Là fuori c’è qualcuno che può farti del male! Come rovinare la vita con un abbraccio

Meditazione sul Vangelo

della XXVII domenica del T.O. anno C

2 ottobre 2016

Lc 17,5-10

L’ombra delle tue mani,

padre,

è come una nave

che transita sul mio corpo,

che è terra,

terra sfinita.

Alda Merini

 

 

Qualche settimana fa ero ospite in una casa di suore che gestiscono una scuola. Mentre mi preparavo ad andar via, mi sono accorto che avevo incrociato l’orario in cui i bambini entravano a scuola. Sono rimasto colpito dalla drammaticità del saluto con cui i genitori si congedavano dai piccoli, come se i figli dovessero partire per un’impresa ardua e incerta. Ho avuto l’impressione che mentre i bambini non vedevano l’ora di staccarsi per stare con i propri compagni, erano in realtà i genitori a soffrire per quel distacco. Non ho potuto fare a meno di pensare alla mia infanzia, quando non era neppure pensabile che i miei genitori mi accompagnassero a scuola. In questa cultura del bambino principe, mi sono chiesto quale messaggio gli adulti trasmettano in questo modo ai bambini. Guardando quella scena quel giorno, immaginavo frasi non dette del tipo: là fuori c’è qualcuno che può farti del male! Solo con me sarai felice! Io ti proteggo contro questo mondo infido!

Quale fiducia nel mondo potrà avere un bambino che cresce con questo messaggio quotidiano trasmesso tra l’altro con un coinvolgimento affettivo così forte?

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Sì, penso che la nostra disponibilità a fidarci del mondo la impariamo da piccoli. Molto dipende dai messaggi che ci sono stati consegnati. Certo, abbiamo sempre la possibilità di dire a noi stessi: quelle erano le paure dei miei genitori, non le mie!

Prima o poi ci accorgiamo di questa diffidenza che ci abita e inevitabilmente quella diffidenza contamina anche la vita spirituale: finiamo così per non fidarci neppure di Dio! La fiducia è un modo di vivere. Mi sembra perciò che non a caso queste parole di Gesù si trovino proprio dopo quel campionario di personaggi che il Vangelo di Luca ci ha presentato fin qui in questi capitoli: i figli del padre misericordioso, l’amministratore scaltro, il ricco epulone…sono tutte persone che non si fidano, e quando non ti fidi, ti chiudi, pensi a te, difendi quello che hai, ti nascondi, badi alle tue cose.

Chi si fida, invece, si consegna, affronta il mondo con un atteggiamento di gratuita benevolenza, guarda l’altro – per usare l’espressione di C. Rogers – con uno sguardo incondizionatamente positivo. Chi si fida accetta di essere deluso. La fede è una consegna non ingenua, ma certamente onesta. Mi fido se accetto di essere aiutato, se riconosco che non basto a me stesso. Il ricco epulone non potrà mai fidarsi, perché è pieno di sé, non si accorge neanche che c’è un altro!

Chi si sente potente e ricco non si fida: ha solo l’ansia di controllare e di difendere. Colui che serve la vita non può che fidarsi, perché deve aspettare che la vita gli metta davanti il cibo e gli permetta di vivere. È il servo inutile che è capace di fidarsi. Qui inutile vuol dire che serve gratuitamente, senza utile, senza essere pagato, serve senza fini di lucro. Il servo, che serve e basta, è l’uomo che si fida, che affronta la vita nella certezza che il pane arriverà.

Gesù mette in guardia quei servi che nella comunità non si ritenevano inutili, ma necessari, quei servi che pretendono di essere pagati, quei servi che stavano trasformando l’occasione di servire in occasione di potere. Probabilmente il Vangelo si riferisce a coloro che all’interno della comunità avevano cominciato a vivere il loro ruolo come esercizio di potere sugli altri: arare e pascolare sono due verbi che sembrano richiamare attività apostoliche, arare è gettare il seme, quindi evangelizzare, portare il seme della parola; pascolare vuol dire prendersi cura del gregge, accompagnare la comunità. Arare e pascolare richiamano dunque l’attività del predicare e del governare. Spesso chi si ritrova a vivere questi ruoli, viene preso dalla paura, gli altri diventano dei mostri, e non riesce più a fidarsi.

Proprio perché la fiducia è un modo di affrontare la vita non può essere accresciuta: o ti fidi o non ti fidi. È un modo di vivere. Chi pensa di poter accrescere la sua fede, come i discepoli di questo passo del Vangelo, ha una visione economica della vita. La fiducia però si sottrae alla logica del miglioramento, dell’avanzamento, dell’investimento. La fiducia è un modo di vivere la relazione con il mondo: nelle relazioni o ci si consegna o ci si sottrae. Ma la fiducia è l’unico modo per guarire le relazioni spezzate: sul lago di Tiberiade, Gesù ridona fiducia a Pietro traditore.

Quando abbiamo un’immagine mostruosa del mondo, quando abbiamo la sensazione che tutti ce l’abbiano con noi, sarà difficile fidarsi. Ma lo stesso avviene anche nella relazione con Dio: se Dio ci sembra un padrone, un giudice, un distributore enigmatico di beni e di mali, difficilmente saremo disposti a fidarci.

Se continuiamo a sentire quell’abbraccio soffocante che ci trasmette la sfiducia nel mondo, possiamo sempre liberarcene delicatamente, dicendo a noi stessi e agli altri che certamente torneremo sani e salvi da questa nuova giornata nel mondo.

 

Leggersi dentro

–          Sei una persona che si fida o sei per lo più diffidente?

–          Quali sono i motivi principali per cui fai fatica a fidarti?