meditazioni

Vorrei che tu ci fossi! La felicità è reale solo se condivisa

Meditazione

per la quarta domenica di Avvento

23 dicembre 2018

Non c’è amore che nella comunicazione non sia messo alla prova.

Dove la comunicazione si spezza definitivamente,

lì cessa l’amore,

perché si trattava solo di un’illusione ingannevole.

K. Jaspers

 

 

La tristezza della solitudine la capisci quando la bellezza attraversa la tua vita, ma non hai nessuno con cui condividerla.

Cerchiamo l’altro per lo più per lamentarci: lo inchiodiamo alla sedia o al telefono affinché si prenda un po’ della nostra fatica.

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Molto più difficile è trovare qualcuno con cui condividere la gioia: un po’ perché siamo scaramantici – e pensiamo che non sia conveniente far sapere all’altro che siamo felici – un po’ forse perché la felicità ci imbarazza, preferiamo viverla con pudore. Condividere la gioia è raro forse anche perché è difficile trovare qualcuno a cui comunicare in maniera profonda, e non estemporanea, le cose importanti o semplici che accadono nella nostra quotidianità.

Eppure, come ci insegna questo testo del Vangelo di Luca, non c’è esperienza più profonda che avere qualcuno da cui sentirsi capiti, qualcuno con cui leggere insieme le nostre storie personali, per scoprire come Dio attraversa questa vita.

condivisione gioia

Per cercare l’altro occorre alzarsi, scomodarsi, mettersi in viaggio. Maria è la donna che si lascia muovere dal suo desiderio. Il desiderio autentico vince la paura.

Maria supera le montagne della distanza, gli ostacoli che ci impediscono di vedere la meta. È probabile che Maria abbia fatto il viaggio con qualche carovana di persone conosciute, eppure il testo ci presenta Maria da sola. Ci sono viaggi che possiamo fare soltanto noi.

Se restiamo al testo, così come ci è consegnato, Maria ci viene presentata da sola su strade infide, attraverso la Samaria per arrivare in Giudea. Maria non cerca un altro qualunque per condividere la sua gioia: cerca Elisabetta, colei che può capirla, una donna che sta vivendo un’esperienza simile alla sua.

pellegrino

Elisabetta è l’umanità che ha sperimentato la sterilità, l’umanità senza speranza, convinta di non poter più dare frutto. L’umanità attraversata dalla tentazione dell’idea che Dio sia ormai lontano. Persino suo marito Zaccaria, nonostante il tempo che trascorre nel tempio a contatto con il sacro, non crede più che Dio possa operare nella loro vita. Elisabetta forse nel suo silenzio ha continuato a sperare. Forse anche lei ha sperimentato la solitudine, l’impossibilità di condividere con qualcuno quella briciola di speranza che ancora le restava.

È proprio a questa umanità sterile e senza speranza che Maria porta Cristo.

Maria è il volto della Chiesa che, spinta dal desiderio, è chiamata a scomodarsi e mettersi in viaggio per raggiungere questa umanità.

Elisabetta, il cui nome vuol dire Dio è giuramento, è immagine di ogni uomo e di ogni donna per cui Dio ha una promessa da compiere.

Elisabetta è anche la donna del discernimento, colei che sa ascoltare ciò che si muove dentro, i suoi sentimenti, e si pone la domanda fondamentale: cosa significa? A che cosa devo che la madre del mio Signore venga a me?

Elisabetta non si ferma alla sua emotività, ma si interroga sul significato: cosa vuol dire quello che sto provando?

visitazione

L’incontro con l’altro è anche un incontro con la realtà: Elisabetta è la prima persona con cui Maria si confronta. Il dialogo diventa il luogo della conferma: Dio sta veramente attraversando la nostra storia.

In genere siamo abituati a leggere la storia in maniera diversa: siamo abituati a una storia fatta dai grandi, dai personaggi illustri. Luca sta riscrivendo la storia in modo rivoluzionario, mettendo al centro due donne semplici, una delle quali, Maria, viene da un villaggio sconosciuto. Questo è infatti il modo in cui Dio fa la storia.

la storia

Questo viaggio di Maria ci coinvolge tutti: la gioia che Eva ci tolse, ci è ridonata in Maria. Nessuno è tagliato fuori da questa promessa. C’è un legame che ci precede e ci unisce. Un legame tra noi, uniti inevitabilmente nello stesso destino di salvezza. L’altro è sempre colui che è salvato con me, colui nel quale posso vedere il mio destino di salvezza. È proprio questo legame che ci precede, e che non abbiamo scelto, che diventa il fondamento della possibilità di cercare l’altro per condividere la bellezza della vita.

 

Leggersi dentro

–          Ci sono spazi di condivisione profonda nella tua vita?

–          Come ti sembra che Dio venga a visitarti nei tuoi momenti di sterilità?

4 commenti

  1. Gli spazi del discernimento, degli esercizi, quelli del dono del tempo e della vita.
    Ma più di tutto il silenzio nel quale percepire l’incontro con il Suo.

  2. Credo che lo Spirito Santo agisca in me, nonostante me. E’ certo che se vivo momenti di condivisione profonda tutti si avverte l’armonia in terra, preludio di quella eterna. Dio mi visita, affiancandomi. E con dolcezza e fermezza mi dice di non mollare, di non cedere allo scoramento. Non riesco a vivere senza il cuore … Naturalmente, parlo per metafora perche’, nella realta’, e’ logico vivere attraverso le pulsazioni del cuore.

  3. Sperimento ogni giorno un pochino di più, anche grazie a questo spazio di condivisione, che la condivisione profonda è possibile…se solo mi dispongo a prepararla nel silenzio della preghiera, rinunciando a identificarmi con la mia mente ordinaria così che si crei uno spazio per accogliere l’altro.
    Quando questo accade allora allora, a tratti, a volte, mi è concesso di riconoscere nell’esodo da me stessa il disegno del Signore!

  4. Mentre guardavo l’appartamento in costruzione, avevo dato l’anticipo, tra i mattoni del muro gli operai inserivano del materiale. Chiedo perché: “E’ isolante. Il muro traspira”. Il muro di mattoni permette il passaggio, quindi il contatto, tra l’esterno e l’interno, non isola. Riflettevo, più che le mura di casa ciò che tiene lontano dalla condivisione con l’altro sono i televisori, i cellulari, i computer, la playstation, una o più automobili. La moltitudine delle proprietà private. Entrato in casa ho accarezzato le mura. Non sono i muri, i mattoni, che è terra, la terra, che ci divide, in quanto lascia trasparire la vita. Anzi, più ci circondiamo di mura non traspiranti, più ci avviciniamo all’asfissia.
    Questa settimana ho commesso una magnifica gaffe. In palestra si è presentata una bambina down, la pelle è sullo scuro, disattento perché trasportato dal clima temporale, con la madre tento di parlare del Natale, dei festeggiamenti, delle tradizioni. Mi guarda … è Marocchina, di un’altra religione. Una meraviglia vedere la bambina in allenamento insieme alle altre ragazze e ragazzi.

    Penso uno dei momenti che porta alla sterilità, sono le disavventure. Un malore, un incidente o quando si insinua nella mente, la chiamo così, la bestia del parossismo eccitativo. Nel primo sei giù. Ho sperimentato che chiedere aiuto nell’intimo, ti aiuta in progressione ad affrontare la difficoltà. E’ la seconda, una volta lanciata galoppa a briglie sciolte. Finita la corsa, rimane il fiatone. Ti ritrovi più malconcio delle conseguenze causate dalla prima, e inizi a chiedere aiuto nell’intimo, nel silenzio.
    Penso, l’aiuto di Dio è trascendentale seguente al credere a quell’aiuto che mantiene la possibilità di superare la crisi.

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