meditazioni

Preferisco non guardare! L’illusione di evitare la sofferenza

Ventiduesima domenica del T.O. anno A

30 agosto 2026

Ger 20,7-9   Sal 62   Rm 12,1-2   Mt 16,21-27

«La rinuncia è l’atto di svuotarsi,
la conversione è un riempirsi:
è un movimento non solo fisico,
ma anche interiore».

Sant’Agostino, Discorso 368,3

La paura di soffrire

La sofferenza ci fa paura! Tentiamo di nasconderla, proviamo ad evitare il dolore. Educhiamo in modo irreale le future generazioni a un ideale di perfezione e di benessere che non esiste. Viviamo spesso in una bolla estetica senza consistenza.

Siamo una generazione di Dorian Gray, il protagonista del romanzo di Oscar Wilde, che fa un patto per non invecchiare offrendo in cambio la sua anima, mentre un suo ritratto si modifica accogliendo i segni del decadimento e le conseguenze del suo comportamento immorale. Come dimostra la conclusione del romanzo, si tratta di un’illusione destinata al fallimento.

Un passaggio obbligato

Nel vangelo di questa domenica, Pietro si fa voce del mondo che non accetta la sofferenza. La sua non è una preoccupazione per il destino di Gesù, ma è l’espressione della sua paura di rimanere sconfitto: se Gesù perde, i suoi amici falliscono. Pietro è interessato alla conservazione del suo privilegio, vuole evitare di trovarsi in una situazione di fallimento. Anche noi vorremmo evitare di passare attraverso la sofferenza, vorremmo evitare l’umiliazione, speriamo di saltare la tappa del dolore. Eppure la sofferenza fa parte della vita, anzi diventa spesso l’occasione per scelte mature, il passaggio obbligato per crescere.

Stare al proprio posto

Gesù ordina a Pietro di riprendere il suo posto, cioè di mettersi dietro a Dio e non davanti: l’uomo non è colui che indica la strada al Signore, ma colui che accetta e segue la strada che il Signore gli indica. Mettersi davanti a Dio significa stravolgere l’ordine delle cose. È l’illusione di eliminare Dio e di mettersi al suo posto. Se ci mettiamo davanti a Dio, diventiamo ostacolo, scandalo, pietra di inciampo. Impediamo a Dio di realizzare il suo sogno per l’umanità.

Uno spazio per Dio

Il discepolo deve stare dietro a Gesù, quello è il suo posto: stare dietro significa lasciarsi condurre, significa non diventare proprietario dell’itinerario. Occorre poi rinnegare se stessi, cioè mettere da parte il proprio io. Se le nostre ragioni vogliono avere il primato, non c’è spazio per le ragioni di Dio. Se il nostro io vuole preservarsi a tutti i costi, non c’è modo per spendersi per il Signore. Se il nostro io è strabordante e ipertrofico, non c’è possibilità di lasciar entrare in noi la vita di Dio.

Solo se rinneghiamo noi stessi, possiamo prendere la croce. La croce è infatti la logica del Vangelo, il modo di pensare di Dio. O prevale il nostro modo di pensare o facciamo spazio ai criteri del Vangelo. Solo a questo punto possiamo dire che veramente stiamo seguendo il Signore.

La testazione dell’autosalvezza

Come Dorian Gray, abbiamo l’illusione di salvarci da soli. La tentazione dell’autosalvezza attraversa la storia dell’umanità. Persino Gesù sulla croce ha vissuto questa tentazione: salva te stesso! Siamo tentati di pensare prima di tutto a noi, di mettere da parte gli altri. Siamo educati fin da piccoli a perseguire con tenacia il nostro misero, piccolo interesse. Ed è proprio così che ci perdiamo, perché progressivamente ci allontaniamo dalla vita che è Dio.

Il coraggio di perdere

Abbiamo confuso la vita con il nostro io. Ci siamo persi. Pensavamo di guadagnare il mondo e invece abbiamo perso l’anima. Solo se ci perdiamo per il Vangelo, lasciando morire il nostro io, troviamo veramente la vita, perché Dio entra pienamente nel nostro cuore.

Per mantenere in piedi le nostre illusioni di finto benessere, indossiamo maschere che diventano pesanti ed esigenti da mantenere. La maschera della finzione è l’illusione che ci impedisce di vivere la nostra vita. Meglio mostrare i segni autentici del nostro dolore, le cicatrici della sofferenza, le rughe dell’invecchiamento, ma sentire che abbiamo vissuto pienamente fino in fondo.

  • Che rapporto hai con la tua sofferenza? La accogli, la vivi o la eviti?
  • Come gestisci la tentazione dell’autosalvezza?

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