Scoperte inedite L’immagine che c’è ma non si vede

Meditazione sul Vangelo

della XXIX domenica del T.O. anno A

22 ottobre 2017

Mt 22,15-21

 

«Per quanto l’uomo si agiti invano,

tuttavia continua a camminare nella sua immagine».

Agostino, Commento al Salmo 38,7

 

Mi ha sempre affascinato quel lavoro di restauro degli antichi affreschi che permette di riportare alla luce le figure originali, i volti dei personaggi così com’erano stati pensati dall’autore. Mi sembra in qualche modo simile a quello che avviene nella nostra vita, a come cioè il tempo copra o nasconda la nostra immagine originale, quella che Dio ha pensato per noi, ma nello stesso tempo, proprio come accade per un affresco rovinato dalle intemperie, Dio, pazientemente, con la sua grazia, cerca di riportare pian piano l’immagine scritta dentro di noi alla sua primigenia bellezza.

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Questo testo del Vangelo è costruito anch’esso intorno a due immagini: una è quella raffigurante Cesare sulla moneta che serviva a pagare il tributo, l’altra è l’immagine divina scritta dentro l’uomo.

Come in questo passo del Vangelo, anche nella nostra vita le domande che rivolgiamo a Dio sono spesso pretestuose: in realtà abbiamo già le nostre risposte, le nascondiamo nel profondo del cuore, facendo finta di non trovarle, come quando scaviamo, in maniera imbarazzata, per evitare di pagare il caffè a un conoscente al bar.

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Quando Gesù astutamente chiede di vedere una delle monete speciali con cui bisogna pagare il tributo a Cesare, gli erodiani, sostenitori del potere romano, la tirano fuori immediatamente, segno evidente che essi pagavano quella tassa: interrogano Gesù sull’opportunità o meno di pagare, ma essi hanno già la risposta.

Il tributo a Cesare era una tassa che a partire dal 6 d.C. tutti gli abitanti della Giudea, della Samaria e dell’Idumea dovevano versare al potere imperiale e dovevano farlo con una moneta speciale, una moneta che recava appunto l’effige di Cesare. Pagare il tributo con questa moneta speciale diventava in tal modo anche un sistema per diffondere il culto dell’imperatore. La resistenza che un ebreo provava davanti a questa imposizione non era solo di tipo economico e politico, ma anche religioso, dal momento che la Legge ebraica vietava di farsi immagine alcuna. Usare quella moneta poteva dunque anche essere considerato come un atto di idolatria.

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L’amore per l’imperatore passa dunque attraverso il denaro, è un affetto che si quantifica. È uno scambio in cui c’è uno che vince ed è sempre presente, l’altro invece è costretto a stare da schiavo nella relazione. Ho l’impressione perciò che lo stile di Cesare sia spesso anche il nostro, quando viviamo relazioni fatte di scambi quantificati, in cui tutto è misurato in base al prezzo, dove siamo sempre scrupolosamente attenti a verificare se l’altro ha pagato il tributo alla nostra immagine. Siamo tutti narcisisti come Cesare e viviamo le relazioni come un bisogno di venerazione e di conferma all’idea che abbiamo di noi stessi.

La risposta di Gesù non può essere affatto interpretata, come è avvenuto tante volte nella storia delle dottrine politiche, nel senso di una separazione dei poteri: da una parte quello civile e dall’altro quello religioso. A ben guardare, Gesù sta riportando l’uomo, tutto intero, alla sua totale appartenenza a Dio.

Se infatti ogni cosa appartiene a colui di cui reca l’immagine, è vero che la moneta appartiene a Cesare perché ne reca l’immagine, ed è dunque ammissibile che quelle monete ritornino a lui, ma è altrettanto vero che l’uomo reca in sé l’immagine di Dio, fin dalla creazione. Pertanto anche tutto l’uomo deve ritornare a Colui di cui reca l’immagine, ovvero a Dio. Se dunque accettiamo di pagare il tributo, in virtù dell’immagine che le monete recano impresse, portando avanti questo ragionamento, dovremmo concludere che anche l’uomo, tutto l’uomo, appartiene a Dio, e a Lui deve ritornare.

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Probabilmente però nella nostra vita l’immagine di Dio non è così evidente come l’immagine di Cesare impressa sulle monete. Chi guarda la moneta vede Cesare, ma chi guarda la nostra vita cosa vede? Come in un affresco antico, l’immagine di Dio in noi appare occultata dal tempo, sembra rovinata, ma non può mai andare persa.

La vita spirituale è lasciare che Dio metta mano all’affresco che ha dipinto in noi, e piano piano riporti alla luce la bellezza con la quale ci ha pensato. Questa è l’unica immagine che dovrebbe preoccuparci, non quella che stampiamo sulle false monete delle nostre relazioni interessate.

 

 

Leggersi dentro

–          In che condizioni è l’affresco che reca l’immagine di Dio in te?

–          Quanta importanza dai al culto della tua immagine nelle relazioni?