meditazioni

Non ti seguo! Le trasmissioni su questa relazione riprenderanno il prima possibile

Meditazione sul Vangelo

della XII domenica del T.O. anno C

Lc 9,18-24

 

 

La croce l’abbiamo attaccata con riverenza

alle pareti di casa nostra,

ma non ce la siamo piantata nel cuore.

Don Tonino Bello

 

 

Tutti ci portiamo dentro un profondo bisogno di essere capiti.

Quando le relazioni ci deludono o si spezzano, la prima cosa a cui pensiamo è che non ci siamo capiti, che non siamo stati capiti: pensavamo di conoscere l’altro, ma ci troviamo davanti una persona diversa. Pensavamo di essere stati capiti e invece ci ritroviamo ad aver dato un’immagine diversa di noi.

Lasciarsi conoscere da qualcuno è un’impresa ardua, anche perché rimaniamo sempre un mistero persino a noi stessi.

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In questo brano del Vangelo anche Gesù esprime il suo bisogno di essere conosciuto, ma fa anche l’esperienza di non sentirsi compreso: la gente continua a proiettare su di lui schemi vecchi che non permettono di cogliere la novità della sua persona. Così anche noi preferiamo mettere etichette sulla vita degli altri, dare per scontato, supporre di aver capito. A Napoli usiamo dire: “sei carta conosciuta…”, ho imparato a leggere la tua vita e ti conosco già.

Forse per questo motivo Gesù invita ad andare fino in fondo, a continuare a vivere un’esperienza con lui, a passare anche attraverso l’umiliazione, la sofferenza e la morte: forse non tutto è ancora chiaro, forse c’è bisogno di camminare ancora un po’ insieme.

Questi versetti precedono infatti immediatamente la decisione di Gesù di andare verso Gerusalemme: Gesù ci sta invitando a fare la strada con lui per poterlo conoscere pienamente. È un invito a non fermarsi a quello che presumiamo già di sapere.

 

A differenza di Matteo e Marco che collocano la professione di fede di Pietro a Cesarea di Filippo, Luca – di solito così attento ai dettagli storici e geografici – non ci informa sul nome del luogo in cui avviene il dialogo tra Gesù e i suoi discepoli. Il luogo fisico dell’incontro diventa nel Vangelo di Luca un luogo interiore: Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. Il luogo da cui partire, ma anche il luogo delle domande fondamentali o il luogo del riconoscimento reciproco tra noi e Gesù è la preghiera.

 

È dal silenzio che comincia il cammino di ascolto dell’altro.

 

Non si può conoscere qualcuno se pretendiamo di camminargli sempre davanti, se pretendiamo di anticipare i suoi progetti e i suoi desideri. Per conoscere Gesù, ma direi per conoscere chiunque, occorre imparare a camminargli dietro, almeno per un po’. Stare dietro a Gesù vuol dire guardare dove lui mette i piedi, come affronta la vita, quali strade decide di percorrere. Il discepolo è infatti colui che davanti a ogni situazione si chiede: dove metterebbe i piedi Gesù in questa situazione?

 

Rinnegare se stessi vuol dire perciò mettere tra parentesi le proprie ragioni: la croce non è la sventura che ci ha colpiti. La croce è il Vangelo, la sua logica. Non possiamo assumere il modo di pensare del Vangelo se non rinunciando al nostro modo di pensare: il discepolo è colui che ogni giorno decide di scegliere alla maniera del Vangelo, secondo i criteri di Gesù. Perciò ogni giorno il discepolo decide di rinnegare il proprio modo autoreferenziale, egoista e ambiguo di pensare e decidere.

 

Come nella lotta di Giacobbe con l’angelo, il discepolo vince solo se perde nella lotta con Dio: ci sono persone che cercano a tutti i costi di salvare il monumento della loro vita, si svegliano ogni giorno con l’ansia di dover dare una sistemata alla propria immagine, sono ossessionati dalla paura che qualcuno svuoti i granai delle loro sicurezze. Queste persone sono già morte, hanno già perso la vita, perché non escono mai dalla torre del proprio io.

 

La pienezza della vita non è un perdere casuale, una distrazione, una sconfitta per disattenzione: chi perde la propria vita per causa mia e del Vangelo. La mamma per generare il figlio deve perdere qualcosa di sé. La lampada dà luce solo se l’olio diminuisce e il sale dà sapore solo se scompare. Non possiamo pensare di amare senza perderci. Chi ha provato ad amare sa quanto sia difficile amare pensando di poter continuare a rimanere padroni di se stessi.

 

 

Leggersi dentro

–          Come reagisco quando non mi sento capito?

–          Cosa sono chiamato a perdere oggi per salvare la mia vita?

6 commenti

  1. Succede che io legga questa meditazione un po’ in ritardo, per sopraggiunti problemi di vita personale e succede pure che io la legga dopo una censura che colpisce immeritatamente una mia allieva. Ho pensato alla Provvidenza, (- e perché no?-) e la prima riflessione che mi viene in cuore, dopo aver letto questo prezioso suggerimento e riletto il brano già ascoltato e meditato è: se non siamo stati capiti, aiutiamo chi non ci riesce a vederCi e a capirCi con questa piccola storia che si è materializzata improvvisamente davanti ai miei occhi.
    Noi uomini trasciniamo durante la vita terrena un grande sacco di juta pieno di sabbia d’oro , che durante il percorso, attraverso le maglie, perde i suoi granellini preziosi fino ad arrivare a fine vita completamente vuoto davanti al Signore. Chi si allontana dagli altri o ferisce i più deboli per ergersi potente in questo mondo, deve sapere che durante il percorso sta perdendo tutti quei granelli di potere per i quali si sente più grande degli altri e sicuramente ha già perduto sé stesso.
    Durante il Calvario della vita tutti perdiamo quell’inutile carico prezioso e rimaniamo nudi davanti a Dio. Stasera, anche se ferita, e soprattutto addolorata per il cattivo esempio offerto a una giovane studiosa, vorrei, aiutata dalle parole che ho assaporato questa sera, regalare a un vecchio amico / nemico la consapevolezza, che nulla del carico terreno ci seguirà, e che prima di giudicare bisogna tentare di offrirsi senza grandeggiare, senza ferire. Grazie, don Gaetano.

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