Nell’acqua del catino. Il dolore

Il dolore

 

Toglietelo da quella croce, vi prego!

Strappatelo ai chiodi del disprezzo.

Sciogliete le funi dell’incomprensione.

Appoggiatelo sul mio corpo.

Lasciate che ne senta il peso.

Come al suo primo vagito, quando nel buio della mangiatoia ti vidi uscire dal mio corpo, come oggi ti vedo entrare nel sepolcro.

Lasciatemi toccare le sue guance, di cui sentii il calore nel freddo di quella mangiatoia.

Fatemi stringere i suoi piedi, su cui vacillante da bambino imparavi a camminare.

Quante volte ti ho visto cadere. Quante volte ti sono corsa incontro per rialzarti dalla polvere della terra.

E ora, impotente, ti ho visto cadere, straziato, sotto il legno di una croce ingiusta.

Avrei voluto asciugarti il volto, ma la spada ci ha diviso.

C’è una distanza che non posso colmare.

Quell’oceano di dolore che tante mamme come me vorrebbero attraversare per abbracciare la sofferenza di un figlio.

 

Figlio mio,

non hai mai trovato posto nel cuore dell’uomo.

Ma senza stancarti hai continuato a bussare.

Fino a quando, pur di entrare, hai trasformato il legno delle porte in quello della tua croce.

Hai divelto i chiavistelli con cui la morte ci teneva prigionieri e ne hai fatto chiodi per lasciarti trafiggere le mani.

Hai strappato le punte dei cunei degli scribi per trasformarle nelle lance che ti hanno trafitto il cuore.

 

Ho cercato di seguirti senza riuscire mai a raggiungerti.

Guardavi lontano. Troppo lontano anche per me.

La vita non smette mai di strappare i figli al cuore delle loro madri.

Anch’io ho desiderato che quel primo abbraccio non finisse mai, ma all’improvviso non ti ho trovato più.

Ti sei perso nei tuoi desideri.

Ho cercato, ho domandato, ma nel cuore sentivo che ormai non mi appartenevi più.

Quella spada ha continuato a trafiggermi, la spada della solitudine che solo una madre conosce.

La spada della separazione. Separata da te fino a diventare madre di un altro.

 

Una madre non si rassegna.

Ti ho inseguito. Volevo strapparti al tuo mondo.

Ho provato a rimettere insieme i pezzi, ma me ne mancava sempre uno.

Volevo liberarti dal peso della croce, ma anche una mamma, per quanto ami suo figlio, non può strapparlo al suo dolore.

Quante volte mi sono presa cura delle tue ferite, ma ora quella croce è troppo alta per versare olio sul tuo destino.

Quante volte ho lavato via la polvere dal tuo viso di bambino, ma ora nell’acqua del catino vedo solo un uomo senza vita.

Quante volte una mamma si piega sulle domande di suo figlio, ma ora tu guardi muto dall’alto la mia paura.

 

Figlio mio,

alla fine una madre resta sempre sola davanti al dolore di un figlio.

Una madre non fugge, non chiude gli occhi, non volge altrove il suo sguardo.

L’amore rimane.

Quante volte avrei voluto fuggire quando tu non mi parlavi, quando sembrava che gli altri venissero sempre prima.

Mi stavi insegnando a rimanere, perché sapevi che un giorno mi sarei trovata sola sotto il silenzio di una croce.

 

Figlio mio,

cosa vuol dire perdonare?

Non ho più spiccioli da gettare nel tesoro.

Non ho né forza di bussare né voce per gridare.

Come Rachele, non voglio essere consolata!

Vi prego, fate silenzio davanti al dolore di una madre!

 

Vi prego, tiratelo giù.

Lasciatemi coprire il suo corpo nudo come all’inizio, quand’era bambino.

Ti hanno spogliato della tua dignità.

Ti hanno messo addosso un vestito che non era tuo.

Come vorrei sentire ancora la tua voce! I tuoi vagiti, il tuo pianto, le tue prime parole.

Nel mio silenzio, rimetto insieme i pezzi.

Ora non me ne manca più nessuno.

La tua vita è compiuta.

Un dono che non mi appartiene.

Un dono perché anch’io lo sia.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. costantino ha detto:

    Grazie

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