Tra apericena ed happy hour. Perché ci sentiamo soli nei supermercati dell’inutilità

Meditazione sul Vangelo

della XXVI domenica del T.O. anno C

25 settembre 2016

Lc 16,19-31

 

L’Inferno, signora, è non amare più.

G Bernanos

 

A volte è complicato, per chi predica, tradurre per l’uomo contemporaneo quegli aspetti della fede che sembrano incomprensibili o lontani dalla sensibilità moderna.

D’altra parte è strano come quello stesso uomo contemporaneo faccia fatica a pensare a cosa sia, per esempio, l’inferno, quando quotidianamente si lamenta di viverlo.

Meditando su questo testo del Vangelo, mi è venuta in mente perciò la citazione di Bernanos che ho riportato sopra, tratta dal Diario di un curato di campagna. È la storia di un giovane prete che si ritrova in una parrocchia in cui sperimenta una grande ostilità da parte dei parrocchiani e si trova nel mezzo delle beghe familiari dei conti del luogo. Mentre il giovane curato sta parlando dell’inferno alla contessa, sta dando sfogo in realtà all’inferno che lui stesso vive. Il giovane curato è un alcolizzato per tara familiare. Il suo inferno, quello che si porta dentro, è l’isolamento profondo dal mondo, quell’impossibilità di comunicare quello che ti porti dentro, l’impossibilità di confessare il tuo bisogno di essere amato.

curato-di-campagna

Il testo del Vangelo di Luca ci presenta, non a caso, l’inferno come un abisso, una grande distanza. E il Vangelo sembra voler suggerire che quella distanza la scaviamo durante la vita, siamo noi stessi che ci costruiamo l’inferno della solitudine.

Il ricco epulone è l’ennesimo personaggio, dopo i figli del padre misericordioso e l’amministratore scaltro, che si mette a cercare in modo sbagliato il senso della vita. Ancora una volta il Vangelo torna a metterci in guardia contro quella tentazione sottile di sfamare solo noi stessi. Il ricco epulone divora la vita e la trattiene per sé. Siamo tutti esposti a quella voce che continuamente ci esorta a pensare prima di tutto a noi stessi: pensa prima a te! Salvati! Perfino Cristo, sulla croce, sente quella stessa tentazione.

Il ricco epulone non ha nome. È già nell’inferno, perché se non hai un nome non puoi essere chiamato: il ricco vive già nel suo isolamento. Neanche Dio ha un nome per lui.

Nel linguaggio evangelico, la ricchezza è il contrario del dono: se sei ricco vuol dire che non hai donato. Il ricco epulone è uno stile di vita: si vestiva e si dava a lauti banchetti. Nel Vangelo di Matteo, al contrario, Gesù invita a non preoccuparsi di quello che indosserete e di quello che mangerete. Vestirsi e mangiare sono le nostre grandi preoccupazioni: preoccuparsi per il vestito vuol dire preoccuparsi dell’immagine che devo dare agli altri, vuol dire preoccuparsi del giudizio che gli altri hanno su di me. Per questo ogni giorno ci affatichiamo nel cercare la maschera giusta per compiacere il mondo senza mostrare mai il nostro vero volto. Siamo preoccupati di cosa mangeremo, perché non ci fidiamo del mondo e pensiamo sempre di dover andare a caccia per conquistarci le nostre prede.

Il ricco epulone è proprio il contrario dell’immagine di Cristo: se il ricco si veste, Cristo si spoglia della sua uguaglianza con Dio, se il ricco si dava a lauti banchetti, Cristo dona il suo corpo come cibo.

È dunque la preoccupazione per se stessi che pian piano scava l’abisso che ci separa dagli altri e da Dio.

A differenza del ricco epulone, Lazzaro, il cui nome significa “Dio aiuta”, è colui che vive la beatitudine della mancanza. Lazzaro desiderava sfamarsi: la sua fame lo spinge a non smettere di desiderare. Lazzaro cerca, è aperto alla vita. E infatti Dio ha per lui un nome. Lazzaro non è isolato perché non è sazio, ha inevitabilmente bisogno di un altro, non basta a se stesso.

Quella stessa terra a cui si è attaccato, diventa invece per il ricco la sua tomba: fu sepolto. Quella terra, a cui si è attaccato gelosamente, gli cade addosso. L’inferno ce lo costruiamo durante la vita quando ci chiudiamo dentro le nostre torri d’avorio, quando ci attacchiamo alle nostre sicurezze, ai nostri ruoli, quando ci difendiamo dietro quell’immagine diventata ormai una gabbia.

Come l’amministratore disonesto era chiamato improvvisamente dalla vita a rendere conto, così anche per il ricco epulone c’è un momento in cui vede: la vita ci offre sempre generosamente l’occasione di vedere dove siamo. Vedere è il verbo della responsabilità perché ci permette di ri-decidere della nostra vita. Come sto cercando di dare senso alla mia vita? Prendendo e trattenendo per me oppure ho ancora il coraggio di chiedere da mangiare?

Come per il ricco epulone, così anche per noi, solo Mosè e i profeti possono risvegliarci dai nostri riposini postprandiali: Mosè e i profeti indicano la Parola di Dio nel suo insieme. Fin dal mattino la Parola ci scuote e ci distoglie da quella quotidiana preoccupazione di cercare l’abito giusto o di chiuderci da soli nei depositi delle nostre sicurezze.

 

Leggersi dentro

–          Sperimenti anche tu tempi di isolamento? In che modo cerchi di uscirne?

–          In che modo stai cercando di dare senso alla tua vita?