A chi consegnerò la parte peggiore di me? Nuove teorie sulla sindrome di Calimero

Meditazione sul Vangelo

del Battesimo del Signore (anno C)

10 gennaio 2016

Lc 3,15-22

calimero

Cosa fai quando incontri la parte peggiore di te e non riesci a scrollartela di dosso? Cosa fai quando ti guardi dentro e realizzi perché nessuno è disposto ad accoglierti così come sei veramente?

 

Certo, ciascuno di noi desidera essere accolto, così com’è, da qualcuno. Ciascuno di noi desidera essere accolto a braccia aperte, senza essere giudicato. Alcuni vivono tutta la vita immersi nella propria sindrome di Calimero, nella convinzione di non poter essere amati da nessuno.

 

Non so se sia un sogno o un’aspirazione freudiana, ma secondo me l’esperienza di essere accolto e amato così come sono è proprio quello che avviene nel battesimo, o meglio è il significato profondo del battesimo a cui non siamo più abituati e a cui potrebbe essere utile tornare.

 

I primi cristiani scendevano dentro una vasca battesimale. Uno scendere che è chiaramente una discesa dentro di sé, dentro la parte più buia, là dove ti senti morire. E mentre scendevano progressivamente i gradini della vasca, i neofiti vedevano riflesso sul pelo dell’acqua l’immagine di Cristo, volto del Padre, o in altri casi il monogramma di Cristo, e avevano la percezione di scendere dentro Cristo, di lavarsi in Cristo. Avevano trovato uno che li aspettava sul fondo della vasca, uno al quale consegnare la parte peggiore di sé, uno disposto a farsene carico.

 

Ecco perché i primi cristiani, come si avverte dal tono di questo testo di Luca, sentivano l’esigenza di rispondere a una domanda che deve essere circolata a lungo: perché è Gesù il Messia e non Giovanni Battista?

 

Giovanni Battista si allontana dalla città, si ritira in luoghi solitari, prende le distanze. Chiede alle persone di andare verso di lui per essere battezzate. Predica l’ira imminente di Dio, chiede la conversione in cambio della salvezza.

 

Gesù rimane nella città, si muove, va incontro alla gente, mangia con i peccatori, si confonde con loro. Predica la misericordia del Padre, offre il perdono gratuitamente, invitando, nella libertà, a scegliere di cambiare vita.

 

A volte mi chiedo se siamo veramente diventati discepoli di Gesù o se siamo ancora discepoli del Battista.

 

Gesù si mette in fila, diventa uno dei tanti. La buona notizia è che Dio si è fatto come noi, condivide la nostra sorte. Mi rendo conto che è una buona notizia che può deludere: ci aspettavamo un Dio trionfante, uno che ci risolve i problemi, uno che fa piazza pulita dei nemici, e invece ci ritroviamo un Dio che ci sta accanto, che condivide la nostra sorte, che ci incoraggia mentre siamo in fila ad aspettare.

È inutile fingere: qui siamo davanti a un’immagine scandalosa di Dio, quasi irriverente, un’immagine che forse delude le nostre attese.

 

Onestamente non mi meraviglia affatto di vedere Gesù in fila con gli altri: è espressione di quella sua ossessione contro la logica del privilegio. È il suo rifiuto di trasformare le pietre in pane (sono i versetti immediatamente successivi al battesimo): che male c’è? Se hai fame, dice la tentazione, se hai digiunato per quaranta giorni, se nessuno ti vede, se hai il potere di farlo, perché non approfittare?

 

Che Dio inutile! Non solo non mi fa le magie, ma pretende addirittura che io faccia la fila…come tutti gli altri.

Gesù è il figlio che ha imparato dal Padre: «In lui mi sono compiaciuto!». Gesù è il volto del Padre. Il Padre stesso si rivede nel Figlio. Mi dispiace, ma Dio la pensa proprio come Gesù!

 

Il battesimo è l’inizio di un tempo nuovo della vita. Non a caso, nella tradizione cristiana, è legato al dono di una veste bianca. Anche per Gesù, il battesimo segna l’inizio della missione. Noi, purtroppo, viviamo la vita più come progetto che come missione. I progetti nascono spesso dalle nostre costruzioni mentali e dai nostri deliri, nascono dalle nostre proiezioni e dalla nostra ricerca di privilegi. La missione nasce invece da una risposta: che sia Dio o che sia la vita, c’è un altro che mi fa una proposta, che mi invita. Vivere la vita come una missione è dire alla vita, spesso invece vivere la vita come un progetto è dire a se stessi.

 

Per Gesù la vita è una missione, perché è una risposta all’invito del Padre, è un movimento interiore che nasce davanti alla sofferenza della gente.

 

 

Leggersi dentro

–          A chi consegno la parte peggiore di me?

–          La mia visione di Dio è più vicina a quella di Giovanni Battista o a quella di Gesù?

–          Vivo la vita come progetto o come missione?