La vita è come un puzzle: finisce sempre che ti manca qualche pezzo

Meditazione sul Vangelo

della XXXII domenica del T.O. anno C

6 novembre 2016

Lc 20,27-38

 

Fa’ che io sappia pure riconoscerti, venuta la mia ora, sotto le apparenze di ogni potenza, estranea o nemica, che sembrerà volermi distruggere o soppiantare.

T. de Chardin

 

Mentre stiamo dentro la vita, i pezzi ci sembrano confusi. La vita ci appare frammentata, incompleta, e perciò forse non riusciamo a coglierne il senso.

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Una lunga tradizione spirituale, di cui i filosofi si sono poi appropriati, invitava a mettersi dal punto di vista della fine: se fossi giunto alla fine del cammino e mi voltassi indietro, cosa vedrei?

Eppure, abbiamo perso l’abitudine di guardare le cose a partire dalla fine, siamo più propensi a esorcizzare la morte, scherziamo per non prenderla sul serio, ironizziamo come per allontanare la paura che ci provoca.

Ironizziamo proprio come i Sadducei del Vangelo, ricchi latifondisti, che fanno battute volgari su un istituto particolarmente sentito nella cultura ebraica: la legge del levirato. Secondo questa legge, infatti, se un uomo moriva senza lasciare figli, il fratello del defunto aveva l’obbligo di dare una discendenza alla vedova.

Ma il motivo di questo obbligo era profondamente spirituale: quando sarebbe arrivato il Regno di Dio, infatti, il defunto non avrebbe potuto vederlo se non attraverso gli occhi della sua discendenza. Non avere una discendenza voleva dire essere esclusi per sempre dalla speranza di contemplare il Regno di Dio.

I Sadducei ci somigliano nella paura di perdere quello che hanno: sono ossessivamente legati al loro patrimonio.

I Sadducei dicono no a tutto: no agli angeli, no ai libri della Bibbia (di cui salvano solo il Pentateuco), e soprattutto no alla risurrezione. La loro ironia sulla legge del Levirato è infatti dovuta alla paura di disperdere il loro patrimonio. Applicare quella legge potrebbe provocare una moltiplicazione degli eredi e, di conseguenza, una frammentazione della ricchezza.

Pur di tenere insieme i loro averi, sono disposti a negare al loro fratello di sangue di vedere l’avvento del Regno di Dio: fin dove ci spinge a volte la paura di perdere quello a cui siamo attaccati, come se dovesse rimanere sempre nostro, senza renderci conto che basta un attimo per poterlo perdere?

Ci crediamo latifondisti di una ricchezza che non ci appartiene, ma è stata messa nelle nostre mani, una ricchezza a volte fatta soprattutto di relazioni, ruoli, affetti o da immagini da difendere.

In maniera inconsapevole, i Sadducei inventano una storia che in realtà parla di loro stessi, perché immaginano che ci possa essere una vita sterile che non riesce a generare. Ma quella vita sterile è innanzitutto quella che loro stessi stanno vivendo: sono talmente ripiegati a difendere quello che hanno che non sanno più donare.

Ma una vita in cui non sai più dare, dove presìdi soltanto quello che pensi di aver conquistato, è una vita che non è più in grado di generare.

Quella è la vera morte di cui preoccuparsi.

Ci sono per fortuna momenti di lucidità in cui ci rendiamo conto che non stiamo vivendo più: mi sento morire, vorrei morire, ho paura di non farcela…il cuore ci avverte che la vita si sta spegnendo.

La risurrezione comincia lì: quando ti rendi conto che la morte non può essere l’ultima parola della tua vita.

L’esperienza del nostro battesimo non è archiviata, ma continua a ripetersi nei tanti momenti di morte della nostra vita: siamo scesi in quella vasca, ci siamo immersi in quelle acque che potevano travolgerci.

Siamo scesi sempre più in basso, come i primi cristiani che scendevano i gradini di quella vasca, senza temere di toccare il fondo. Sì, senza temere, perché anzi proprio quando hai toccato il fondo ti rendi conto che il Signore ti aspettava. Lì, sul fondo, dove hai sperimentato il peggio di te: lo hai trovato disponibile a prendere su di sé il peggio di te.

Questa è l’esperienza del battesimo: la consegna a Dio della parte peggiore di noi. Lui ne porta il peso. Ci ha raggiunti lì, dove avevamo toccato il fondo, per riportarci alla vita e tornare a respirare.

Quella vittoria sulla morte è firmata, definitiva. Per questo non possiamo mai cedere alla tentazione di pensare che sia la morte l’ultima parola della nostra vita.

Se come i Sadducei ci affanniamo faticosamente a non perdere quello a cui siamo attaccati, Dio invece si è espropriato di se stesso fino a uscire da sé, perché solo in questa espropriazione si diventa capaci di generare vita. Fin quando saremo preoccupati di rimanere proprietari della vita, saremo invece già morti!

 

Leggersi dentro

–          Se oggi fosse il giorno della tua morte, che senso avrebbe avuto la tua vita?

–          Sei consapevole di non possedere nulla e che in qualunque momento potresti perdere tutto?