Siamo tutti vulnerabili

Meditazione sul Vangelo

della XV domenica del T.O. anno C

10 luglio 2016

Lc  10,25-37

L’uomo è un essere ferito:
dal diavolo che lo ferisce di concupiscenza,
da Dio che lo ferisce d’amore.
J. Maritain

A tutti può capitare, e capita, di ritrovarsi mezzi morti sulla strada.
Ci ritroviamo vulnerabili davanti a una relazione spezzata, davanti a un lavoro perso, per un amore finito o per una disobbedienza del corpo, ci ritroviamo vulnerabili davanti a un vuoto a cui non sappiamo dare nome, siamo vulnerabili in un bar di Dacca o nel mare in tempesta sopra una carretta della speranza.
Siamo tutti vulnerabili, possiamo essere feriti o uccisi dalla vita, in qualunque situazione, in qualunque tempo, in qualunque condizione ci troviamo. Siamo uomini e donne accomunati da questa impossibilità di sfuggire alla vulnerabilità che ci segna nel nostro concepimento.
La parabola del Vangelo di Luca è un invito a guardare le cose a partire da questa vulnerabilità condivisa. Solo allora possiamo comprendere la misericordia, che non ha la sua radice o la sua motivazione nello sforzo umano, nel sacrificio personale, nel perbenismo o nel credo religioso, ma nella scoperta che nella vulnerabilità dell’altro io vedo la mia vulnerabilità.
Chi non si ferma davanti alla vulnerabilità dell’altro e passa oltre vive ingannando se stesso, cercando di rimuovere la propria vulnerabilità fino a quando la vita non lo costringerà a scendere da cavallo.
La vita infatti è generosa e continua a donarci incroci con le vite degli altri, continua a donarci la possibilità di appropriarci pienamente della nostra umanità.
Che cosa mi permette di fermarmi davanti alla vulnerabilità dell’altro?
Non è la fede la fonte della compassione: la fede può vedere e passare oltre. Il sacerdote e il levita scendono da Gerusalemme, molto probabilmente hanno trascorso un tempo lungo nel tempio, ma la fede non genera automaticamente la compassione e facilmente inganna se stessa.
Un samaritano scendeva per la stessa strada, ma i samaritani non celebrano il loro culto a Gerusalemme, i samaritani sono quelli che poco prima, nel vangelo di Luca, hanno impedito a Gesù di passare attraverso il loro villaggio perché stava andando chiaramente a Gerusalemme, eppure nel racconto di Gesù è un samaritano che vede la stessa scena e si ferma. Certamente non si ferma per la sua fede, ma perché riconosce nelle ferite dell’altro la sua stessa possibilità di essere ferito. In quella vulnerabilità vede uno come lui.

Quelle ferite diventano uno spazio da abitare insieme. Non c’è altro da condividere: non ci sono parole, non ci sono lamenti, non ci sono bandiere, solo ferite da condividere. È lì, in quelle ferite, che possiamo riappropriarci della nostra umanità, e non importa chi sia l’uomo ferito. È un uomo e questo basta all’amore.

L’uomo mezzo morto sulla strada non parla, dunque non è riconoscibile nella sua identità. E in questo anonimato posso a maggior ragione vedere me stesso in lui, la mia possibilità di essere ferito. L’uomo senza volto, mezzo morto sulla strada, posso essere io, anzi sono io.
Gesù racconta questa parabola per quelli come me che ancora non sono capaci di riconoscersi nelle ferite dell’altro, che cercano ancora di rimuovere e di mettere le distanze.

Capita infatti anche a noi credenti di continuare a ragionare secondo il volto disumano della legge del dovere: cosa devo fare per guadagnare la vita eterna? Questo uomo pio, esperto della legge, è talmente disumano che non solo non gli interessa la relazione con l’uomo mezzo morto sulla strada, ma addirittura non è interessato neppure alla relazione con Gesù: interroga solo per mettere alla prova, come facciamo noi quando preghiamo senza avere mai il coraggio di presentare a Dio onestamente quello che ci sta veramente a cuore.
E quando riusciamo a mettere finalmente davanti a Dio le nostre domande autentiche, allora ci scopriamo come persone ferite, vulnerabili, che bramano di essere amate: chi è il mio prossimo? Ovvero: e a me chi mi vuole bene?
Sta qui infatti la radice della nostra vulnerabilità: la scoperta di aver bisogno di essere amati. E le nostre ferite le abbiamo accumulate a causa di tutte le volte che non ci siamo sentiti amati.
Gesù ci invita a trasformare quelle ferite in opportunità: sono il luogo in cui mi scopro uomo come te, la ragione che mi permette di esserti vicino, l’occasione per riappropriarmi della mia identità. Si diventa adulti solo quando si è capaci di prendersi cura delle ferite di qualcun altro.
Stiamo portando avanti una grande opera di rimozione, non siamo più neppure capaci di vergognarci: pur di non riconoscere la nostra vulnerabilità condivisa, abbiamo finito con l’abdicare alla nostra umanità.
Chi è stato dunque il suo prossimo? Chi si è fatto vicino?
Chi è stato capace di riconoscere nelle ferite di qualunque uomo senza volto le proprie ferite, il proprio bisogno di essere amato.

 

Leggersi dentro

– Sei consapevole della tua vulnerabilità?
– Cosa ti impedisce di fermarti davanti al volto dell’altro?