meditazioni

Pensavo di essere felice! L’illusione di una conquista

Solennità di tutti i Santi

1° novembre 2026

Ap 7,2-4.9-14   Sal 23   1Gv 3,1-3   Mt 5,1-12

«La beatitudine inizia dall’umiltà».

Sant’Agostino, Il discorso del Signore sulla montagna, I,iii,10

Il desiderio del cuore umano

C’è una domanda che da sempre alberga nel cuore dell’essere umano. Una domanda che viaggia attraverso i secoli. Un interrogativo che guida le scelte e le azioni delle persone. È la domanda sulla felicità: in che modo posso essere felice? È il desiderio che ci spinge a cercare, ma anche l’ansia che purtroppo ci induce a volte a invidiare l’altro. Può essere la spinta per darsi da fare, ma può essere anche il motivo per cui proviamo a distruggere gli altri. Nel tentativo di assicurarci il nostro pezzo di felicità rischiamo di essere disposti a tutto. Forse per questo filosofi, intellettuali, poeti hanno provato a riflettere e a proporre la loro idea di felicità. Nella cultura occidentale attuale, per esempio, si associa spesso la felicità all’autodeterminazione, alla possibilità di fare quello che voglio. Si ricerca la felicità attraverso il possesso, sia delle cose che delle persone, attraverso il guadagno, perseguendo visibilità e riconoscimento. Dobbiamo allora farci una domanda: siamo davvero felici o dobbiamo riconoscere che stiamo sbagliando strada?

Una visione sorprendente

Anche Gesù nel suo primo discorso nel Vangelo di Matteo, proprio come se fosse il primo giorno di scuola, comincia dal capitolo sulla felicità: «siete beati…in quanto». Gesù parla proprio di felicità. Beato traduce infatti il termine macharios. Un aggettivo che descrive una condizione presente. Ci sono situazioni in cui noi ci possiamo riconoscere felici, ma umanamente sono situazioni paradossali, non ci verrebbe di pensare che siamo felici quando non abbiamo niente o quando siamo perseguitati. Se davvero fosse il primo giorno della scuola di Gesù, probabilmente il giorno dopo quella scuola sarebbe vuota! E forse è proprio quello che accade oggi. Non siamo più disposti a dare credito a questo insegnamento del maestro.

Fare o stare?

Gesù è un maestro rivoluzionario. Nella tradizione classica precedente, per esempio, il filosofo per eccellenza che aveva trattato del tema della felicità, era Aristotele, il quale però aveva usato un termine diverso, la felicità era per lui un sostantivo: eudaimonia. La felicità, secondo Aristotele, devi raggiungerla, ti devi da fare, devi mettere in atto delle azioni per poter arrivare allo scopo. E forse noi siamo ancora lì, pensiamo ancora che la felicità dipenda da noi e dalla nostra bravura.

Gesù usa un termine diverso forse proprio per segnare una differenza nel modo di intendere la felicità: sei felice se impari a stare nelle situazioni faticose della vita, non per diventare un eroe, ma per scoprire proprio lì la presenza di Dio. È lì che si crea lo spazio per accogliere Dio. Essere felice è fare spazio a Dio. In altre parole, si tratta di imparare a guardare al di là dell’apparenza.

Scoprirsi felici

I poveri in spirito sono felici perché non hanno nessuno a cui aggrapparsi se non Dio; al contrario non si è felici quando si tenta di cercare la propria salvezza in cose umane, quando ci si inginocchia davanti agli idoli che ci ingannano e ci illudono.

Sono felici quelli che sono nel pianto, perché nel dolore Dio non rimane lontano ma ci consola, se glielo permettiamo, talvolta invece chi è nel dolore reagisce con il risentimento e non lascia spazio a Dio.

Sono felici i miti, coloro che sono deboli, che non hanno la forza di reagire, perché Dio diventa il loro difensore, al contrario i violenti confidano nella loro forza e non si aprono all’opera di Dio.

Sono felici coloro che hanno fame e sete di giustizia, cioè della volontà di Dio, sono coloro che cercano Dio in tutte le cose e rinunciano a farsi giustizia da soli, cercano la giustizia di Dio non la propria.

Sono felici i misericordiosi perché sanno perdonare, cioè sanno lasciar andare il rancore, non restano aggrappati al ricordo del male.

Sono felici i puri di cuore, perché non hanno secondi fini, hanno un occhio trasparente, capace di vedere le cose così come sono.

Sono felici gli operatori di pace, perché cercano sempre di mediare, di superare i conflitti, al contrario ci sono quelli che impiegano il loro tempo per mettere zizzania e creare divisione.

Sono felici i perseguitati per la giustizia, cioè coloro che sono disposti a pagare di persona, a differenza dei codardi che hanno paura di testimoniare con la vita a favore della verità.

Il coraggio di guardare

A questo punto, Gesù avrà alzato lo sguardo, dopo queste beatitudini impersonali, si rivolge infatti a noi che ascoltiamo oggi: beati voi…discepoli di ogni tempo, voi che ascoltate e vi lasciate interrogare, voi che oggi cercate la felicità. Questa parola ti riguarda!

Essere discepoli di Cristo non è facile, perché ci hanno messo addosso degli occhiali deformanti che ci spingono a leggere la realtà in un modo distorto. Vivere le beatitudini significa allora prima di tutto toglierci queste lenti e riconoscere nelle nostre situazioni, faticose e difficili della vita, la presenza di Dio. Non come promessa, ma come realtà. Matteo usa sempre l’indicativo, mai il congiuntivo. È un dato di fatto. La promessa è già certezza. Il futuro è già presente. I cieli sono un modo per indicare colui che li abita, cioè Dio: se la nostra ricompensa è nei cieli, questo non indica un aldilà, ma Dio stesso. La nostra ricompensa è in Dio, adesso, se gli facciamo spazio nella nostra vita.

  • Qual è la tua idea di felicità? Come la stai perseguendo?
  • Qual è la beatitudine che fai più fatica a vivere?

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