Voglio scendere! Nessuno ti obbliga a procedere verso la disperazione

Meditazione sul Vangelo

della X domenica del T.O. anno C

5 giugno 2016

Lc 7,11-17

 

Nel destino di ogni uomo

può esserci una fine del mondo fatta solo per lui.

Si chiama disperazione.

Victor Hugo

La nostra vita è continuamente attraversata da momenti di vuoto, di assenza, momenti di distacco e di perdita. Questo vuoto può diventare l’abisso in cui precipitiamo oppure lo spazio in cui ri-generare la vita.

 

Quando siamo chiusi nel nostro dolore, procediamo come un corte funebre, inesorabilmente convinti che non ci sia altro da fare che metterci una pietra sopra.

 

Dietro questo corteo funebre ci siamo tutti noi: è l’umanità che non riesce a trovare più una ragione per vivere, siamo noi che abbiamo perso i nostri punti di riferimento, siamo noi che abbiamo trasformato il giardino nel cimitero delle delusioni.

Monet-giardino

Tutto comincia infatti, in questo brano, con un paradosso: nel luogo delle delizie, Nain, si sta svolgendo la processione per un morto. Quella vita che doveva essere speranza ed entusiasmo è diventata lamento. Eppure quel cammino verso la tomba non è mai inesorabile: un altro corteo, il corteo della vita, attraversa la disperazione dell’umanità e la trasforma.

 

Dio entra delicatamente, incrocia la nostra vita, si coinvolge nella nostra disperazione. Gesù tocca la bara, incontra la morte, si contamina, rinuncia alla sua purezza pur di portare la vita.

 

Non piangere! Sono le uniche parole di Gesù in questo brano, come a dire: non continuare a trasformare la tua vita in un lamento, il tuo vuoto può diventare luogo in cui Dio ti restituisce la vita. Così come Nain, il luogo delle delizie, è stato trasformato in un funerale, così io ti dico che questo vuoto può diventare luogo in cui torni a generare. Come questo fanciullo, possiamo rimetterci in piedi, possiamo vincere la paura della morte, la convinzione della fine inesorabile.

 

Davanti a questa donna, lo sguardo di Gesù si commuove: ma chi è questa donna se non l’umanità che ha perso i suoi punti di riferimento, proprio come questa donna che non ha più né marito né figlio? È l’umanità che non trova più ragioni per vivere. È l’umanità vedova di Dio, l’umanità che ha perso lo sposo, che non lo riconosce più o che forse si sente abbandonata da Dio.

È l’umanità che non ha più figli da amare, forse perché non sa più amare, forse perché non è più capace di far crescere figli, forse perché è troppo concentrata su se stessa. È l’umanità che ha perso l’essenziale e che non sa cos’altro fare se non procedere inesorabilmente verso la morte.

 

Dio chiede a ciascuno di noi di rimetterci in piedi, di credere che possiamo vincere la nostra paura di morire, ci chiede di ricominciare a parlare, di non chiuderci nel nostro isolamento, di non rifiutare la relazione, l’incontro, la comunicazione.  Dio ci restituisce alla madre: è lo stesso gesto del profeta Elia (1Re 17,23), è il gesto di restituzione alla vita. In fondo è questo che chiediamo a Dio nei nostri momenti di morte: essere restituiti alla vita.

 

Dio non si rassegna davanti a questo corteo funebre che inesorabilmente procede verso la disperazione: Gesù vede, si commuove, avanza. Sono i verbi della misericordia. Come nella parabola del buon Samaritano e in quella del padre misericordioso, all’origine dell’azione di Dio c’è sempre uno sguardo che interrompe e sorprende. In fondo si tratta di ridare ad ogni cosa il suo significato: Nain non può essere il luogo di un corte funebre, così come la nostra vita non può essere il luogo del lamento. Quel giardino che abbiamo trasformato in cimitero deve tornare a fiorire.

 

 

Leggersi dentro

–          Dove ti collochi dentro l’immagine di questo corteo funebre?

–          Cosa ti sta impedendo di tornare a vivere?