La misericordia non è l’abracadabra della vita spirituale

Meditazione sul Vangelo della III domenica di Pasqua (anno C)

10 aprile 2016

Gv 21,1-19

 

 

«Io sono un peccatore.

Questa è la definizione più giusta.

E non è un modo di dire, un genere letterario»

papa Francesco

 

Una delle parole più inflazionate in questo momento è certamente “misericordia”: non c’è libro spirituale, convegno diocesano o incontro parrocchiale in cui non ricorra almeno una volta la parola “misericordia”. Il rischio è che alla fine questa parola finisca per significare qualunque cosa e dunque per non significare niente. La parola misericordia è diventata un po’ come l’abracadabra della vita spirituale, il passepartout dell’editoria. Somiglia un po’ ai prefissi eco- e bio- con i quali abbiamo confezionato infiniti termini negli ultimi anni per produrre tanto gelati salutari quanto master universitari.

 

Anch’io ovviamente sono stato sollecitato a proporre incontri sulla misericordia, ma più andavo avanti, più mi rendevo conto che siamo partiti tutti troppo in fretta, cominciando a parlare, a tenere conferenze, a sfornare libri e articoli, senza esserci presi un anno di meditazione, prima di produrre un anno di parole.

 

Dopo mesi di riflessione coatta sul tema della misericordia, mi sono detto che il testo di Gv 21,1-19 si avvicina bene all’idea che mi sono fatto di questo termine. Misericordia è nella mia esperienza quello che C. Rogers chiamava sguardo incondizionato positivo. È lo sguardo non giudicante, ma che cerca nell’altro le risorse positive che può mettere in gioco.

Caravaggio_Abramo

Non credo che la misericordia sia necessariamente da chiedere, come un mio confratello mi ha detto, penso però che la misericordia riesca a generare tutta la sua potenza solo quando è accolta dall’altro.

In questo senso, credo che Pietro abbia fatto l’esperienza della misericordia.

 

Alla fine del Vangelo ritroviamo di nuovo Pietro in una situazione di fallimento, molto simile al momento in cui Pietro aveva iniziato a seguire Gesù (cf Lc 5), come a dire che il fallimento accompagna la vita di Pietro (e di ogni uomo) dall’inizio alla fine. E la nostra vita rimane schiantata sotto il peso del nostro fallimento se non incontriamo lo sguardo incondizionatamente positivo di qualcuno che rimette in moto le nostre energie positive.

 

La situazione di fallimento nella quale Pietro è incontrato da Gesù alla fine del Vangelo è, se possibile, più grave di quella iniziale: se all’inizio si trattava di un fallimento professionale adesso si tratta del fallimento affettivo. La rete vuota diventa il simbolo sul quale Pietro proietta tutto il suo vissuto: la rete è vuota come il suo cuore.

Pietro ha provato a rimuovere il suo fallimento tornando a pescare. È il modo per cancellare il suo vissuto con Gesù. Cerca di tornare alle sue abitudini precedenti all’incontro con Gesù, come se nulla fosse avvenuto. Ma le situazioni della vita, con una certa ironia, lo rimettono (e ci rimettono) in una situazione imbarazzante, che lo rimanda immediatamente all’inizio della sua esperienza con Gesù.

 

Lo sguardo positivo incondizionato di Gesù parte dal bisogno dell’altro. Gesù fa emergere ancora una volta ciò di cui i discepoli mancano, quello che non hanno, quello che non sono riusciti a trovare. Gesù parte dalla loro fame, dal loro bisogno di essere nutriti da qualcosa che dia vita.

Gesù è il misericordioso (miser e cor) colui che ha il cuore presso i poveri o che ha il cuore povero, cioè non presso di sé. Il cuore di Gesù è tutto rivolto al bisogno di chi lo ha tradito. È proprio l’immagine del Sacro cuore: Gesù che toglie il cuore da sé per darlo a te che gli stai davanti con il tuo peccato.

 

Anche se siamo guardati e amati, difficilmente riusciamo a rendercene conto, perché spesso il nostro sguardo è ancora ferito: Pietro non riesce a vedere. È il discepolo amato che riconosce Gesù, colui cioè che non si è sottratto allo sguardo di Gesù in croce. Il discepolo amato è colui che è rimasto sotto lo sguardo incondizionatamente positivo di Gesù.

 

Nel momento in cui Pietro si sente visto da Gesù, si predispone a un incontro: il testo dice che piuttosto che svestirsi per buttarsi in mare, Pietro si veste, perché era spogliato, per gettarsi in acqua e andare verso Gesù. Anche in questo caso, la memoria rievoca in Pietro quel giorno in cui Gesù lo aveva invitato a camminare con lui sulle acque, cioè a non avere paura della morte, di quella morte che continuamente minaccia le nostre giornate, la morte che ci fa sentire soli, la morte che ci fa sentire falliti, la morte che ci fa sentire inutili. Ora, sostenuto da quello sguardo misericordioso, Pietro trova il coraggio di affrontare il mare.

 

Attraverso uno sguardo positivo incondizionato su Pietro, Gesù vuole generare uno spazio, che è lo spazio della misericordia, che tenga insieme le differenze. La Chiesa è lo spazio della misericordia, è lo spazio dove ciascuno, nella sua specifica differenza di peccatore, può sentirsi incondizionatamente accolto. La rete vuota di Pietro si riempie infatti di 153 grossi pesci, numero enigmatico, ma che forse dice semplicemente l’enorme differenza di coloro che stanno dentro questa rete che è la Chiesa. Una rete che non si spezza nonostante queste differenze. E solo lo sguardo misericordioso, solo lo sguardo incondizionatamente positivo, può garantire l’unità e la tenuta della rete. È la misericordia che fa l’unità della Chiesa.

 

Lo sguardo del Risorto davanti al peccato di Pietro è lo sguardo di Cristo davanti al peccato di ciascuno di noi. Gesù non indaga sulle motivazioni del tradimento di Pietro, non banalizza i suoi errori, non suscita sensi di colpa. Gesù riattiva le energie positive di Pietro, aiuta Pietro a vedere il buono che c’è in lui e che lo stesso Pietro è incapace di vedere. Gesù riparte da quello che Pietro è disposto a mettere a disposizione, positivamente. Le relazioni si ricostruiscono solo ridando fiducia all’altro, ma la fiducia è sempre un rischio, non ha mai un esito scontato. La fiducia è gratuita, non è un prestito, è una perdita fin dal primo momento.

 

Le domande di Gesù non sono solo una rilettura del triplice rinnegamento di Pietro, sono anche un cammino per Pietro verso la scoperta di sé: nelle prime due domande Gesù usa un verbo greco (agapao) che indica un amore alto, nobile, di predilezione. Addirittura nella prima domanda Gesù chiede a Pietro se lo ami più di tutti o più di tutte queste cose. Ma, come se non sentisse questo sguardo positivo su di lui, Pietro risponde sempre con un altro verbo: ti voglio bene (Pietro usa il verbo fileo che indica un amore di amicizia).

Alla terza domanda, Gesù abbandona le sue pretese e accetta di partire da dove Pietro sente di poter ricominciare: anche Gesù usa il verso fileo (mi vuoi bene, Pietro?). È come se Gesù accettasse di partire da dove in quel momento Pietro sente di poter ricominciare.

Pietro si rende conto però di non conoscersi: Signore, tu lo sai. Attraverso quello sguardo incondizionatamente positivo, Pietro si è reso conto che Gesù vede in lui delle risorse che egli stesso ancora non vede, ma quello è il punto di partenza. La misericordia spinge a scoprire il bene non ancora visto.

 

Ora, Pietro può rispondere di nuovo a quel seguimi di Gesù, ma la sua risposta non è più fondata sull’ingenua fiducia nelle proprie forze, come all’inizio, adesso Pietro risponde all’invito di Gesù perché ha riconosciuto i propri limiti. La risposta di Pietro diventa più autentica e meno ideale, diventa una consegna.

 

È chiaro dunque che nessuno potrà avere uno sguardo di misericordia sull’altro se non ha sperimentato prima su di sé quello sguardo. E anche qualora avessimo fatto quell’esperienza, resta il fatto che la misericordia non è una parola a buon mercato.

 

 

Leggersi dentro

–          Dove ho fatto l’esperienza di uno sguardo positivo incondizionato su di me?

–          Qual è per me la fatica più grande ad avere uno sguardo di misericordia?