Scarta la carta! Che gusto c’è a fare festa così?

Meditazione sul Vangelo

della XXVIII domenica del T.O. anno A

15 ottobre 2017

Mt 22,1-14

 

“Consentitemi di fare il meglio che posso”.

Da Il pranzo di Babette di K. Blixen

 

Organizzare una festa è una cosa seria. Dice molto di noi stessi. E molte volte è un’immagine della nostra vita: ci sono quelli che amano curare i dettagli e quelli che invece lasciano fare tutto agli altri, ci sono quelli che propongono feste kitsch, in cui c’è un po’ di tutto, e quelli che preferiscono feste essenziali, c’è chi per stanchezza o per pigrizia evita di pubblicizzare il suo compleanno e chi invece nella festa mette al centro se stesso, cercando un attimo di celebrità.

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È rimasto molto poco di tutto questo nel nostro modo di fare festa: siamo talmente standardizzati che alcune mamme mi spiegavano che persino la festa dei bambini piccoli è scandita ormai da procedure tutte uguali! Abbiamo perso il gusto di raccontare noi stessi e finiamo col dire solo quello che si aspettano gli altri.

La festa è un modo in cui si dà un po’ di noi stessi. Si può dare persino tutto quello che si ha, come fa la protagonista de Il pranzo di Babette, che, spendendo per i suoi ospiti tutta l’eredità ricevuta, con la quale avrebbe potuto cambiare la sua vita, organizza un pranzo per i suoi amici, per esprimere la sua gratitudine.

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Anche nella Bibbia, Dio usa l’immagine della festa per esprimere il suo desiderio di donarci tutto quello che è. In qualche modo anche Dio è uno che non bada a spese e organizza feste in cui dà tutto se stesso, come la vedova che getta nel tesoro tutto quello che ha per vivere, come il Figlio che dona se stesso affinché si celebri la pace tra Dio e l’umanità.

Invitare a una festa implica inevitabilmente anche esporsi al rifiuto: ci può essere qualcuno a cui la nostra vita non interessa. In questa parte del Vangelo di Matteo, Gesù sta insistendo spesso su questa esperienza del rifiuto: il figlio che non vuole andare a lavorare nella vigna, i vignaioli che non accolgono il figlio mandato dal padrone e adesso gli invitati che non vanno alla festa.

Alcuni si assumono esplicitamente la responsabilità di comunicarci il loro disinteresse per la nostra vita, altri invece fingono, ed entrano nella nostra festa con un cuore falso:

«Più untuosa del burro è la sua bocca,

ma nel cuore ha la guerra», Sal 54,22.

Nel banchetto di cui si parla in questo passo del Vangelo, un invitato non porta il vestito delle nozze. Sant’Agostino, commentando questo passo, nota che si deve trattare di un abito interiore, altrimenti ai servi non sarebbe sfuggito. Agostino lo chiama “l’abito della carità”. È infatti solo il padrone che se ne accorge: c’è bisogno di uno sguardo più profondo per accorgersi che a volte, anche quelli che sono presenti nella nostra vita, ci stanno in maniera non autentica, coprendo il loro disinteresse con un’esteriorità graziosa.

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L’esperienza del rifiuto appartiene a quelle esperienze dure, faticose, che ci aprono però gli occhi, ci aiutano a prendere consapevolezza del modo in cui stiamo vivendo la nostra vita. È un’esperienza che ci induce a chiederci con chi vogliamo fare festa.

Anche Dio ha fatto una scelta, ha deciso di preferire gli ultimi, i più piccoli, quelli che nessuno vuole. E in questo modo rilancia a noi la domanda: con chi vuoi fare festa nella tua vita? Come scegli gli invitati per il tuo banchetto? Il modo in cui scegliamo le persone con cui condividere la festa della nostra vita dice molto di noi, dice chi siamo.

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Ad ogni modo, mentre decidiamo a chi mandare gli inviti, non dimentichiamoci che noi stessi siamo invitati alla festa che Dio ha preparato per noi. Forse, partecipando a quella festa, possiamo prendere qualche spunto interessante per la celebrazione della nostra vita!

 

 

Leggersi dentro          

–          Se dovessi organizzare una festa, come lo faresti?

–          Come vivi l’esperienza del rifiuto?