Qualcuno mi ha preceduto!

Meditazione per il mercoledì delle ceneri

14 febbraio 2018

Mt 6,1-18

Le nostre preghiere

diventano spesso teatri

in cui fabbrichiamo reputazioni di santità.

J.L. Lagrange

 

Passiamo la vita cercando case in cui essere accolti. Passiamo da una dimora all’altra, mendicando affetto. Proviamo a riempire i nostri vuoti, divorando il cibo della gratificazione. In fondo, cerchiamo tutti una relazione in cui abitare.

Siamo sempre figli di qualcuno, c’è inevitabilmente un padre che ci ha generati. Il cammino per trovare dimore deve ripartire allora dall’inizio. Il peccato originale è il rifiuto del Padre. Da quel rifiuto in poi, continuiamo a cercare invano, fino a quando non riconosceremo che stiamo cercando la nostra origine.

Il padre è la storia, è l’inizio, è l’identità ricevuta. Cercando il padre, cerchiamo noi stessi.

Al cuore del Vangelo di Matteo c’è un padre che chiede di essere accolto in casa nostra. È un rovesciamento delle parti: non siamo noi che dobbiamo andare a cercare, a noi viene chiesto piuttosto di aprire la casa e accogliere,  nella nostra stanza più intima, il padre venuto a incontrarci. È la stanza dove la sposa del Cantico vuole essere attratta dallo sposo (Cantico dei Cantici 1,4). È la stanza del cuore, dove finalmente possiamo essere noi stessi.

La relazione con il padre è il luogo dove possiamo stare senza maschere.

Rifiutare di accogliere il padre vuol dire rimanere soli dentro la nostra casa. La nostra vita rimane abitata solo dal nostro io. Il peccato originale è appunto la sostituzione dell’io al padre che ci ha dato vita. È cancellare la storia e la nostra identità, è cancellare la nostra identità di creature che hanno ricevuto la vita, ma sono incapaci di darsi vita.

 

Come il fariseo e il pubblicano al tempio, nel vangelo di Luca (cf Luca 18,9-14), così nel testo di Matteo siamo chiamati sempre a scegliere se vogliamo stare ipocritamente sempre e solo davanti al nostro io, contemplando la nostra immagine, o se vogliamo stare davanti al padre, davanti a colui che ci rimanda la nostra immagine più autentica. La relazione con il padre è infatti il luogo dove possiamo essere finalmente nudi e vederci come siamo veramente. Davanti allo specchio del nostro io esibiamo invece le nostre maschere più artificiali per coprire ciò che non vogliamo vedere di noi.

Matteo contrappone infatti l’autenticità del lasciarsi vedere dal padre, con la falsità del farsi vedere, che è l’atteggiamento tipico dell’attore che indossa maschere adeguate ai ruoli che vuole giocare.

 

Al cuore del vangelo di Matteo c’è dunque l’invito a essere autentici: veniamo fuori per quello che siamo nelle nostre relazioni. Certamente nelle relazioni con gli altri: l’elemosina è la capacità di accorgersi del bisogno dell’altro. Chi ha davanti solo il proprio io non riesce a vedere ciò che manca alla vita dell’altro.

Il digiuno esprime poi la relazione con se stessi: spesso la Bibbia torna sull’immagine del mangiare. Il digiuno è la capacità di decidere di cosa nutrirsi. È una disciplina possibile solo in un ascolto di se stessi, dei bisogni reali che non sono quelli delle reazioni immediate. Il digiuno è possibile solo in una profonda conoscenza di sé.

Ma il cuore delle relazioni è la relazione con il padre. È lo spazio della preghiera, là dove incontro il mio io più profondo, perché mi viene restituito da chi mi conosce da sempre. La preghiera è il luogo dove incontro la mia storia e il mio presente. Nella relazione con il padre posso vedermi come sono, guardando con misericordia anche il mio peccato.

 

Il racconto di Matteo è un invito a ripensare le relazioni all’interno della comunità: siamo chiamati a riconoscere questo padre come nostro e non solo mio. Nella relazione con il padre, possiamo riconoscere la possibilità di essere fratelli: fratelli infatti non si nasce, ma si diventa, attraverso un lungo cammino che passa attraverso il perdono reciproco.

È il perdono reciproco che costruisce la comunità. Un perdono che non ha la sua misura nel modo in cui sono stato perdonato dall’altro, ma nel modo in cui sono stato perdonato dal padre. Per questo la preghiera precede il perdono, perché solo nella preghiera posso fare l’esperienza di essere stato perdonato, esperienza senza la quale io stesso non sarò mai capace di perdonare.

Nella preghiera posso affidare al padre ciò di cui ho bisogno: il pane quotidiano. L’aggettivo “quotidiano” richiama probabilmente la spesa di ogni giorno, le cose che si comprano per oggi. Nella preghiera sono invitato ad andare in fondo ai miei bisogni, per scoprire il mio desiderio essenziale, ciò che mi serve effettivamente per vivere. Di cosa ho bisogno veramente oggi? Questa è la domanda centrale della preghiera. Questa è la grazia, il dono che posso chiedere al padre e che mette in moto il mio cuore.

 

Come un bambino che affronta il mondo portandosi comunque dietro tutte le sue paure, chiederò al padre di non abbandonarmi, ma di continuare a tenermi la mano. Come un bambino che, scrivendo, ha bisogno che il padre gli tenga la mano, altrimenti farà solo scarabocchi. Perciò, padre, non abbandonarmi nei momenti in cui la vita mi mette alla prova, perché se mi abbandoni, se lasci la mia mano, non potrò che cadere!

 

 

Leggersi dentro

–          C’è un luogo della mia vita dove coltivo la relazione con Dio padre?

–          Riesco a essere autentico nelle relazioni o uso sempre delle maschere?