Preferisco morire! Perché abbiamo reso così accoglienti i nostri sepolcri

Meditazione sul Vangelo

della V domenica di Quaresima anno A

2 aprile 2017

Gv 11,1-45

 

Ognuno è amico della sua patologia

Alda Merini

 

A furia di metterci una pietra sopra, finiamo sepolti sotto un cumulo di macerie. Ci sono sepolcri che gli altri ci scavano intorno, quando, con la loro indifferenza, uccidono le nostre speranze, ma ci sono anche sepolcri nei quali noi ci buttiamo per paura di affrontare la vita. Ci addormentiamo per non vedere. E così la vita si spegne, diventa, appunto, una tomba.

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Il vero protagonista di questo testo di Giovanni non sembra infatti Lazzaro, e meno che mai la sua risurrezione, cui si giunge affannosamente solo alla fine, quando ci eravamo quasi dimenticati che Lazzaro giaceva da tempo nel sepolcro. Tutto avviene invece intorno a questo sepolcro. Intorno a questo luogo che ci ricorda che l’assenza di Dio è assenza di vita. Quando Gesù è lontano, la vita si spegne: se tu fossi stato presente, dice Marta, Lazzaro non sarebbe morto.

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La vera malattia dell’uomo di ogni tempo è la paura di vivere, quella paura che ti fa addormentare fino a farti chiudere gli occhi per sempre. C’è una profonda relazione, dentro questo testo, tra la morte di Lazzaro e la vicenda del cieco nato, che Giovanni ha descritto poco prima.

 

Eppure, davanti a questa malattia dell’uomo, davanti a questa malattia di vivere che ci porta a rinchiuderci nei nostri sepolcri, Gesù non si rassegna: «colui che ami è malato!». Queste parole, dette a Gesù da parte dei messaggeri delle sorelle di Lazzaro, contengono la vera chiave del testo. Ciascuno di noi è infatti colui che Gesù ama e ciascuno di noi è malato, ferito. Siamo incapaci di prenderci sulle spalle la responsabilità di vivere.

Pianto nellqa stanza del malato

«Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici», queste parole che Gesù pronuncerà nel capitolo 15 dello stesso Vangelo di Giovanni, sono già vissute concretamente qui. Per svegliare l’amico, Gesù corre il concreto rischio di essere ucciso. Non solo perché nel Vangelo di Giovanni la risurrezione di Lazzaro sarà considerata così scandalosa da parte dei Giudei da indurli ad accelerare il processo di condanna di Gesù, ma anche perché, come viene detto da Tommaso dentro questo stesso brano, Gesù torna consapevolmente in un luogo dove poco prima hanno cercato di ucciderlo. Davanti alla nostra paura che ci conduce a rinchiuderci nei nostri sepolcri, Gesù reagisce affrontando la morte al posto nostro.

Se il sepolcro è l’immagine dei nostri luoghi di morte, anche tutto il resto, tutto quello che avviene intorno a questo sepolcro, parla della nostra vita e delle dinamiche che viviamo davanti alla paura fondamentale della nostra vita, ovvero la paura di non farcela. Gesù infatti ci raggiunge a Betania, la casa della sofferenza. Il mondo è Betania, quella casa della sofferenza in cui Dio è entrato per liberarci dalla morte. È in questa casa della sofferenza che Dio continua a venire a svegliarci. Questa promessa è inscritta nel nome stesso dell’amico, Lazzaro vuol dire infatti Dio aiuta. È la parola che portiamo scritta nella nostra carne: siamo noi gli amici amati e malati che Dio aiuta.

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Ma quando siamo rinchiusi nei nostri sepolcri asfissianti, facciamo fatica a credere in un Dio che voglia venire a salvarci perché ci ama. Possiamo anche sapere tante cose su Dio, ma fidarsi è un’altra cosa. Proprio come Marta, la quale dice ripetutamente a Gesù di sapere tante cose su Dio. Il tuttologo che è in noi è anche un po’ teologo! Ma fidarsi di Dio è un’altra cosa. Nel momento in cui Gesù chiede di togliere la pietra dal sepolcro di Lazzaro, Marta viene fuori in tutta la sua incredulità: manda già cattivo odore! Marta deve ancora percorrere quel cammino che porta dal sapere Dio al credere in Dio. Non a caso, coloro che sanno dare meravigliosi consigli agli altri su come vivere, sono proprio quelli che fanno più fatica a credere che Dio stia parlando anche di loro quando dice che siamo malati in cerca di speranza.

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A volte i sepolcri sono anche quelli che ci costruiamo noi per dare un senso, per quanto misero, alla nostra vita. A volte, è vero, sono gli altri che ci hanno buttati in un sepolcro, ma alla fine abbiamo scoperto che non ci si sta così male, perché almeno abbiamo un luogo da abitare! Sono quelli come Maria, sono quelli che hanno trasformato la vita in un sepolcro e non sanno fare altro che piangere. Maria non è solo colei che interpreta il ruolo della donna che fa il lamento sul morto, Maria è colei che non sa fare altro che piangere. Piangere è l’unico verbo che il testo le attribuisca. Maria immette il pianto nella vita sua e in quella degli altri. La vedono piangere e sembra inevitabile piangere con lei. Persino Gesù, quando la vide piangere, si commosse profondamente. Quando Maria esce di casa per incontrare Gesù, il primo pensiero della gente è che stia andando a piangere al sepolcro. Gesù è venuto anche per quelli come Maria, è venuto per noi che abbiamo trasformato la nostra vita in un sepolcro su cui piangere. Anche noi siamo chiamati a uscire da quella casa trasformata in sepolcro per andare a incontrare la vita che ci chiama.

la bambina e la morte

Non solo Lazzaro, dunque, ma anche Marta e Maria, anche noi siamo chiamati a uscire dal nostro sepolcro. È un cammino progressivo. Siamo chiamati a rivivere l’esperienza di Abramo, tirato fuori da una terra che non gli permetteva di vivere in pienezza la sua esistenza. È un cammino nel quale Dio si serve di mediazioni: Gesù chiede ad altri di sciogliere le bende di Lazzaro. Dio ci libera infatti da ciò che ci immobilizza e non ci fa camminare. A volte però siamo così affezionati ai nostri sepolcri che non riusciamo più a sentire il grido di Dio che ci ordina di venire fuori.

 

 

Leggersi dentro

–          Quale nome daresti al sepolcro in cui sei rinchiuso?

–          Attraverso quali percorsi e mediazioni, Dio sta cercando di tirarti fuori?