meditazioni

Ho pensato solo a me! Gli abissi che abbiamo scavato

Ventiseiesima domenica del T.O. anno C

28 settembre 2025

Am 6,1.4-7   Sal 145   1Tm 6,11-16   Lc 16,19-31

«Adesso il mondo è come un frantoio,
si trova nelle tribolazioni;
se quindi tu sei morchia,
vai a finire nelle fogne;
se invece sei olio,
rimani nell’anfora»,
Sant’Agostino, Discorso 113/A, 11

L’inferno di tutti i giorni

Libri, film e racconti si sono sbizzarriti nel tentativo di proporre una rappresentazione dell’inferno. È certamente uno degli argomenti su cui l’intelletto incontra grandi ostacoli nel tentativo di cercare spiegazioni o immagini adeguate. Eppure, tante volte, nel linguaggio comune, affermiamo che una situazione è infernale. Ne facciamo esperienza. Sentiamo che è così.

Una delle definizioni più immediate e toccanti dell’inferno, la troviamo nel Diario di un curato di campagna, di G. Bernanos: «L’Inferno, signora, è non amare più». In quel romanzo si racconta la storia di un giovane prete che si ritrova in una parrocchia in cui sperimenta una grande ostilità da parte della gente e si trova nel mezzo delle beghe familiari dei conti del luogo. Mentre il giovane curato parla dell’inferno alla contessa, sta dando sfogo in realtà all’inferno che lui stesso vive. Il giovane curato è un alcolizzato per tara familiare. Il suo inferno, quello che si porta dentro, è l’isolamento profondo dal mondo, quell’impossibilità di comunicare ciò che ti porti dentro, l’impossibilità di confessare il bisogno di essere amato.

Una grande distanza

Il testo del Vangelo di Luca ci presenta, non a caso, l’inferno come un abisso, una grande distanza. E il Vangelo sembra voler suggerire che quella distanza la scaviamo durante la vita, siamo noi stessi che ci costruiamo l’inferno della solitudine.

Dove sto sbagliando?

Il ricco epulone è l’ennesimo personaggio, dopo i figli del padre misericordioso e l’amministratore scaltro, che si mette a cercare in modo sbagliato il senso della vita. Ancora una volta il Vangelo torna a metterci in guardia contro quella tentazione sottile di sfamare solo noi stessi. Il ricco epulone divora la vita e la trattiene per sé. Siamo tutti esposti a quella voce che continuamente ci esorta a pensare prima di tutto a noi stessi: pensa prima a te! Salvati! Perfino Cristo, sulla croce, sente quella stessa tentazione.

Preoccupazioni

Il ricco epulone non ha nome. È già nell’inferno, perché se non hai un nome non puoi essere chiamato: il ricco vive già nel suo isolamento. Neanche Dio ha un nome per lui.

Nel linguaggio evangelico, la ricchezza è il contrario del dono: se sei ricco vuol dire che non hai donato. Il ricco epulone è uno stile di vita: si vestiva e si dava a lauti banchetti. Nel Vangelo di Matteo, al contrario, Gesù invita a non preoccuparsi di quello che indosserete e di quello che mangerete.

Vestirsi e mangiare sono le nostre grandi preoccupazioni: preoccuparsi per il vestito vuol dire preoccuparsi dell’immagine che devo dare agli altri, vuol dire preoccuparsi del giudizio che gli altri hanno su di me. Per questo ogni giorno ci affatichiamo nel cercare la maschera giusta per compiacere il mondo senza mostrare mai il nostro vero volto. Siamo preoccupati di cosa mangeremo, perché non ci fidiamo degli altri e pensiamo sempre di dover andare a caccia per conquistarci le nostre prede.

Il ricco epulone è proprio il contrario dell’immagine di Cristo: se il ricco si veste, Cristo si spoglia della sua uguaglianza con Dio, se il ricco si dava a lauti banchetti, Cristo dona il suo corpo come cibo.

È dunque la preoccupazione per se stessi che pian piano scava l’abisso che ci separa dagli altri e da Dio.

Mancanza o attaccamenti

A differenza del ricco epulone, Lazzaro, il cui nome significa “Dio aiuta”, è colui che vive la beatitudine della mancanza. Lazzaro desiderava sfamarsi: la sua fame lo spinge a non smettere di desiderare. Lazzaro cerca, è aperto alla vita. E infatti Dio ha per lui un nome. Lazzaro non è isolato perché non è sazio, ha inevitabilmente bisogno di un altro, non basta a se stesso.

Al contrario, quella stessa terra a cui si è attaccato, diventa per il ricco la sua tomba: fu sepolto. Quella terra, a cui si è attaccato gelosamente, gli cade addosso. L’inferno ce lo costruiamo durante la vita quando ci chiudiamo dentro le nostre torri d’avorio, quando ci attacchiamo alle nostre sicurezze, ai nostri ruoli, quando ci difendiamo dietro quell’immagine diventata ormai una gabbia.

Una nuova occasione

Come l’amministratore disonesto era chiamato improvvisamente dalla vita a rendere conto, così anche per il ricco epulone c’è un momento in cui vede: la vita ci offre sempre generosamente l’occasione di vedere dove siamo.

Vedere è il verbo della responsabilità perché ci permette di ri-decidere della nostra vita. Come sto cercando di dare senso alla mia vita? Prendendo e trattenendo per me oppure ho ancora il coraggio di chiedere da mangiare?

Come per il ricco epulone, così anche per noi, solo Mosè e i profeti possono risvegliarci dai nostri stordimenti: Mosè e i profeti indicano la Parola di Dio nel suo insieme. Fin dal mattino la Parola ci scuote e ci distoglie da quella quotidiana preoccupazione di cercare l’abito giusto o di chiuderci da soli nei depositi delle nostre sicurezze.

  • Che cosa potrebbe portarti ad allontanarti da Dio e dagli altri?
  • Che cosa stai costruendo con la tua vita?

6 commenti

  1. Buongiorno caro Don Gaetano La leggo sempre volentieri e grazie per offrirci sempre ragioni di speranza. Spero di rivederci presto al Percorso Seguimi della Diocesi di Caserta. Buona e santa giornata Ciro D’Alesio

  2. Caro Don Gaetano, credo che per utilizzare al meglio i tanti doni ricevuti, tra cui anche la ricchezza, occorre sentirsi e vivere come amministratori e non proprietari. E’ una sfida quotidiana!

    Buona domenica.

    Roberto Chicca.

  3. Il dolore credo sia comunque una grande tentazione; tende a collocarti altrove, lontano: il dolore e le disillusioni delle persone amate: il calice amaro del sentirsi utile, ma niente altro. Questo inaridisce l’anima. E’ un esercizio eroico – ovvero solo una resa – credere: dire mi fido di te, ti voglio bene; credere che la tua Parola sia lampada vera, luce vera.

  4. Non riuscire più ad amare mi provoca sofferenza, pensando al suo immenso e sconfinato amore per me. Mi ritrovo ad aver costruito la mia vita preoccupandomi sempre degli altri e mai di me stessa. Forse é giunto il momento di riflettere sul Suo insegnamento. Grazie padre Gaetano delle sue riflessioni che mi sono di aiuto nell’apprendimento della Parola.

  5. Ho lasciato che il Ruminare la Parola come dice Sant’Ignazio, il “gustare” (la Parola) affinché risuoni nel mio Cuore, parli della mia Vita, sia Vivente…da qui la “risonanza” che mi continua a portare su alcuni punti:

    La Beatitudine della mancanza: ringrazio Gesù di avermi fatto conoscere l’importanza di sentirmi bisognosa, non autosufficiente. Il riconoscere che il “Dio che aiuta” è Lì per Amore, per farmi camminare, per farmi crescere, per farmi “Vedere” dove sono, dove ero…

    Lo scoprire il Senso della mia Vita con Gesù apre Orizzonti, Spazi Nuovi.

    Gesù si è Abbassato per Sollevare, per fare della propria Vita una Resurrezione dell’Anima.

    Grazie Gesù, non sarei nulla senza di Te. Libera, leggiadra, in Cammino con Te. Apro il mio Cuore a Te.

    Cristina

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