Soppressione e ricostituzione della Compagnia di Gesù

Perché la Compagnia di Gesù fu soppressa nel 1773?

Come fu ricostituita nel 1814?

 

Una tesi oggi molto seguita fa leva sull’atteggiamento conservatore dei gesuiti.

Da una parte l’Illuminismo trovò un alleato nel giansenismo, dall’altra i gesuiti si fecero difensori di aspetti culturali, devozionistici e politici considerati reazionari.

 

A partire dal 1750 la Compagnia di Gesù diventa l’obiettivo polemico di quelle correnti che si oppongono all’oscurantismo, di cui i gesuiti sono considerati portatori.

 

Come mai il Giansenismo diventa alleato dell’Illuminismo contro i gesuiti?

Il Giansenismo era incentrato su una visione radicale della grazia, a partire da un’interpretazione ristretta della dottrina di Agostino: la grazia è indispensabile all’uomo, senza di essa, l’uomo sarebbe irrimediabilmente perso. Anzi la grazia sarebbe irresistibile e non lascerebbe un’effettiva libertà di scelta. D’altra parte la grazia sarebbe concessa solo a una piccola parte dell’umanità. Cristo non sarebbe morto per tutti gli uomini, ma solo per molti.

 

Le affermazioni sulla grazia dei giansenisti erano state condannate nella bolla “Cum occasione” di Papa Innocenzo X nel 1653, ma il Giansenismo restava comunque una corrente spirituale, moralmente molto severa  ed esigente, opposta all’esteriorità e alle forme di religiosità popolare.

Proprio su questo punto, cioè il rifiuto del devozionismo, il Giansenismo si ritrovò alleato dell’Illuminismo cattolico, soprattutto nell’impero Asburgico e in Toscana.

 

Paradossalmente saremmo portati a pensare che il Giansenismo sarebbe dovuto entrare in conflitto con l’Illuminismo, perché, spostando il baricentro sulla grazia, riduceva lo spazio all’azione dell’uomo e al suo libero arbitrio.

D’altra parte ci saremmo aspettati un’alleanza tra Illuminismo e gesuiti, proprio per lo spazio dato dai gesuiti all’umanesimo cristiano, la dimensione dell’incarnazione dell’inculturazione.

Sembra però che la storia non abbia seguito questa logica. Prevalse infatti la dimensione riformatrice che era più accentuate nel Giansenismo che non nei gesuiti. E proprio sul piano delle riforme l’Illuminismo trovò un alleato nei giansenisti e non nei gesuiti.

 

Per esempio:

  • i giansenisti, e non i gesuiti, avevano sviluppato un atteggiamento critico nei confronti dell’autorità e della tradizione ecclesiastica, nel senso di una richiesta di riforma nella direzione di un ritorno alla chiesa primitiva, dal momento che la Chiesa viveva un tempo di decadenza. Di fatto l’Illuminismo cattolico esaltava la chiesa dei primi secoli e criticava gli sviluppi medievali e post-tridentini.
  • In questa direzione, i giansenisti propendevano per una pietà semplice e criticavano le devozioncelle diffuse dai gesuiti, come la devozione del Cuore di Gesù e la devozione per la Madonna. Quella dei giansenisti era una pietà cristocentrica, i cui punti di riferimento erano la Sacra Scrittura (di cui i giansenisti proponevano la lettura integrale e la diffusione tra il popolo), dall’altra la liturgia (per esempio la partecipazione attiva del popolo alla liturgia e la comunione intra missam, la recita del canone ad alta voce e addirittura le messa in volgare). Tutto questo era vicino alla sensibilità illuministica, ma non a quella gesuitica.
  • Il sistema gesuitico dell’educazione, ispirato all’umanesimo del Cinquecento, aveva perso nel corso del Seicento il contatto con i nuovi sviluppi intellettuali. La Compagnia continuava ad avere il monopolio dell’educazione, attraverso i Collegi, ma d’altra parte le nuove discipline, soprattutto le scienze naturali, la storia e le lingua moderne, la storia ecclesiastica, erano trascurate. La ratio studiorum rimase quella promulgata sotto Aquaviva nel 1599 e non fu più aggiornata. Anche in questo caso, coloro che erano sulle posizioni progressiste dell’Illuminismo, trovavano un avversario proprio nei gesuiti. Paradossalmente la riforma dell’istruzione sarebbe stata possibile solo con la distruzione della Compagnia, come di fatto avvenne. I suggerimenti del benedettino austriaco Franz Stephen Rautenstrauch vennero assunti nel 1774, un anno dopo la soppressione della Compagnia.

 

 

Intorno al 1770, quando scoppiò di fatto la guerra contro i gesuiti, il Generale dell’Ordine si trovò di fatto isolato, e ciò era dovuto, secondo diversi storiografi, all’atteggiamento di superbia che caratterizzava i gesuiti nel sentirsi superiori agli altri ordini, e tale atteggiamento veniva inculcato fin dal noviziato.

 

La campagna antigesuitica fu probabilmente acuita da un fato inatteso: la rivolta degli indiani delle riduzioni del Paraguay nel 1754 contro gli spagnoli. La rivolta era la conseguenza di un trattato stipulato tra Portogallo e Spagna in seguito al quale la Spagna acquistava dal Portogallo un tratto della riva sinistra del Rio della Plata, cedendo un territorio più vasto, che coincideva in buona parte con le riduzioni, cioè quei territori dove gli indiani si erano raccolti, dissodando i campi attraverso decenni di fatiche sotto la guida dei gesuiti. Gli spagnoli costrinsero gli indigeni ad abbandonare i campi e gli indiani presero le armi contro di loro. Un’insurrezione che ovviamente non aveva nessuna speranza di riuscita. I missionari gesuiti vennero immediatamente accusati di aver fomentato la rivolta.

 

 

Perché il potere politico era interessato a colpire i Gesuiti?

Un’interpretazione consiste nel vedere i Gesuiti come baluardo più forte del Papato. L’intenzione ultima sarebbe stata quindi quella di colpire il Papa stesso attraverso l’Ordine che principalmente lo difendeva.

Molto più probabilmente la lotta fu rivolta contro i Gesuiti per i seguenti motivi:

  • La Compagnia occupava posizioni di potere che nessun altro ordine religioso possedeva in tale misura: nel campo dell’educazione e delle cattedre teologiche per esempio; ma anche per il ruolo dei confessori nelle corti cattoliche: a partire dal 1750 i confessori gesuiti cominciarono ad essere sostituiti da confessori di tendenza prevalentemente giansenistica.

 

Le due fasi della lotta contro la Compagnia:

  • Sotto papa Clemente XIII (1758-1769)
    • Espulsione dei Gesuiti e soppressione statale dell’Ordine dagli Stati cattolici: Portogallo, Spagna, Napoli, Parma. I Gesuiti dovevano lasciare le loro case in poche ore, portando via solo breviario e abiti (secondo alcuni ci sarebbe un caso analogo sono con l’espulsione dei Gesuiti dal Lussemburgo nel 1941 ad opera della Gestapo).
    • In questa fase il papa solidarizzò con i Gesuiti contro le corti.
  • Sotto Clemente XIV (1769-1774)
    • Francescano conventuale. Viene scelto perché su di lui convergono pareri diversi, sia di chi pensa che sopprimerà la Compagnia sia di chi pensa che possa salvarla. Di fatto cercò di temporeggiare, dicendo che per sopprimere l’Ordine ci sarebbe voluto il consenso di tutte le corti cattoliche. Alludeva all’Austria, dove Maria Teresa conservava simpatie per i Gesuiti. Ma questa scappatoia venne meno nel momento in cui Maria Teresa diede la figlia Maria Antonietta al principe ereditario francese, e Parigi consentì solo alla condizione che Vienna accettasse la soppressione dei Gesuiti. Papa Clemente XIV soppresse la Compagnia nel 1773 con il breve “Dominus ac Redemptor”. Il breve pontificio, dopo aver ricordato le accuse rivolte da varie parti alla Compagnia, senza entrare nel merito, si appella per giustificare la soppressione alla necessità di una durevole pace, che sarebbe impossibile da raggiungere finché l’Ordine sarebbe restato in vita.

 

Nel 1794 Ferdinando di Parma ristabilisce i Gesuiti nel suo ducato con l’aiuto del gesuita Giuseppe Pignatelli, in quella occasione scrive a papa Pio VI ricevendo una risposta strana: il papa gli diceva in pratica di non conoscere la decisione di sua altezza, benché sapesse. Il Papa desiderava essere informato di tutto ciò che riguardava i Gesuiti, ma non ufficialmente.

Cosa era avvenuto nel frattempo.

La rivoluzione francese, ma soprattutto l’anno del terrore nel 1792.

L’opinione comune era che tutto ciò non sarebbe successo con la presenza dei Gesuiti, per cui da più parti si cominciava ad invocare la ricostituzione dell’Ordine.

 

I Gesuiti erano sopravvissuti in Russia, dove Caterina aveva proibito la pubblicazione del Breve di soppressione e ordinato ai Gesuiti di continuare la loro opera di formazione della classe dirigente.

Ma questo permesso “laico” non poteva bastare ai Gesuiti: era di per sé una contraddizione un ordine di Gesuiti non voluto dal Papa!

 

La svolta avvenne con Pio VII che a partire dai primi anni del 1800 cominciò a ravvivare l’Ordine dei Gesuiti con l’aiuto dei gesuiti sopravvissuti in Russia.

Già nel 1801 Pio VII confermò ufficialmente la continuazione della Compagnia in Russia con il Breve “Catholicae fidei”, ma non poté ristabilirlo in tutta la Chiesa a causa dell’opposizione di Napoleone, di cui lo stesso Pio VII si ritrovò prigioniero a partire dal 1809.

Dopo la sconfitta di Napoleone, solo due mesi e mezzo dal suo rientro a Roma dall’esilio francese, Pio VII portò a compimento la restaurazione della Compagnia con la Bolla “Omnium ecclesiarum” del 7 agosto 1814. Era stata prevista per la festa di Sant’Ignazio ma non si fece in tempo.

In realtà fu un colpo a sorpresa, neppure i nunzi erano stati preavvertiti, e, a parte Parma e Napoli, gli altri Regni erano contrari. Pio VII intendeva così mettere i sovrani di fronte al fatto compiuto.

In realtà il vero ritorno della Compagnia dall’esilio russo si compì solo nel 1820, quando la sede dell’Ordine fu riportata a Roma in occasione della Congregazione generale. Da questo momento fu proprio la Russia a chiudere le porte ai Gesuiti: poteva essere accolto un ordine decapitato a Roma, ma non si poteva tenere in Russia un ordine che rappresentava un’invadenza delle potenze occidentali. La Russia sarebbe rimasta chiusa ai Gesuiti fino agli anni Novanta del XX secolo.

 

Secondo alcuni storici non ci furono grandi discontinuità tra la Compagnia prima e dopo la soppressione, se non quelle inerenti al percorso che la Chiesa e la società avevano compiuto. D’altra parte ci sono state ben più forti discontinuità se confrontiamo la Compagnia fondata da Ignazio con quella voluta da Borgia come terzo Generale oppure se pensiamo ai cambiamenti introdotti durante il generalato di Arrupe.

 

Non è vero che la Compagnia sia uscita indebolita dalla ricostituzione: solo la nuova Compagnia e non quella del Seicento o del Settecento diventa l’ordine religioso maschile più numeroso.

 

La Compagnia ricostituita è

  • Certamente ultramontanista, cioè sostenitrice del primato del Papa sulle chiese nazionali, ma anche in questo caso non c’è particolare differenza rispetto alla Compagnia antecedente alla soppressione.
  • È non tanto monarchica, bensì legittimista, cioè accettavano l’autorità esistente e condannavano ogni tentativo rivoluzionario di cambiamento, né si impegnavano per un’evoluzione tendente ad una maggiore partecipazione popolare. Vi furono anche casi, come quello dei gesuiti di Napoli, che si spinsero ad affermare che la monarchia assoluta era la forma migliore di governo. Ma in quel caso fu costretto ad intervenire il Generale Roothan.

 

Come interpretarono i gesuiti la soppressione del 1773? Quale lettura ne diedero nel corso dell’Ottocento?

In generale si può dire che l’interpretazione fu di tipo ultramontanista, cioè lo scopo era difendere il papato. L’interpretazione pertanto fu che il papato si era trovato indebolito e costretto a prendere quella decisione.

 

Se è vero che la Compagnia è caduta nel 1773 a causa delle sue posizioni conservatrici e se la Compagnia ricostituita nel 1814 divenne un baluardo contro la rivoluzione, si capisce che il rapporto con la modernità è sempre stato un problema. Se a ciò aggiungiamo che con il generalato di Arrupe i problemi con Giovanni Paolo II furono legati proprio alle aperture alla modernità (questione della giustizia, opzione per i poveri, teologia della liberazione…) e che attualmente il primo papa gesuita è apprezzato o contestato proprio per quelle che sembrano aperture alla modernità, allora dobbiamo dedurne che c’è qualcosa da indagare in questo rapporto tra Compagnia e modernità.

In altre parole potremmo dire che questo è il rischio di chi accetta la sfida di stare alla frontiera: la frontiera è sottile e a volte sfuggente. Occorre prudenza per non mettere il piede dalla parte sbagliata. Ma non si può essere gesuita senza accettare questo rischio.

 

[Relazione tenuta a Padova (Centro Giovanile Antonianum) il 31 luglio 2014]

 

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