meditazioni

Intanto lo dico! Perché siamo diventati falsi testimoni

Meditazione per la II domenica del T.O. anno A

19 gennaio 2020

 

«L’evento è rivelatore: i testimoni,

giudicandolo, si giudicano da se stessi».

M. De Certeau

 

Come un grande processo

A volte la vita ci sembra un grande processo nel quale giochiamo diversi ruoli. Alcuni si cronicizzano nella stessa parte, altri preferiscono spostarsi da un ruolo all’altro. Può capitare infatti di sentirsi accusati, messi appunto sotto processo, ma tante volte siamo noi stessi, almeno nei nostri pensieri, gli accusatori degli altri. Ma uno dei ruoli più gettonati è certamente quello del giudice: amiamo dare sentenze, stabilire le condanne, essere implacabili e senza misericordia. Nei processi c’è però anche un altro ruolo meno ricercato, più compromettente, ritenuto purtroppo persino irrilevante, è il ruolo del testimone, di colui che effettivamente ha visto, ha fatto un’esperienza, e per questo può parlarne.

È probabile che anche l’evangelista Giovanni abbia avuto la percezione della vita come un processo, perché racchiude tutto il suo racconto dentro una grande inclusione costituita proprio dall’immagine del testimone: all’inizio del suo racconto, nel primo capitolo (v.32 e 34), Giovanni Battista si presenta come testimone di Gesù; alla fine del Vangelo (Gv 19,35), l’evangelista stesso si presenta come il testimone di quello che ha visto.

 

Testimoni nostro malgrado

La nostra vita è inevitabilmente una testimonianza. Noi parliamo, che lo vogliamo o no. La nostra vita parla, ma può dire anche cose false. Quando non c’è coerenza tra la nostra esperienza e le nostre parole, la nostra vita è una falsa testimonianza. Non solo. Quando ci chiudiamo nelle nostre fantasie, quando inventiamo racconti improbabili e infondati sugli altri, quando lanciamo accuse e diffondiamo pettegolezzi, quando insinuiamo pregiudizi senza fondamento solo per guadagnarci la nostra parte di popolarità e di successo, noi siamo falsi testimoni. E allora non dovremmo mai dimenticare che, come nei tribunali, anche nella vita, la falsa testimonianza è un reato che avrà inevitabilmente delle conseguenze. Se la nostra testimonianza è falsa, siamo imputabili e ne pagheremo le conseguenze prima o poi.

 

Prima vedere, poi parlare

Giovanni Battista ci ricorda infatti che c’è una correlazione tra il vedere e il parlare: proprio perché ha visto con i suoi occhi, proprio perché ha fatto esperienza, allora si permette di parlare. Anzi, per Giovanni Battista c’è un’azione che è ancora precedente alla dinamica della testimonianza: egli ha ascoltato Dio. È l’appello alla vita che riguarda ognuno di noi: Dio ci chiama nei contesti in cui abitiamo, ci mette dentro le situazioni della nostra storia, affinché ne diventiamo testimoni. Non capitiamo per caso dentro le vicende della vita: è lì che siamo chiamati a stare per diventare testimoni, non per sentirci sempre imputati o per divertirci a giocare al giudice onnipotente o all’accusatore spietato.

 

La realtà è superiore all’idea

Forse non a caso, Papa Francesco ha sentito l’esigenza di ricordarci, nella Evangelii gaudium (n.233), che la realtà è superiore all’idea. L’uomo contemporaneo pensa infatti che solo perché nella sua testa c’è un desiderio o un progetto, automaticamente si realizzerà o è immancabilmente possibile. E per questo ci stupiamo di trovarci di fronte a una realtà che non procede secondo le nostre previsioni. Bisogna invece guardare la realtà e poi possiamo provare a immaginare come sarebbe possibile trasformarla. Giovanni Battista riconosce infatti che non conosceva Gesù, ma non si è chiuso nelle sue fantasie o nei suoi pregiudizi, si è sforzato invece di creare le condizioni affinché potesse incontrarlo realmente. Molti nostri giudizi impietosi sulle persone nascono dal fatto che non le conosciamo veramente.

 

L’agnello e la colomba

La ricchezza della nostra esperienza non può mai essere tradotta esattamente e pienamente attraverso le parole, per questo Giovanni Battista usa delle immagini, che provano a raccontare qualcosa di quello che ha vissuto. Egli usa due immagini: l’agnello e la colomba. L’agnello rimanda infatti alla Pasqua. È l’animale sacrificato, che prende il nostro posto nella morte. È l’agnello che ricorda la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, quello che i nostri padri mangiarono in fretta. In Gesù c’è questa ricapitolazione della storia, è l’eccedenza dell’amore che non si può racchiudere dentro una definizione.

Allo stesso modo la colomba ricorda la presenza dello Spirito che attraversa tutta la Sacra Scrittura e che trova compimento in Gesù. È lo Spirito che aleggiava sulle acque, è lo Spirito che attesta la fine del diluvio, è lo Spirito che racconta l’amore di Dio per l’umanità sua sposa.

Le nostre parole al contrario sono spesso povere, senza la profondità delle immagini. Chiudiamo il mondo dentro pensieri molto piccoli che ci fanno perdere la bellezza della realtà. Ma la cosa più grave accade quando queste parole, così povere, frettolose e gridate, sono persino parole false. Quelle parole sono nostre, sono di chi le pronuncia, e fanno di noi dei falsi testimoni.

 

Leggersi dentro

  • Sei pronto a chiedere perdono, anche nel sacramento della riconciliazione, per la tua falsa testimonianza, per il pettegolezzo e le insinuazioni?
  • Sei consapevole di non essere solo vittima delle situazioni, ma che a volte diventi anche giudice e accusatore?

 

 

Versione originale su http://www.clerus.va

3 commenti

  1. Siamo sempre responsabili delle nostre azioni. Quanto si puo’ perdonare? Settanta volte sette, ma, a volte, per stanchezza, non si riesce. C’e’ un accumulo di anni e non si puo’ continuare a giustificare. Ne va della serenita’ interiore.

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