Meditazione per gli operatori della Caritas della diocesi di Napoli (12 dicembre 2013)

ombraLe attese deluse. Quando l’altro non è come me

di p. Gaetano Piccolo sj

Attesa è una parola bella, affascinante, ma anche pericolosa, rischiosa.

È affascinante e bella nella misura in cui esprime i nostri desideri: il desiderio di un incontro, l’attesa di una persona. Agostino dice che il desiderio è il recipiente dello Spirito santo, se ci presentiamo a Dio con il nostro desiderio, lo Spirito sa dove mettere i suoi doni.

Ma l’attesa è anche rischiosa quando la trasformiamo in pretesa.

Vorrei fermarmi allora su questo: un invito a vigilare sui momenti e le situazioni in cui trasformiamo le attese in pretese, sia nei nostri confronti, sia nei confronti degli altri (tante volte facciamo fatica a collaborare insieme perché pretendiamo dall’altro che sia in un certo modo – non ci aspettiamo semplicemente che l’altro sia così, ma lo pretendiamo). Ma anche nei confronti di Dio, nella nostra vita spirituale, rischiamo a volte di trasformare l’attesa in pretesa, pretendiamo cioè che Dio si manifesti nella nostra vita in un determinato modo, e così diventiamo ciechi al modo originale e sorprendente in cui Dio si manifesta nella nostra vita.

Perché coltiviamo delle pretese nei confronti di noi stessi?

Fin da bambini abbiamo interiorizzato messaggi molto esigenti, da parte dei nostri genitori, da parte degli insegnanti o di altre figure significative. Proviamo a pensare: cosa si aspettavano gli altri da me, quando ero piccolo? Che fossi buono, bravo a scuola, educato…

È possibile che non sia riuscito a rispondere a quelle attese/pretese dei miei genitori e magari mi sono portato dentro un senso di colpa. E lo rivivo ogni volta che non sono all’altezza della situazione che ho davanti. Le situazioni come queste mi creano ansia.

Oppure, può darsi, che ancora oggi io stia cercando di rispondere a quelle attese/pretese che ancora sento dentro di me, come se i miei genitori o i miei insegnanti fossero presenti.

Queste pretese vengono fuori quando dico a me stesso: devo sempre ascoltare tutti; devo farmi vedere sempre disponibile; devo sacrificarmi per gli altri…

Un primo suggerimento è questo: trasformare i ‘devo’ in ‘vorrei’, “mi piacerebbe provare ad ascoltare tutti”, “mi piacerebbe essere sempre disponibile”…

Già solo dirsi queste cose, in un modo diverso, ci fa sentire più sereni.

Questa prospettiva del vorrei, del mi piacerebbe ci aiuta infatti ad accogliere meglio anche il nostro fallimento, anche il fatto che a volte non saremo capaci di ascoltare o di essere disponibili.

In altre parole saremo più disponibili ad accogliere anche i nostri fallimenti, gli errori, i limiti.

U. Galimberti dice: per essere se stessi occorre accogliere a braccia aperte la propria ombra.

L’ombra rappresenta i nostri limiti o più in generale quegli aspetti di noi che preferiamo non vedere.

Cosa succede quando ci sforziamo di respingere questi aspetti della nostra personalità che non vogliamo vedere?

C’è una parabola del vangelo che secondo me spiega bene questa dinamica (Lc 18,9-14):

9 Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: 10 «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. 11 Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12 Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. 13 Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. 14 Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».

Il pubblicano rappresenta l’ombra del fariseo, quella parte di sé che il fariseo non accetta di se stesso, quella parte peccatrice di cui si vergogna e che non vuole riconoscere.

Proprio quando non siamo disposti ad accettare in noi alcuni aspetti, li proiettiamo sugli altri.

Quando sentiamo un moto di ripulsa verso qualcuno, proviamo a chiederci se non mi sta ricordando qualche aspetto di me, della mia storia, del mio carattere, che non apprezzo molto e che preferirei non vedere.

Davanti ad una persona molto autoritaria, direttiva, possiamo avere un moto di rifiuto. Come mai, solo perché riteniamo che non sia un bene essere autoritari? Forse ci sono motivi più profondi: per esempio mi ricorda quando da bambino ero trattato con severità e non voglio rivivere quelle esperienze; oppure quella persona autoritaria potrebbe ricordarmi quello che io non riesco ad essere, sebbene lo desideri: mi piacerebbe essere più duro, ma non lo sono.

A volte, per esempio, possiamo rifiutare il povero, perché ci ricorda come potremmo essere: ho paura di essere come questa persona, non voglio diventare così.

Il fariseo rappresenta colui che combatte con la propria ombra, la rifiuta, non la accoglie… e se ne tornò a casa non riconciliato con se stesso. Continuerà a portarsi dentro quella tensione. Il fariseo è uno che vive di pretese, non si attese, e proietta sugli altri le proprie pretese.

Il fariseo è l’uomo che ha messo se stesso al centro, parla sempre di IO, non è in grado di riconoscere che c’è un altro.

Il pubblicano è la persona che ha accolto la propria ombra, si è riconciliato con la sua parte negativa. Il pubblicano non dice IO, ma Tu: ti ringrazio…

E se ne andò riconciliato.

Per uscire dalle nostre pretese, occorre farsi da parte, fare spazio all’altro: non esisto solo io. L’altro mi ricorda che si può essere anche diversi.

Antony De Mello diceva: qual è la differenza tra un santo e un peccatore? Praticamente nessuna, ma il santo riconosce di essere peccatore, il peccatore no.

Questa pretesa nei confronti degli altri, che nasce sempre da una mancata accoglienza del proprio limite, della propria ombra, è la dinamica che mina alla base sempre i nostri rapporti fraterni.

Tutto il libro della Genesi racconta questa dinamica, la fatica di essere fratelli. I racconti della Genesi vogliono comunicarci che fratelli non si nasce, ma si diventa, e lo si diventa attraverso un lungo e faticoso cammino: Caino e Abele, Esaù e Giacobbe, ma soprattutto Giuseppe e i suoi fratelli (Gen 37-46).

Giuseppe è il figlio di Giacobbe, l’11mo figlio, poi ce ne sarà un altro, Beniamino. Ma Giacobbe ha un particolare affetto per Giuseppe, tant’è che gli confeziona una tunica dalle lunghe maniche, cioè una tunica con la quale non puoi né lavorare nei campi né pascolare le pecore.

I fratelli cominciano a odiare Giuseppe e il motivo è semplice: la quantificazione dell’amore, a lui di più a me di meno. È esattamente questo pensiero che spesso avvelena le nostre relazioni. Il punto non è se il padre mi ama o no, ma la mia attenzione si focalizza sul confronto, sul ‘quanto’, diventiamo molto presto ‘ragionieri dell’amore’. Non godiamo dell’amore che riceviamo, perché siamo spesso preoccupati di confrontarlo con quello che ricevono gli altri.

I fratelli odiano sempre di più Giuseppe perché proiettano su di lui le loro paure: Giuseppe infatti comincia a fare dei sogni. Sono solo dei sogni, eppure i fratelli sono talmente spaventati da quei sogni, da quelle ambizioni, forse da quel narcisismo di Giuseppe, che decidono di ucciderlo.

Ecco quello che avviene nelle relazioni umane: quando i sogni, i desideri, le aspirazioni dell’altro ci fanno paura, forse non perché riguardano direttamente noi, ma semplicemente perché su quei sogni proiettiamo le nostre paure, ciò che non abbiamo o non siamo capaci di fare. Allora decidiamo di togliere l’altro di mezzo. E conosciamo molti modi per uccidere chi ci fa paura!

Giuseppe viene venduto dai suoi fratelli, finisce in Egitto, e dopo una serie di avventure diventa il vice del Faraone.

Accade che c’è una grande carestia e i fratelli di Giuseppe devono andare in Egitto a chiedere del grano.

Quando Giuseppe li vede, rivive tutta la sua storia di male.

Sono quegli episodi inattesi che improvvisamente ci ricordano un nostro vissuto doloroso.

Giuseppe prende atto di quello che si sta muovendo in lui, prende atto della rabbia e del dolore, e decide cosa farne. I fratelli sono in suo potere e potrebbe farli morire.

Giuseppe sceglie una strategia diversa.

Non si fa riconoscere e organizza una pedagogia complessa: fa rivivere ai fratelli un’esperienza simile a quella che loro hanno fatto vivere a Giuseppe. Li fa accusare di essere delle spie e dei ladri. Sono anche loro accusati ingiustamente.

Solo alla fine Giuseppe svela la sua identità.

Quello è il momento della riconciliazione: i fratelli prendono consapevolezza del loro peccato, accolgono la loro ombra. Uno dei fratelli, Giuda, è disposto a dare la vita per il fratello più piccolo, Beniamino. Ora i fratelli sono diventati davvero fratelli e lo sono diventati attraverso un percorso faticoso e doloroso.

Giuseppe aiuta i fratelli a rileggere quella storia.

Quella storia è oggettivamente una storia di male: loro hanno fatto il male.

Ma Dio, dice Giuseppe, si è servito di quel male, è entrato in quella storia di male, e l’ha trasformata in una storia di bene. Proprio attraverso quel male, infatti, Giuseppe è arrivato in Egitto, e adesso gli è possibile dare loro da mangiare.

È la stessa dinamica che troviamo alla fine del vangelo di Luca, quando Gesù incontro i discepoli di Emmaus e li accompagna a rileggere una storia di male: Gesù è stato ucciso ingiustamente, ma Dio si serve di quella storia di male per farne un’occasione di salvezza.

Così anche noi siamo invitati a non rifiutare le zone d’ombra della nostra vita, ma a provare a cercare in esse il modo in cui Dio le sta trasformando in occasioni di vita.

E quindi l’ultimo passaggio: le nostre pretese su Dio.

Ci attendiamo che Dio si manifesti in un certo modo nella nostra vita, e così trasformiamo l’attesa di Dio in una pretesa su Dio.

Ma Dio è colui che ci sorprende, non è disponibile alle nostre pretese.

Dio è colui che fiorisce nella nostra vita in modo improvviso e sorprendente.

Questa è l’attesa: lasciar essere Dio. Lasciar essere Dio senza cecare di rinchiuderlo dentro le nostre pretese.

Domande:

–          Ci sono aspetti di me che faccio fatica ad accogliere?

–          Cosa mi infastidisce di più degli altri?

–          Avanzo delle pretese nei confronti di Dio?

3 replys to Meditazione per gli operatori della Caritas della diocesi di Napoli (12 dicembre 2013)
  1. sono rimasto perplesso per tutto quello che mi hai trasmesso giovedi 12 dicembre -chiedo di poter essere collegato con te per la liturgua domen. – esrecizi spirituali e roffozzarmi sul servizio caritas.- grazie saverio abate diacono email saveriodiacono@gmail.com

  2. Riconoscere e accettare la propria ombra è esercizio faticoso e doloroso. E’ ancor più faticoso trasformare le zone d’ombra in occasioni di vita. Occorre molta determinazione e non sempre riusciamo a mantenere la dritta, nonostante la fede.
    Siamo e restiamo fortemente imperfetti, e sempre di più abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio, che dobbiamo ancora imparare a riconoscere.

  3. Carissimo pJ Gaetano, ti ringrazio di cuore per la meditazione che hai condiviso con noi utenti della rete lontani da Napoli, ma sempre assetati della Parola.
    Come uomo di Dio, ma prima ancora come profondo conoscitore dell’animo umano, ci aiuti ad affrontare meglio le piccole e grandi difficoltà della vita.
    Grazie

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