Viaggiare accompagnati. L’umanità della fede e la spiritualità della vita

Meditazione sul Vangelo dell’Ascensione del Signore (anno C)

8 maggio 2016

Lc 24,46-53

 

È facile far monaco l’uomo esteriore, basta volerlo.

Ma far monaco l’uomo interiore richiede un’ardua lotta.

Esichio il Sinaita

 

Il Vangelo parla sicuramente alle nostre dinamiche umane. Le parole di Gesù, i suoi racconti, partono sempre dalla situazione del suo interlocutore. Gesù incontra quello che l’altro sta vivendo. Il punto di partenza è inevitabilmente l’umanità.

La spiritualità dunque non può mai essere disincarnata. Se la spiritualità non partisse dall’umano, se non toccasse la carne, sarebbe solo un fantasma, un’idea incapace di incontrare la realtà.

Le nostre dinamiche umane diventano spirituali nel momento in cui sono il luogo nel quale incontriamo Dio. In questo senso la nostra umanità è da sempre già anche spirituale: Dio l’ha già incontrata creandola, fino all’incontro intimo in cui Gesù ha assunto questa carne, rendendo indissolubile ed eterna l’unione tra la carne e lo spirito, tra Dio e l’umanità.

 

La tentazione dell’uomo contemporaneo è di ripiegarsi su di sé, attraverso un’introspezione meticolosa che lo porta senz’altro a conoscere tante volte i meccanismi che lo abitano, ma senza la speranza di poter uscire dalla trappola del proprio io.

Se ci leggiamo dentro senza sentire lo sguardo di un altro che ci ama e ci accompagna, rischiamo di rimanere schiantati sotto il peso delle nostre perversioni. Se ci guardiamo dentro da soli rischiamo di rimanere intrappolati nello spazio tra l’io e il sé, tra ciò che siamo e lo sguardo giudicante su quello che siamo.

Abbiamo bisogno dello sguardo di un altro che ci liberi da questo anfratto e ci guarisca con la tenerezza del suo sguardo. Questa è l’esperienza di fede, che permette a una visione semplicemente (o troppo) umana di aprirsi alla speranza. E l’esperienza di fede è l’incontro con un Altro che ha amato e continua ad amare la mia umanità.

RossanoGospels_GoodSamaritan

Questo testo del vangelo di Luca descrive l’esperienza di fede come una grande liturgia che accompagna e trasforma la vita. Non a caso, in alcuni codici, questo testo termina con un ‘amen’.

La vita è una liturgia che inizia con l’annuncio di una parola che ci viene rivolta: queste sono le parole. Siamo destinatari di un messaggio, per quanto superficiali e distratti possiamo essere nella confusione frenetica della nostra vita. Qualcuno continua a dirci che per noi ha dato e continuerebbe a dare la vita.

Non riesco mai a meritarlo, eppure Cristo muore affinché io possa vivere, affinché la vita per me sia senza fine, eterna. Questa è la misericordia: fare l’esperienza di essere perdonato, mentre sono ancora nel mio peccato. Questa è la buona notizia per l’uomo, il cuore della nostra fede: il mio peccato non mi porterà alla morte eterna.

La liturgia della vita prosegue con un’epiclesi, parola difficile per indicare l’invocazione dello spirito santo, invocazione che ascoltiamo ogni volta che celebriamo l’eucarestia: e adesso, Padre, manda il tuo spirito… Ecco, il Padre continua a mandare su di noi il suo Spirito, la sua forza, la sua luce, affinché possa restare viva in noi l’esperienza di essere stati perdonati: Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso.

La memoria di questa esperienza è la condizione della testimonianza: voi, che avete fatto l’esperienza di sentirvi amati gratuitamente, condividete con gli altri questa esperienza. Di questo siamo testimoni, non di altro. Testimoni del fatto di essere stati giustificati, mentre meritavamo di essere condannati. Occorre parlare al plurale: Gesù ci rende testimoni. Fin dall’inizio, la Chiesa nasce plurale, non come esperienza individuale di singoli, ma come comunità che fa esperienza insieme di un perdono e, come comunità, viene inviata ad annunciare con la vita insieme l’esperienza della misericordia. La testimonianza di fede è fin dall’inizio condivisa, non personalistica.

Questa liturgia nella vita si conclude e non si conclude, termina, ma rimane aperta: il Signore benedice questa azione e, nel testo di Luca, i discepoli rispondono e accolgono questa benedizione prostrandosi davanti a Gesù, ma nel contempo tornano a Gerusalemme e rimangono per sempre nel Tempio, cioè entrano dentro una lode permanente. Per chi ha fatto l’esperienza del perdono nella propria vita, la vita stessa non può che diventare una lode perenne. Ed è esattamente questa lode, questa vita come lode, che diventa testimonianza. Amen, dunque. Sia così la mia vita.

 

 

Leggersi dentro

–          A quali aspetti concreti della tua vita, Dio sta parlando oggi?

–          In che modo sono testimone della buona notizia che è il Vangelo?