Dacci un taglio! Strategie creative per ridare senso alla vita

Meditazione sul Vangelo

della XXV domenica del T.O. anno C

18 settembre 2016

Lc 16,1-13

Ostentare ricchezza, potere, sicurezza, salute, attivismo,

sono tutti espedienti per esorcizzare l’angoscia del tempo

che ci sfugge dalle mani.

C.M. Martini

 

Cosa ne sto facendo di questa vita che ho tra le mani?

Ci sono stagioni della vita in cui questa domanda è inevitabile, ma ci sono anche momenti in cui quella domanda vorremmo non sentirla. A volte siamo noi stessi che sentiamo il bisogno di fermarci per capire, ma altre volte arrivano inaspettati i tempi di crisi, quando improvvisamente, senza volerlo, ci ritroviamo davanti a quello specchio in cui scopriamo come siamo diventati, proprio come l’amministratore di questo passo del Vangelo che si scopre, forse improvvisamente, disonesto.

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Questa vita che abbiamo tra le mani è in fondo sempre una ricchezza disonesta, perché non ci appartiene mai. Ce la siamo ritrovata. E a volte non ci piace neppure. A volte siamo come tanti Re Mida, tanti Re affamati che però non riescono mai a mangiare: tutto ci sembra così prezioso che non riusciamo mai ad approfittarne, la vita ci sembra così intoccabile, così alta, da sentircene indegni. Siamo Re, eppure moriamo di fame. Ma altre volte ci trasformiamo in oche da riempire fino a scoppiare o in maiali che si lasciano nutrire, ignari del proprio destino.

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Quand’è che veramente questa vita comincia ad avere senso?

Forse non è un caso che questa parabola dell’amministratore scaltro venga inserita da Luca immediatamente dopo quella del Padre misericordioso: mi piace pensare che questa parabola sia in realtà la storia che il padre ha raccontato ai due figli, durante la festa che ha preparato.

Come noi, anche quei due figli si stavano chiedendo infatti che senso avesse la loro vita e in un primo momento avevano pensato che per dare senso alla vita bisogna cercare di prendere, di afferrare, di guadagnare.

Il figlio minore prese quello che gli spettava, sentiva la vita come un diritto. Ma il senso della vita non stava lì: prima o poi arriva la carestia e quello che pensiamo di aver guadagnato non ci nutre più. Il figlio maggiore rimane a presidiare le sue ricchezze, non si allontana perché ha paura di perdere, si attacca, e in quell’attaccamento si consuma: pensa di possedere e invece si scopre posseduto. Nessuno dei due figli aveva notato il gesto del padre che si divide per dare vita: divise tra loro le sostanze, ma quella parola sostanza non a caso è tanto cara al linguaggio filosofico, la sostanza è tutto ciò che sono, la vita, l’essenza. I figli non se ne sono accorti, ma il padre stava mostrando loro il segreto della vita, stava consegnando loro la vera eredità: occorre dividersi, non tenere per sé.

Ecco perché mi piace pensare che questa parabola dell’amministratore scaltro sia il racconto che il padre fa ai figli: non sappiamo se l’amministratore sia davvero disonesto o se in realtà qualcuno abbia parlato male di lui a causa della gelosia, ma di fatto questo amministratore, come capita a tutti noi, si trova improvvisamente davanti alla domanda fondamentale: cosa posso farne della mia vita?

L’amministratore scaltro ci insegna che per dare una svolta alla propria vita occorre essere anche creativi: non possiamo fare tutto, non c’è davanti a noi un ventaglio indefinito di possibilità. L’amministratore scaltro ci insegna a rimanere fedeli al principio di realtà: ci sono cose che non so fare o che non posso fare. Ma posso inventare o immaginare altri scenari. Posso creare nuove strade possibili.

Come il padre dei due figli, anche l’amministratore scopre, proprio nel momento di crisi, il segreto della vita: per dare senso alla propria esistenza occorre con-donare. Come il padre divide e dona le sue sostanze, l’amministratore dona anche quello che non sarebbe suo. Ecco perché queste due parabole vanno tenute insieme, perché non è importante come siamo arrivati a questa conclusione, ciò che è importante è aver capito che solo quando cominci a donare e a non tenere più per te stesso, allora cominci a dare senso alla vita.

La parabola dell’amministratore ci presenta un percorso che è simile a quello che più o meno accade nella vita di ciascuno: c’è innanzitutto un tempo in cui siamo chiamati a rendere conto, sono i momenti della vita in cui per scelta o perché costretti, ci ritroviamo a chiederci cosa ne stiamo facendo della vita. Ed è allora che, proprio come questo amministratore, ci chiediamo che fare? È la domanda che apre al discernimento. È la domanda che ci fa scoprire a cosa siamo attaccati, cosa non vogliamo lasciare, ma anche da cosa dobbiamo liberarci per poter continuare a vivere. Non a caso il testo evangelico si conclude con l’invito di Gesù a scegliere tra un’alternativa: Dio o la ricchezza, donare o possedere, essere liberi o essere attaccati. Solo così si può giungere alla fine del percorso: sperare di essere accolti. Non è solo il desiderio dell’amministratore, ma quello di ogni uomo. È il nostro desiderio profondo. Anche i due figli, sebbene inconsapevolmente, stavano in fondo esprimendo il desiderio di sentirsi accolti nella casa del padre.

Se ci chiediamo che ne stiamo facendo di questa vita è perché in fondo abbiamo nel cuore il desiderio di essere accolti da qualcuno, ma fin quando penseremo solo a come arricchire la nostra vita, non ci sarà mai nessuno che ci aprirà la porta.

 

Leggersi dentro

–          Se oggi fossi chiamato a rendere conto della tua vita, come ti sentiresti?

–          Sei uno che cerca di donare la vita o di prendere soltanto per te stesso?