Nell’acqua del catino. Il dubbio

Il dubbio

 

Questa vita mi pesa addosso come un macigno.

Mi corre dietro e non mi lascia respirare.

C’è sempre una decisione da prendere. Un sì da dire o da negare.

Parlare o fare silenzio? Tradire o rimanere? Condannare o perdonare?

La testa e il cuore litigano e non c’è verso di mettere pace.

Il dubbio, questo eterno nemico del mio sonno.

Questa luce che non si spegne mai. Questo riflettore sempre acceso su quegli angoli bui del mio cuore che vorrei nascondere anche a me stesso.

 

Condannare o perdonare?

Perché mai gli dei hanno messo nelle mani dell’uomo questa libertà.

È una libertà pesante e non la voglio.

Mi sento schiacciato sotto il peso di un tribunale inesistente.

Potrei sbagliare!

Che ne sarà della mia immagine?

Tutt’a un tratto potrebbe andare in rovina quella maschera di cartapesta che porto da una vita.

Mi credono potente, ma sono debole.

Sono talmente fragile da non avere neppure il coraggio di confessarlo.

Questo è il dramma che mi porto dentro:

la paura di sbagliare.

Lo dico qui nel silenzio del mio palazzo.

Qui mi sento al sicuro. Non voglio uscire.

Voglio restare chiuso dentro.

 

Quelle urla!

Fateli tacere, per carità!

Non so decidere.

Ma se non decido sarò comunque uno sconfitto.

Nella mia vita non ho mai saputo decidere.

Ho sempre tirato a indovinare.

Ho esitato fino a quando gli altri hanno deciso per me.

Non sono mai stato protagonista della mia vita.

Come si fa a decidere?

Non hai mai la certezza di aver fatto la scelta giusta.

Non so decidere della mia vita, figuriamoci quando mi chiedono di giudicare la vita di qualcuno!

 

Non faccio altro che entrare e uscire dal mio palazzo.

Ho tentato di abbandonare le mie sicurezze.

Ho provato a uscire fuori per dire quello che penso.

Ma le urla, quelle terribili urla.

Quegli sguardi di condanna a ogni parola che pronuncio.

Dovrei essere io il giudice, ma sono io a sentirmi giudicato.

Come si può giudicare qualcuno?

Come posso sapere cosa c’è dietro lo sguardo di un uomo.

Me l’hanno consegnato. Non lo conosco neppure.

Mi sta davanti con il suo segreto.

Forse è semplicemente un folle.

Come faccio a giudicare una vita che non conosco?

 

Eppure la forza è l’unico linguaggio che la gente capisce.

Devo fare finta di essere forte.

È una vita che fingo di essere padrone della situazione.

Ma in verità ho semplicemente paura di sbagliare.

E come sempre, il più debole ne farà le spese.

Qualcuno deve pagare per tutti.

E questa volta tocca a lui.

È talmente debole che non ha neppure la forza di parlare.

 

Per salvare me stesso, devo far morire lui.

Succede sempre così: il più debole paga.

Ho provato a lavarmene le mani.

Ho cercato il coraggio sul mio volto, ma nell’acqua del catino ho visto solo un uomo spaventato dalla vita.

Ho cercato di sfuggire alla responsabilità di decidere.

Ma la vita ce l’ha con me.

Ne sono responsabile.

Questa responsabilità m’incombe, mi sta davanti come il volto di quell’uomo.

 

Mi credevo furbo.

Pensavo di aver trovato una via d’uscita.

L’avrei liberato. Me ne sarei liberato.

E invece un altro ha preso il suo posto.

Barabba, figlio del padre.

Ma non è anche lui figlio del padre?

Non siamo tutti noi figli di un padre?

Perché allora questa vita ci inganna?

Perché uno è preso e uno è lasciato?

Che giustizia c’è in questa vita?

Perché questa vita ci sfugge e non riusciamo a tenerla sotto controllo?

 

Avrei voluto chiederlo a lui.

A lui, che diceva di credere in un Dio potente.

Avrei voluto chiedergli tante cose, ma se ne stava in silenzio.

Ora non è più possibile.

L’hanno portato via.

Ho scritto la sua condanna.

Io, tu, noi…abbiamo scritto la sua condanna.

Ho scritto la sua condanna per paura di scrivere la mia.

L’ho scritta per farla finita, per non vederlo più.

Per non sentirmi più sotto accusa.

Ma quello sguardo innocente mi perseguita.

Non avrò forse sbagliato ancora una volta?

Il dubbio mi perseguita.

Perché non c’è un Dio che mi consoli?

Pensavo di aver scritto la sua condanna, ma forse ho solo scritto la mia.