Il lupo non ti mangerà! Avremo sempre bisogno di qualcuno che ci tenga la mano

Meditazione sul Vangelo della IV domenica di Pasqua (anno C)

17 aprile 2016

Gv 10,27-30

 

 

«Il cristiano è un animale malato

che fa della propria debolezza una virtù,

proiettando in una illusoria vita oltre la morte

il premio per le proprie sofferenze e frustrazioni».

F. Nietzsche

 

Siamo pecore che a volte si perdono. Sarà stata la curiosità o a volte la monotonia, ma a tutti è capitato di allontanarsi dal gregge. Abbiamo cercato altri pascoli o semplicemente cercavamo un po’ di solitudine.

Ma, come le pecore, cerchiamo sempre un ovile a cui ritornare, cerchiamo un pastore che si prenda cura delle nostre ferite e calmi le nostre paure.

 

Non è solo un desiderio, non è solo un’aspirazione, un sogno che può starci oppure no, cercare qualcuno che si prenda cura di noi è un bisogno che chiede necessariamente di essere realizzato. Siamo nati ancora fragili e la nostra vita non sarebbe mai sbocciata se qualcuno non si fosse preso cura di noi.

 

Attraverso l’immagine del Pastore, Gesù dice che solo lui colma in pienezza il nostro bisogno di cura. È come se il senso della sua vita fosse esattamente quello di mettersi sulle spalle la pecora smarrita: non a caso, nelle prime rappresentazioni di Cristo, quelle delle catacombe, quando i primi cristiani cominciavano a cercare immagini per rappresentare il Dio in cui credevano, l’hanno subito dipinto come il pastore bello che ha sempre una pecora sulle spalle:

«Come un pastore egli fa pascolare il gregge

e con il suo braccio lo raduna;

porta gli agnellini sul seno

e conduce pian piano le pecore madri». Isaia 40,11

buon pastore

Non è scontato riconoscere in noi il bisogno di cura che ci abita. La nostra cultura ci spinge ad affermare la nostra autonomia, l’indipendenza e l’autosufficienza. L’uomo postmoderno non ammette vuoti, è pienamente immerso nell’illusione di poter rispondere sempre autonomamente alle proprie mancanze.

Da Nietzsche in poi, il gregge è diventato per noi il simbolo della mancanza di libertà e di autonomia del pensiero. E proprio perché rifiutiamo di riconoscere in noi il bisogno di qualcuno che si prenda cura di noi, finiamo con il rifiutare anche l’idea di un Dio che si fa pastore.

I Giudei stessi sono infastiditi da questa immagine proposta da Gesù e, davanti a questa immagine di Dio, prendono le distanze (Gv 10,31: «Di nuovo i Giudei raccolsero pietre per lapidarlo»): paradossalmente preferiamo un Dio che ci chiede sacrifici e sforzi per essere degni di lui, piuttosto che un Dio che viene a cercarci quando ci siamo persi. Preferiamo un Dio che ci metta alla prova come in un’eterna gara piuttosto che un Dio che si prende cura delle nostre ferite. Siamo molto più inclini a verificare quanto siamo bravi, piuttosto che a vedere quanto siamo feriti!

 

L’unico modo per non perdersi è ascoltare la voce del Pastore: come in qualunque relazione, solo con il tempo si impara a riconoscere la voce dell’altro. La voce è il segno della presenza, rende presente l’altro anche quando non c’è: quando qualcuno ci chiama, ma non riusciamo a vederlo, ne riconosciamo la presenza attraverso la voce. La Parola di Dio è la voce attraverso cui Dio ci raggiunge, la Parola di Dio è la voce del pastore che raduna il gregge.

Nella nostra vita si mescolano molte voci, spesso sono voci di mercenari a cui non interessa il nostro bene, ma solo il loro guadagno. Più diventiamo familiari con la voce del Pastore, tanto più facilmente saremo capaci di riconoscerla, anche quando ci saremo persi, anche quando saremo lontani, anche quando sta ormai calando la notte.

A differenza del mercenario, il pastore non fugge: è probabile che questa immagine sia emersa in un tempo di persecuzione della comunità cristiana. Ma i lupi che rapiscono e disperdono sono una realtà di ogni tempo. I lupi arrivano sempre, inevitabilmente, nella nostra vita. Possiamo anche credere di non essere inermi come pecore, ma se non ci fosse un pastore che si prende cura di noi, non potremmo che essere sbranati dai lupi.

 

Nella vita ci si può perdere, perché in quell’ovile che è la vita c’è sempre una porta: continuamente siamo messi davanti a situazioni in cui scegliere se vogliamo restare o se vogliamo andarcene. Forse non sempre è così evidente dov’è la vita e dov’è la morte. Ecco perché nel racconto di Gesù il Pastore stesso diventa la Porta: «io sono la porta delle pecore» Gv 10,7.

La porta è l’immagine della libertà: non siamo mai prigionieri di Dio. E anche questo ci spaventa: a volte avremmo preferito un Dio che ci avesse tenuti al sicuro dentro una torre senza porte e senza finestre. Ma il Dio di Gesù è il pastore di un ovile la cui porta è sempre aperta: la responsabilità di scegliere la vita è sempre nelle nostre mani. Ma seppure ci perdessimo, possiamo essere certi che il Pastore sta già venendo a cercarci.

 

 

Leggersi dentro

–          Come vivi il tuo bisogno di qualcuno che si prenda cura di te?

–          Preferisci un Dio che ti dice cosa devi fare o un Dio che lascia spazio alla tua responsabilità?