Io sono OK, tu non sei OK! Il piccolo persecutore che è in ognuno di noi

Meditazione sul Vangelo

della XXX domenica del T.O. anno C

23 ottobre 2016

Lc 18,9-14

La nuova Regina, che era una strega, aveva uno specchio magico che interrogava ogni volta che si ammirava nella sua lucida superficie:

 «Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?»   E lo specchio, puntualmente, rispondeva:

«Signora, voi siete la più bella di tutte!».

Biancaneve, Fratelli Grimm

Come la strega di Biancaneve, tutti noi abbiamo un angolo segreto della nostra casa interiore dove custodiamo uno specchio magico al quale chiediamo ogni giorno di rassicurarci: vorremmo continuare a vivere nell’inganno di essere i più belli del Reame, e confidiamo in uno specchio che ci possa confermare nell’idea che abbiamo di noi stessi.

Gli altri, infatti, con i loro limiti e le loro imperfezioni ci infastidiscono, ci irritano. Con i loro giudizi, vengono a turbare l’immagine che tanto faticosamente stiamo costruendo di noi stessi. Improvvisamente ci rendiamo conto che lo specchio, che custodiamo tanto gelosamente in quell’angolo della nostra casa interiore, non è l’unico. Gli altri, spesso senza volerlo, ci fanno continuamente da specchio e passandoci davanti riflettono il nostro volto, mostrandoci quello che non ci piace di noi stessi o quello di cui manchiamo.

Se gli altri ci irritano, infatti, non è un caso: in genere quello che non amiamo negli altri evoca qualcosa in noi. Gli altri ci danno fastidio o perché vediamo in loro qualcosa che anche noi siamo, ma che non vogliamo ammettere di essere, o perché hanno qualcosa che non abbiamo, ma che noi vorremmo avere. Quando ti senti infastidito, chiediti sempre cosa stai dicendo a te stesso.

Il fariseo di questo testo del Vangelo non sopporta per esempio la sua imperfezione. Non vuole neanche sentirne parlare. Ha paura di sbagliare. E nel profondo sa di poterlo fare. Sa quanta energia sta impegnando per non vedere il suo limite. Per questo motivo sposta la sua imperfezione sugli altri.

padrone-schiavi

Come noi, anche il fariseo si illude che spostando l’imperfezione sugli altri, la allontanerà da se stesso. La consegna agli altri, pensando che così se ne potrà liberare. Ricordati: quello che stai consegnando agli altri, è proprio quello che ti appartiene!

Quella preghiera che nei versetti precedenti era il luogo del grido della vedova verso il giudice iniquo, qui diventa il luogo in cui venir fuori per quello che siamo: dimmi come preghi, e ti dirò chi sei! Prova ad ascoltare come preghi e capirai tante cose di te.

Il fariseo usa per esempio la preghiera proprio come lo specchio magico della strega di Biancaneve: usa la preghiera per essere confermato nell’immagine positiva di se stesso. Anche coloro che non pregano, usano comunque il loro dialogo interiore come luogo di conferma e di approvazione.

Nella sua preghiera o nel suo dialogo interiore il fariseo esagera quei comportamenti che lo confermano nella sua idea di perfezione, illudendosi così di allontanare e di non vedere il proprio limite: il fariseo dice di digiunare due volte alla settimana, mentre il libro del Levitico (al cap.16) chiedeva di digiunare solo una volta l’anno, nel giorno dell’espiazione; il fariseo dice di pagare la decima su tutto ciò che possiede, mentre la legge mosaica chiedeva di pagare la decima solo su ciò che si produce.

Potrebbe sembrare semplicemente un’esagerazione del bene, ma cosa spinge il fariseo a questa esagerazione? Ogni volta che siamo di fronte a dei comportamenti eccessivi è bene chiedersi cosa vi sia dietro: molto probabilmente il fariseo non si fida degli altri, pensa che tutti siano pubblicani, che tutti siano imperfetti: egli digiuna infatti anche per chi, secondo lui, non lo fa; paga la decima anche su quello che compra perché non si fida di chi gli vende le cose, cioè di chi dovrebbe aver pagato la decima, ma che secondo lui, nella sua ossessione, potrebbe non averlo fatto. Riempiendo i vuoti imperfetti degli altri, il fariseo cerca di confermarsi nella propria idea di perfezione.

Chi è ossessionato dalla propria immagine, metterà al centro della propria preghiera o dei propri pensieri soltanto il proprio Io: questo è l’unico pronome che ricorre nella preghiera del fariseo. Nella sua immaginazione c’è spazio solo per se stesso. Il suo Io è talmente ingombrante che arriva perfino a mettersi al posto di Dio: usa per se stesso il nome di Dio, Io sono. Quando cerchi solo te stesso, ben presto esproprierai anche Dio dalla tua vita.

Al contrario, il pubblicano non ha paura di vedere il suo limite e la sua imperfezione. Si riconosce peccatore. Ma soprattutto si mette davanti allo sguardo di un altro. Nella sua preghiera si rivolge a un Tu: abbi pietà di me! Certo, il pubblicano non saprebbe dove nascondersi, perché la sua imperfezione è palese: lavora per i pagani e tocca il denaro. È evidentemente impuro, limitato, schiavo di se stesso. Ma paradossalmente, proprio perché è così evidente, non ha bisogno di consegnare ad altri la sua imperfezione. Il fariseo, invece, deve difendere un’immagine: non può ammettere né agli altri né a se stesso di essere nel profondo un peccatore.

Ecco cosa vuol dire dunque andarsene riconciliati oppure no: il pubblicano è riconciliato con il suo limite, con la sua imperfezione e con il suo peccato. Proprio perché lo riconosce, può veramente consegnarlo ed esserne liberato. Il fariseo non se ne va riconciliato perché non si è guardato dentro, non ha riconosciuto ciò che veramente si porta dentro, proietta sugli altri ma non si libera dal suo peso, continua a portare con sé la fatica di dover vivere nascondendo ciò che è veramente. La vita del fariseo è una vita non riconciliata. Isolato nel suo Io, il fariseo non troverà mai nessuno con cui condividere la sua paura di non essere perfetto.

 

Leggersi dentro

–          Cosa ti infastidisce di più negli altri?

–          Quali sono gli aspetti di te che fai più fatica ad accogliere?