davanti a colui che mi ha generato, davanti all’origine, sono davanti alla mia storia. Davanti a un padre si chiede, ma posso farlo solo se mi fido.

Quello che ci manca

La preghiera è il luogo in cui riconosciamo quello che ci manca e cerchiamo qualcuno che si prenda cura di noi. Ci manca innanzitutto la tua presenza, Signore, perciò sia santificato il tuo nome, quel nome che è la tua essenza. Che io sia come un bambino che ti chiama e non come un adulto che dimentica! La preghiera è il grido di chi vive l’ingiustizia e perciò cerca il tuo Regno. È il grido di chi non trova senso nella vita faticosa che porta avanti e perciò ti chiede un po’ di pane per dare senso almeno alla giornata di oggi. Ci manca il perdono, Signore, perché siamo irretiti nella nostra rabbia e nel nostro rancore. Siamo come quei bambini che hanno paura che il loro papà lasci la loro mano, si sentirebbero perduti, come noi, Signore, se tu ci lasci nella tentazione. Ecco, la preghiera è questa esperienza di povertà e di piccolezza. Se non abbiamo il coraggio di stare in questa nuda fragilità davanti a Dio non arriveremo mai a pregare veramente.

Il padre più dell’amico

Gesù sa bene che l’esperienza del padre è ambigua, conosce bene la cattiveria di tanti padri. Eppure c’è qualcosa di buono che può essere salvato. Anzi, neppure l’amico, sembra dire Gesù, arriva a esprimere quella benevolenza che rimane nel profondo del cuore di un padre. Per quanto possiamo trovare nell’amico quello che cerchiamo, solo il volto del padre rivela più propriamente il cuore di Dio. L’amico può deludere, il padre no. L’amico può chiudere la porta, il padre no. L’amico può darti retta magari per stanchezza, il padre non darà mai una serpe o uno scorpione al figlio. L’amico è libero rispetto all’amico, il padre è vincolato da un legame che non può recidere. Al di là d quella che sarà stata la nostra esperienza di padre, la buona notizia di Gesù è che per te ci sarà sempre un padre pronto ad ascoltare il tuo grido.

Leggersi dentro

– Qual è il grido che oggi esprime la tua preghiera?

– Hai il coraggio di chiedere quello che ti manca veramente?

8 commenti

  1. Grazie per queste indicazioni che sono consolazione perché sostengono nell’indefinito e cercano di dare strumento umano – il grido – a quello che forma non ha. Cos’è in fondo la preghiera se non consapevolezza della propria nudità? Faccio sempre più fatica a definire Dio come Padre o come Madre; la collocazione di genere, la sua antropomorfizzazione – pur se solo affettiva – mi riporta al suo limite e alle inevitabili sovrastrutture culturali. Forse mi sento più vicina al “sussurro di una brezza leggera”, il vento morbido e carezzevole sulla pelle, mi fa sentire viva pur nella nudità. Grazie.

  2. Padre, in questo particolare momento di crisi, politica, economica, crisi delle famiglie…come non invocare: “Venga il tuo Regno!”

    1. Gentile padre Gaetano, Chissà perchè il mio commento non è stato inserito al Suo testo… Un po’ mi spiace. Buona domenica

      Paola Stradi * *— Via F. Zugno, 11 35134 Padova 335 1239087 paola.stradi66@gmail.com

  3. Mi beo al pensiero di un Buon Padre che e’ la salvezza dell’Umanita’. Grazie!!

  4. Grazie per queste parole così equilibrate, così autentiche, da diventare nuovo sostegno e nuova speranza.

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