Mai ‘na gioia! L’intervista mancata a Erode

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In occasione della solennità dell’Epifania…

 

Ero appena arrivato a casa di Erode per un’intervista sul settimanale Masada, quando hanno annunciato che degli stranieri chiedevano di passare la frontiera. L’approvazione del Re si era resa necessaria per la difficoltà di identificare esattamente la provenienza di questi individui. L’autorizzazione andava concessa anche per i prodotti esotici che intendevano portare con loro e dai cui non avevano intenzione di separarsi, prodotti insoliti, di cui si era temuta inizialmente la pericolosità. Le indagini avevano poi rilevato la presenza di materiale prezioso e per questo erano stati autorizzati a passare.

 

Io fremevo per l’intervista e non avevo molto tempo, ma quel giorno la casa di Erode era un via vai: Erode era già di per sé una persona insicura e quando gli hanno detto che gli stranieri cercavano un Re, ma che non si riferivano a lui, Erode era stato assalito dai suoi frequenti attacchi di inferiorità. Non capiva perché nella vita gli capitasse di essere sempre confrontato con qualcun altro, non capiva perché non potesse essere mai l’unico. Era come se nella vita ci fosse sempre qualcuno a guastargli le feste: «mai una gioia!».

 

Visto che c’ero e che Erode era agitato per le sue cose, ho cominciato a fare qualche domanda agli inservienti. Mi chiedevo, per esempio, come mai Erode non uscisse mai di casa. Come mai non andava direttamente lui a vedere come stavano le cose? La gente avrebbe apprezzato. Mi hanno guardato inorriditi: «che bisogno c’è di uscire quando hai tutto a portata di mano?», mi hanno detto. Ho cercato di spiegare che la realtà ci appare diversa quando ci confrontiamo direttamente con essa. Mi hanno dato del filosofo e se ne sono andati.

 

Effettivamente Erode sembrava un tipo insicuro: percorreva la casa sempre nello stesso modo. Aveva alcuni luoghi fissi in cui viveva durante il giorno. Viveva continuamente con l’incubo che qualcuno potesse cambiargli i mobili del soggiorno per paura di non sentirsi più tranquillo nelle sue sicurezze. Questa cosa degli stranieri poi l’aveva gettato nel panico: sempre per non muoversi e non uscire dalla torre nella quale ormai si era chiuso, aveva addirittura permesso agli stranieri di entrare in casa sua per interrogarli.

 

Erode era un furbacchione, da piccolo lo chiamavano la volpe. Proprio la sua insicurezza, che lo portava a vedere complotti contro di lui dappertutto, lo aveva reso astuto e cercava sempre di giocare di anticipo, ma non sempre ci azzeccava, perché a volte trovava qualcuno più furbo di lui che lo fregava! Ma a quel punto diventava violento: mi hanno detto che una volta la figlia della compagna con cui conviveva si era rifiutata di mangiare perché voleva vedere Ballando sotto le stelle, era patita di ballo, e lui le aveva negato internet per una settimana, senza cedere mai davanti al pianto osceno della ragazzina!

 

Finalmente sono arrivati questi benedetti stranieri per l’audizione. Dopo pochi minuti, Erode è uscito furioso dal suo ufficio, gridando che avrebbe subito istituito una commissione d’inchiesta. Ha immediatamente firmato i contratti per le consulenze esterne e ha radunato un gruppo di saggi per studiare le riforme da realizzare contro il possibile colpo di Stato.

 

Mentre tutti cercavano di calmare il Re, dicendogli «stia sereno, maestà, stia sereno», ma ottenendo, non so perché, l’effetto contrario, ho approfittato del clima di agitazione generale per avvicinare il gruppetto di stranieri – effettivamente un po’ inquietanti e dall’aria allucinata –  per cercare quale segreto avessero rivelato. Non capivo bene la loro lingua, ma a gesti mi hanno fatto comprendere di aver compiuto un viaggio assurdo: prima a piedi, poi stipati nei camion per il trasporto di cammelli, eppure non avevano mai perso la speranza, era come se una luce li guidasse (quest’ultima cosa è una mia interpretazione, perché continuavano a indicarmi col dito il cielo e, mi sembra, le stelle che cominciavano a spuntare, visto che ormai si faceva tardi). Certo mi colpiva il contrasto tra la paura di Erode di uscire di casa e il coraggio di questa gente che si faceva chilometri a piedi, superando ostacoli, affrontando pericoli, senza sapere neppure dove stavano andando con precisione. Ma mi colpiva altresì la conoscenza che mostravano della vita, la tranquillità con cui si muovevano in luoghi che non conoscevano, la facilità con cui cercavano di farsi capire, ma soprattutto la gioia che avevano negli occhi. Era come se cercare qualcosa – che non sapevano neanche bene loro cosa fosse – li rendesse vivi!

 

Non ho saputo più nulla di loro, sebbene si sia fatto il loro nome a proposito della strage avvenuta qualche settimana dopo in una scuola di Betlemme, dove persero la vita molti bambini. Qualcuno avrebbe detto che quei prodotti esotici che portavano con loro sarebbero stati in realtà armi segrete con cui erano riusciti a superare i controlli. Un inserviente della casa di Erode, con cui avevo fatto amicizia durante la mia intervista mancata al Re, mi disse però che Erode era infuriato, peggio di quando tolse internet alla figlia della compagna, perché, secondo lui, il gruppetto di stranieri gli avrebbe mancato di rispetto, anzi, diciamo pure che lo avrebbero fregato. Per giorni avrebbe minacciato di fargliela pagare, «vedremo chi comanda!», continuava a ripetere.

 

Ormai sono passati circa trent’anni da quelle vicende, ma Erode è sempre lo stesso: stavolta però invece di prendersela con le ragazzine che ballano, se la prende con i giornalisti! Dicono che si sia vendicato contro un certo G.B. che avrebbe svolto un’inchiesta su una presunta parentopoli negli uffici amministrativi di Gerusalemme: aveva proprio ragione il direttore di Ecclesiaste, nulla di nuovo sotto il sole!

 

 

PS: nota storica per coloro che cercano le pulci ovunque, ovviamente nella realtà storica si tratta di due Erode diversi (Erode il Grande, morì quando Gesù era ancora bambino), ma il senso del raccontino che mi è venuto stamattina, è che Erode è sempre tra noi, e forse, peggio, dentro di noi!