Il baratro è sempre a doppio senso Sprofondare non è mai l’unica direzione

Meditazione sul Vangelo

della XXXI domenica del T.O. anno C

30 ottobre 2016

Lc 19,1-10

La disperazione è una malattia

nello spirito, nell’io, e così può essere triplice:

 disperatamente non essere consapevole di avere un io;

disperatamente non voler essere se stesso;

disperatamente voler essere se stesso.

S. Kierkegaard, La malattia mortale

Uno dei nostri sogni più ricorrenti è quello di sprofondare, soprattutto quando viviamo momenti di ansia. Cerchiamo di risalire, ma inutilmente, e ci sembra di scivolare sempre di più, senza alcuna possibilità di riconquistare l’uscita.

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Siamo prigionieri delle nostre paure più profonde, a cui spesso non riusciamo neppure a dare un nome. Siamo prigionieri dell’oscurità, come il Gollum de Il Signore degli anelli di Tolkien, che, venuto in possesso dell’anello magico di Sauron, l’anello che rende invisibili, finisce con l’esserne posseduto. Viene scacciato dalla gente del suo villaggio (a causa dei furti che commetteva usando l’anello magico) e si rifugia sempre di più sotto terra, non sopportando più la luce del sole e della luna. Per Gollum l’anello diventa il suo tesoro e la sua unica ragione di vita. Sarà infatti per afferrare l’anello che si getterà nel baratro infuocato.

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Non sempre quei luoghi in cui sprofondiamo sono soltanto sogni o racconti di fantasia. A tutti capita infatti di attraversare momenti della vita in cui andiamo ad abitare a Gerico, la città sprofondata sotto il livello del mare, che nel Vangelo diventa appunto l’immagine degli abissi in cui l’uomo si è perso, i luoghi dai quali ci sembra di non poter più risalire, là dove abbiamo perso ogni speranza, ma proprio là dove Cristo scende per venirci a tirare fuori dai nostri inferi.

Sono i luoghi in cui, come Gollum, ci siamo ritirati, rifugiati, là dove forse siamo scappati perché ci siamo sentiti esclusi, rifiutati, non amati. E, come Gollum, ci abituiamo alle tenebre e non riusciamo più a vedere.

Prima ancora di entrare a Gerico, prima ancora di incontrare Zaccheo, Gesù incontra un cieco: tutti abbiamo il desiderio di tornare a vedere. Vedere, infatti, è sempre accorgersi che c’è qualcun un altro accanto a noi. Il bisogno di tornare a vedere dice sempre il nostro desiderio di uscire dall’isolamento. Come questo cieco che Gesù incontra alle porte di Gerico, così anche Zaccheo vuole vedere Gesù, anche Zaccheo vuole uscire dal suo isolamento.

A volte ci sembra di essere talmente sprofondati nei nostri abissi di paure che non crediamo più nella possibilità di risalire. Nel capitolo precedente, Luca ci aveva sorpresi mostrando che anche per il pubblicano c’è una via per uscire dal proprio peccato e vivere riconciliato. Ma Zaccheo non è solo un pubblicano, un pubblico peccatore, uno che vive in una permanente condizione di impurità che gli impedisce di prendere parte al culto, è addirittura capo dei pubblicani. È come se il peccato fosse moltiplicato. Ci sarà una possibilità di vita anche per lui? O è irrimediabilmente perso? Questa è la domanda che Luca ci sta mettendo davanti: pensi che per te ci sia una possibilità di vita o pensi che per te non ci sia più speranza?

Per quanto possiamo essere sprofondati, rimane sempre dentro di noi il desiderio di cambiare. Se il desiderio è autentico, si trasforma allora in audacia. Zaccheo decide di uscire dal suo isolamento, sebbene non sappia ancora come fare. Per il momento vorrebbe solo restare spettatore: guardare senza essere visto. Ma nonostante il suo ruolo sociale, ci sono ambiti nei quali i privilegi non contano. Vorrebbe vedere Gesù, ma è  troppo basso per guardare oltre la folla. Gli altri diventano un ostacolo. Forse Luca vuole alludere anche alla bassezza morale di Zaccheo che diventa ostacolo per vedere Gesù. Ma Zaccheo non si arrende: il suo desiderio lo porta persino ad accettare di rendersi ridicolo. Sale su un albero come fanno i bambini! In effetti se vogliamo dare risposta ai nostri desideri più profondi non possiamo non dare spazio alla nostra dimensione più autentica.

Zaccheo voleva solo guardare un po’, rimanendo nascosto, senza compromettersi. Ma non c’è solo il desiderio di Zaccheo, c’è anche quello di Gesù! Prima ancora di Zaccheo, è Gesù che vuole vedere Zaccheo. Gesù alza lo sguardo: Zaccheo non è più in basso, ma è già stato posto in alto. Da quello sguardo, Zaccheo si aspetta probabilmente un rimprovero. Finalmente la gente che lui ha sfruttato e umiliato avrà la propria vendetta. Zaccheo si aspetta di essere smascherato davanti a tutti. A volte il pensiero di come Dio possa guardarmi è terribile. Cosa mi aspetterei dallo sguardo di Gesù se vedesse la mia vita in questo momento?

Ma Zaccheo, come ognuno di noi, trova in quello sguardo la misericordia. Gesù ridona a Zaccheo quella possibilità di stare con gli altri che gli era stata negata. E Gesù è il primo a fermarsi nella vita di Zaccheo: entra nella sua casa. La misericordia è gratuita e imprevedibile. A Zaccheo non è chiesto nulla. Eppure Zaccheo finalmente vede, ma soprattutto è visto. Questo era il suo desiderio più grande: non solo tornare a vedere, ma anche e soprattutto essere visto, essere visto non come pubblicano, ma come uomo.

Solo nel momento in cui Zaccheo torna a vedere, può decidere la strada da percorrere. Non è obbligato. Zaccheo vede l’altro che gli sta davanti, vede Gesù, e vuole imitarlo. È la domanda di ogni vita, di ogni vocazione: nella situazione concreta che sto vivendo, quale può essere la strada più adatta per seguire il Signore?

Proprio a dimostrazione che non si tratta di un obbligo, Luca attribuisce a Zaccheo un impegno a cui non solo non era tenuto, ma un impegno che mette insieme due legislazioni diverse: restituire la metà dei beni era quanto previsto dalla legge rabbinica per la penitenza; restituire quattro volte tanto era quanto previsto dalla legge romana per il furto.

Zaccheo dunque è certamente l’uomo del desiderio, ma è anche l’uomo che sa trasformare il desiderio in passi concreti. E in effetti è solo quel desiderio che può vincere le nostre paure e farci riguadagnare la vetta di quel burrone nel quale a volte ci sentiamo precipitati.

Leggersi dentro

–          Come reagisco quando mi sento precipitato nelle mie paure o in situazioni che mi sembrano irreparabili?

–          Se Gesù oggi vedesse la mia vita, cosa mi aspetterei di trovare nel suo sguardo?

8 pensieri su “Il baratro è sempre a doppio senso Sprofondare non è mai l’unica direzione

  1. Cercare di reagire e trovare il Signore nella propria anima, ma anche nei propri contesti.
    Se incontrassi Gesù, chiederei solo di abbracciarlo e di anche un po’ di scuse per come ho condotto spesso la mia vita.

  2. Cerco forza nella preghiera e soprattutto nel Pane Eucaristico ; la sensazione di sprofondare nell’abisso lascia sempre nel mio intimo uno spiraglio alla speranza . Ritengo che la mia vita nel bene e nel male è costantemente sotto lo sguardo di Gesù e sono certa che il Suo sguardo è colmo di misericordia ed amore infinito. E nn potrebbe essere altrimenti , è venuto a redimerci e ad offrirci la salvezza .

  3. Ci sono momenti nella vita in cui gli altri rappresentano un ostacolo tra noi e il vero volto di Gesù, imprigionandoci nelle nostre paure e facendoci dimenticare che lo sguardo di Gesù verso di noi non può che essere di infinita tenerezza. É proprio in questi momenti che bisogna trovare il coraggio e come Zaccheo salire al di sopra della folla, che ci tiene prigionieri e ancorati alle nostre paure, per potere incontrare il Suo sguardo, e finalmente fare pace con noi stessi e finalmente essere liberi.
    Grazie infinite!

  4. sul ponte sventola bandiera bianca gente di dublino/
    Natura | Ragione | Interiorità | Tradizione | Tradizione biblica

  5. Giovedì, in mattinata terminata la spesa giornaliera e passando davanti alla
    parrocchia che abitualmente frequento vedo alcune luci accese sull’altare.
    C’era Gesù esposto! Non c’era quasi nessuno, non potevo non entrare, sedermi, restare un pò in adorazione e pregare. Terminato l’incontro mi sono alzato per dirigermi verso l’uscita, ma sono inciampato e caduto rovinosamente su uno scanno della fila adiacente. Ho lanciato un grido inumano, mi mancava il respiro, avevo battuto con il torace sullo spigolo
    dell’altro scanno, fortunatamente è corso in mio aiuto il parroco e il sacrestano che mi hanno aiutato ad alzarmi fra dolori lancinanti e si sono
    resi disponibili ad accompagnarmi a casa. Fortunatamente avevo la macchina lì parcheggiata. Ho trascorso tutta la giornata in due ospedali
    Risultato frattura dello sterno, l’ho comunicato in parrocchia e sono ancora
    in attesa di una visita come in altre occasioni !
    Sarà proprio vero che sul ponte sventola bandiera bianca?

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