meditazioni

Mi copro o m’intrappolo? Il velo e la rete come modi di stare al mondo

Meditazione sul Vangelo

della III domenica del T.O. anno B

21 gennaio 2018

Mc 1,14-20

«Vidi tutte le reti del Maligno distese sulla terra e dissi gemendo: “Chi mai potrà scamparne?” E udii una voce che mi disse: “l’umiltà!”».

Sant’Antonio Abate

 

Quando entriamo nella Cappella San Severo a Napoli, restiamo certamente ammirati dalla leggerezza di quel velo che copre il corpo del Cristo, adagiato su una superficie marmorea. Quel velo ci ispira un’idea di pace, un senso di tranquillità, nonostante il carattere tragico della scena. Ma sollevando lo sguardo alle altre sculture che ornano la Cappella, ci imbattiamo nella figura di un uomo che si dibatte in una rete, cercando di divincolarsi dai lacci che lo imprigionano: si tratta del Disinganno.

cristo-velato

Il velo e la rete come il divino e l’umano, come la vittoria sulla morte e l’ansia della vita. Il velo e la rete sembrano due metafore della vita, due modi di stare sotto questa vita, quello di chi non si lascia schiacciare e quello di chi invece si affanna nel tentativo di liberarsi.

Queirolo-Il-disinganno-3-665x562

In effetti l’immagine della rete è un simbolo potente che contiene molteplici significati: la rete è ciò che permette al pescatore di raccogliere i pesci o al calciatore di fare goal, ma la rete è anche quella in cui si può finire in trappola o quella che permette di tenere i contatti con gli altri. La rete è sempre ambigua: il web ci permette di allargare le nostre conoscenze, ma è anche quello che a volte ci fa perdere tempo.

Anche l’annuncio del Regno di Dio, sembra dire questo passo del Vangelo, ha a che fare con la rete e dunque con l’ambiguità della vita.

Il tempo della scena è scandito proprio dal rapporto con le reti: Gesù va verso il mare e chiama i primi discepoli quando stanno gettando le reti in mare, dunque di sera, ma poi torna a chiamare ancora mentre altri discepoli stanno sistemando le loro reti, ovvero al mattino, alla fine del lavoro. Il testo ci trasmette quindi l’immagine di Gesù che per tutta la notte non si è allontanato dal mare e ha continuato a chiamare!

gettare reti

Il mare e la notte sono due elementi che richiamano l’idea della paura: il mare per un ebreo è un luogo di morte, un luogo dove continuamente si rischia di perdersi; la notte è il tempo in cui non si vede bene, in cui si può essere assaliti, il tempo in cui abbiamo bisogno di luce. Il mare e la notte sono dunque il luogo e il tempo in cui Gesù ci chiama, quando abbiamo paura e quando non vediamo bene: la parola di Gesù giunge a calmare il cuore e a illuminare la mente.

I gesti dei discepoli sono descritti con due verbi significativi: i primi discepoli gettano le reti nel senso che pescano in quella modalità che ancora oggi è possibile vedere: senza allontanarsi dalla riva. È un modo di vivere, quello cioè di chi resta in superficie, senza rischiare mai.

 

La seconda coppia di discepoli sistema le reti nel senso di rammendare le parti strappate, come chi non ha il coraggio di buttar via quello che non funziona più, sebbene questo significhi ogni volta non riuscire a raccogliere i pesci che facilmente sfuggono alla rete usurata.

sistemare reti

Due modi di vita dunque dentro i quali Gesù prova a entrare, due atteggiamenti da cui Gesù vuole liberarci, la superficialità e la fissazione. Gesù ci chiama per liberarci da quelle reti che ci fanno restare in superficie nella vita e da quelle che ormai non funzionano più, ma che non siamo capaci di abbandonare. L’incontro con Gesù è sempre un incontro liberante, Gesù ci salva da quello che ci intrappola e ci impedisce di vivere la vita pienamente.

Non si tratta di abbandonare le reti, ma di usarle in modo nuovo: Gesù non disprezza il lavoro di questi uomini, non chiede loro di cambiare. Sono pescatori e pescatori resteranno. Dio non vuole distruggere quello che siamo, non ci sta dicendo che non siamo OK: «sarete pescatori di uomini» vuol dire che continueranno a essere ciò che sono, ma in modo nuovo, per uno scopo diverso, a servizio di un ideale più alto. Gesù non distrugge, ma valorizza quello che siamo.

Ancora una volta, troviamo nel vangelo una parola oscura, una parola che al momento non è stata chiara per i discepoli, ma che ha messo in moto il loro cammino, li ha incuriositi e affasciati. Con Dio è sempre così, all’inizio non è mai tutto chiaro, ma la sua parola attrae e accende il cuore. Chi non ha il coraggio di rischiare non accetterà mai di lasciare le sue care e vecchie reti, ma continuerà a rimanere in superfice, provando ancora una volta a riparare ciò che ormai non funziona più.

 

Leggersi dentro

–          Senti la vita come un velo che ti copre delicatamente o come una rete che ti intrappola?

–          Vivi anche tu rimanendo in superfice o cercando di riparare quello che ormai non funziona più?

5 commenti

  1. Ho imparato a liberarmi dalle reti e anche dalle ossessioni, grazie alla fiducia in Dio.
    Prego che mi liberi ogni giorno dalle reti del mondo per permettermi di volare verso di lui più libera.

  2. Diciamo che la vita alterna momenti di velo con trappole da cui guardarsi. Devo trasformarle in collaborazione e sviluppare le risorre

    .

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.