Nell’acqua del catino. L’angoscia

L’angoscia

 

Ormai è notte.

È già notte.

E non so se l’alba tornerà.

Mai, come in questo momento, ho avuto paura del buio.

Ho paura del buio che c’è nel mio cuore.

Il buio che non mi fa vedere dove andare. Non so dove mettere i piedi.

Non so più di chi fidarmi.

Mi sento abbandonato, solo.

Sembra che a nessuno interessi quello che mi porto nel cuore.

Abbiamo mangiato senza guardarci.

Come un malato al quale non hai il coraggio di dire che sta morendo.

 

Giuda ha scelto la sua strada: non ha più la pazienza di aspettare un Dio che sembra assente.

È uscito, portandosi dietro la sua insofferenza.

Gli altri mi sono rimasti accanto senza convinzione.

 

Pietro, amico mio, non ti riconosco più!

Tu che hai sfidato il mare e le tempeste, oggi nascondi una spada sotto il tuo mantello.

Pietro, hai sempre avuto paura di soffrire.

Hai sempre trovato un modo per fuggire dal dolore.

Pietro, il pescatore dalle notti insonni.

Quante volte ho riempito la tua rete vuota con la mie parole!

Ma ormai la notte mi avanza dentro e le luci che intravvedo hanno il sapore del tradimento.

 

È talmente buio che nessuno mi vede.

Ho provato a lavare i loro piedi, mi sono chinato sulle loro ferite.

Ho sentito l’odore della loro fatica.

Ma nell’acqua del catino, ho visto solo il mio volto spaventato.

Loro non c’erano. Mi hanno lasciato solo.

Com’è terribile la solitudine!

Com’è pesante il silenzio quando ti aspetti una parola che non arriva!

Sono come un terreno di rovi e di spine su cui nessuno ha il coraggio di gettare il seme.

 

Questo giardino non è mai stato così buio e l’oscurità non è mai stata così pesante.

Vorrei dormire, vorrei dimenticare.

Vorrei credere che è solo un incubo.

Eppure mi aggrappo con tutte le forze al ricordo di mio Padre.

Quante volte mi hai rialzato da terra, quando da bambino imparavo a camminare.

Correvo tra le tue braccia, Padre, ma inciampavo.

Anche ora inciampo e cado, ma sotto il peso di una croce a cui non so ancora dare un nome.

Tu fai nuove tutte le cose. Riesci persino a dare un senso al mio dolore.

Ma ora resti in silenzio e io mi perdo.

 

Sono stanco, ma il gelo che ho nel cuore mi tiene sveglio.

Forse avrei fatto meglio a pensare alla mia vita.

È la domanda che in questi giorni continua a tornare martellante nella mia mente:

Perché non ho pensato a salvare me stesso?

Perché non ho pensato prima a me stesso?

Perché mi sono innamorato di questa umanità?

Tu me l’avevi sempre detto: non si può amare senza perdersi.

Avevi preso un chicco di grano tra le mani e l’avevi schiacciato:

solo così si porta frutto, altrimenti la vita non ha senso.

 

Eppure adesso mi sembra di marcire da solo.

E non riesco a immaginare che ci sia ancora una vita.

Vorrei riprendermela questa vita.

Ma poi ripenso al calore di quella testa appoggiata sul mio petto.

Ripenso al profumo della casa di Betania e alle briciole cadute dalla tavola.

Sento il canto degli uccelli del cielo e il profumo dei gigli del campo che hai pensato per me!

Se ci penso, mi sento meno solo in questa oscurità.

Anche su queste spine e su questi rovi, tu, Padre, getti il tuo seme.

 

Forse la vita è un po’ come questa pioggia che mi bagna:

scende, feconda, e poi ritorna a Te.

Forse è così che bisogna vivere, forse è questo il senso della vita.

 

Anche se è buio, sento questa corrente d’amore che mi travolge.

Non me ne ero accorto.

È la tua voce che mi parla.

Io Sono un dono. Come ogni uomo e ogni donna.

Mi hai mandato a fecondare la terra.

Ma non mi aggrappo a questa vita.

Tu me l’hai data. A te la riconsegno.

Sì, restituire è il senso di questa vita.

Nelle tue mani affido ciò che sono.