Pensavo fosse amore e invece erano solo carrube. La delusione di chi non riesce più a tornare a casa

Meditazione sul Vangelo

della IV domenica di Quaresima anno C

6 marzo 2016

Lc 15,11-32

Le relazioni si spezzano e a volte non sappiamo come fare a ricostruirle.

Le relazioni si spezzano perché decidiamo di andarcene quando l’amore diventa esigente. Ma le relazioni perdono senso anche quando decidiamo di restare solo per compiacere qualcuno che non amiamo più.

 

Ce ne andiamo senza sapere quello che cerchiamo veramente, giriamo a vuoto, intrappolati nelle nostre fantasie. Ma anche quando decidiamo di restare, facciamo fatica a trovare il senso e ci consumiamo nel rancore.

 

Vivere da ribelle o vivere da adattato sono due tentazioni cha abitano il nostro cuore. Sono due modi di amare immaturi: quello del bambino, che fa i capricci e vuole ricevere affetto senza vincolarsi mai, e quello dell’adolescente, che vive sempre nel confronto con gli altri, sempre in competizione, organizzando di tanto in tanto sommosse contro l’autorità.

 

Sono modi di amare che abitano il nostro cuore e che hanno bisogno di riconciliazione. L’amore è impegnativo, ci chiede di comprometterci.

Nell’amore spesso ci si perde. Ma proprio abitando questa perdizione, incontriamo Dio come colui che ci sta già cercando.

 

Come la pecora e la moneta, anche i figli si perdono. E come ci sono un pastore e una donna che cercano, così c’è un padre che aspetta e va incontro.

 

Le relazioni si spezzano talvolta perché vogliamo diventare proprietari dell’amore: dammi la parte che mi spetta! Il figlio minore è immagine di coloro che sentono la relazione come soffocante: desiderano amare, ma senza vincoli. L’affetto diventa un diritto e l’amore una rivendicazione.

Ogni relazione autentica invece è esigente e ci tira fuori dal nostro egoismo, ci costringe a cedere un po’ del nostro spazio. Abbiamo fame di relazione: proprio chi cerca di sfuggire alla relazione, alla fine si incolla (così nel testo) a un padrone. Alla fine, pur di mangiare, si accettano anche le carrube!

Millet carrube

È in quella fame che il figlio minore si ricorda del Padre.

Ma il figlio minore qui è ancora immagine di coloro che sono convinti di poter stare in una relazione solo da schiavi: trattami come uno dei tuoi salariati! Per il figlio minore la relazione non può essere altro che vincolo che toglie il respiro. Il Padre gli insegnerà che si può stare in una relazione anche da persone libere.

 

Il Padre è Colui che costruisce realmente percorsi di riconciliazione. Molte volte i passi verso l’altro sono solo film mentali che non si traducono mai in azioni concrete. Luca descrive invece l’amore del Padre attraverso gesti concreti: il vestito nuovo che è il segno della dignità (è il gesto di Dio nell’Eden, che confeziona tuniche di pelli per Adamo ed Eva che dopo il peccato prendono consapevolezza di essere nudi); l’anello recava il sigillo per gestire i beni: nonostante tutto, il Padre ridà fiducia al figlio e torna a mettergli i suoi beni nelle mani; i sandali sono il simbolo dell’uomo libero (lo schiavo cammina scalzo), perché in una relazione sana non dobbiamo per forza sentirci servi dell’altro; la festa è la celebrazione della vita dell’altro: voler bene a qualcuno vuol dire celebrare ogni giorno la sua vita.

 

Se alcuni stanno in una relazione da servi, altri ci stanno invece da estranei: il figlio maggiore solo apparentemente è rimasto nella relazione col Padre. È una relazione finta. Anche il figlio maggiore non è infatti nella casa: Luca lo immagina fuori. È talmente estraneo che ha bisogno di chiedere ad altri cosa sta avvenendo in casa sua. Il figlio maggiore è colui che non si coinvolge mai pienamente nelle relazioni: non usa mai la parola ‘fratello’! Ma sono gli altri che gli ricordano che colui che è tornato è suo fratello.

Il figlio maggiore rappresenta coloro che vivono l’amore sempre come competizione, sono sempre in gara con gli altri, misurano l’amore. Per questo sono sempre persone arrabbiate, incapaci di fare festa per l’altro, perché hanno sempre l’impressione che la festa per l’altro sia qualcosa tolto a loro.

Sono persone arrabbiate e la rabbia toglie lucidità. La rabbia ci porta a generalizzare, a fare di tutta l’erba un fascio: non mi hai mai dato un capretto! La rabbia assolutizza e cancella anche il bene che c’è stato. La rabbia vede solo quello che manca.

 

Il Padre è colui che affronta la rabbia e il rifiuto. Va incontro anche al figlio maggiore. Non banalizza la sua sofferenza, non lo richiama ai suoi doveri di fratello maggiore, non fa leva sul senso di responsabilità del più grande. Il Padre si fa vedere vulnerabile: al mai sostituisce il sempre (tu sei sempre con me), lo aiuta a guardare in modo più autentico alla loro relazione, una relazione di condivisione piena (tutto quello che è mio è tuo), una condivisione che, nella rabbia, il figlio maggiore è ormai incapace di vedere.

 

Questa parabola non si conclude, è aperta, come aperta resta sempre la porta della casa del Padre. Il figlio maggiore può scegliere. Ma soprattutto tu, lettore di oggi, sei invitato a scrivere la conclusione che vuoi dare a questa parabola.

 

Leggersi dentro

–          Quale conclusione proponi per questa parabola? Cosa farà il figlio maggiore?

–          Cosa hai imparato dal Padre?