meditazioni

Sbroccare. Quando finalmente capisci cosa vuoi

Meditazione

per la Terza domenica di Quaresima anno A

15 marzo 2020

«La forza di Cristo ti ha creato,

la debolezza di Cristo ti ha ricreato».

Sant’Agostino, In Io. Ev. tr. 15, 6.10-17

 

Quella inevitabile sete

La sete è un bisogno che accompagna inevitabilmente le nostre giornate. Nel viaggio, lungo la strada, ci possono mancare tante cose, ma niente è più necessario come l’acqua. Ormai è diventata persino una moda: dopo il cellulare sempre in mano, adesso è la volta della borraccia sempre nello zaino. Questa volta però potrebbe essere una bella immagine della nostra vita: ci sono cose di cui non possiamo fare a meno! Forse ciascuno potrebbe personalizzare la propria bottiglia, scrivendoci sopra il nome che daremmo a quello che più ci manca nel viaggio della vita. Questo vale anche nel cammino spirituale, perché, come alla donna samaritana così anche a noi, Gesù chiede di presentare davanti a lui il nostro desiderio più profondo. Ascoltando la storia di questa donna, capiamo subito che aveva infatti un grande bisogno di essere voluta bene. È una donna inquieta, che forse ha cercato alle sorgenti sbagliate una risposta alla sua sete d’amore. Tutti i dettagli di questo testo del Vangelo di Giovanni sembrano descrivere una storia di corteggiamento, nella quale Gesù si rivela come il vero sposo.

 

La paura della luce

Fin da subito Giovanni ci mette in questo contesto nuziale, collocando la scena intorno a un pozzo, luogo in cui si combinavano i matrimoni (cf Gn 24; Gn 29; Es 2). La presenza di Gesù sconvolge i piani di questa donna: se qualcuno va a prendere l’acqua a mezzogiorno, probabilmente non vuole incontrare nessuno. Questa donna non vuole essere vista, altrimenti non si sottoporrebbe alla fatica di uscire a mezzogiorno e di portarsi addosso, sotto il sole cocente, il peso di un’anfora piena d’acqua. E del resto non correrebbe il rischio evidente di portarsi a casa un’acqua ormai calda dopo aver camminato sotto il sole di mezzogiorno.

Ma l’ora sesta non è solo quella in cui il sole è più alto, è anche il momento in cui c’è più luce. È il momento in cui si può vedere meglio. Questa sarà infatti l’ora in cui Gesù si lascerà vedere, ma sarà anche l’occasione per questa donna di vedere meglio dentro se stessa.

 

Chi è il più forte?

Pur di incontrarci, Gesù è disposto a farsi povero e mendicante davanti a noi. Si fa maestro di dialogo, perché a volte per raggiungere il cuore di una persona, devi accettare di farti vedere bisognoso. Gesù rinuncia a farsi vedere autosufficiente, chiede a questa donna di prendersi cura di lui. È un modo per lasciare che si avvicini, senza spaventarsi. E infatti la donna samaritana mostra le sue armi: tu non hai un secchio per attingere e il pozzo è profondo. È un modo per dire: in questo momento io sono più forte di te, ti tengo in pugno, hai bisogno di me.

Al contrario, Gesù le mette davanti il suo inerme desiderio: ho sete! Sono le stesse parole che Gesù dirà sulla croce. Sì, Gesù ha sete della salvezza di questa donna, ha sete della felicità di ciascuno di noi. Vuole dare risposta a quel desiderio di vita piena che ciascuno di noi si porta nel cuore, dentro quel cuore che a volte è proprio un abisso come un pozzo, dal quale non riusciamo più a tirar fuori l’acqua che dà vita.

 

Una storia sbagliata

Nell’incontro con Gesù, Egli si fa conoscere, ma inevitabilmente anche noi siamo svelati a noi stessi. Gesù fa emergere la storia di questa donna non per giudicarla, ma perché finalmente la presenti a lui. Egli vuole farne una storia guarita. Gesù fa emergere il desiderio profondo di questa donna. La aiuta a comprendere cioè che le manca, sebbene non abbia il coraggio di riconoscere ciò che veramente desidera.

Si tratta di una storia complicata, che la gente ha sicuramente giudicato e condannato. E forse proprio per questo motivo questa donna samaritana era solita recarsi al pozzo quando non poteva essere vista, forse per non sentire lo sguardo delle altre donne sui suoi errori. Si tratta di una storia che parla di cinque mariti, a cui si aggiunge un sesto uomo che non è neppure suo marito. Questo numero sei allude a un’imperfezione e rimanda a un bisogno di completezza. Le manca lo sposo vero, il settimo, colui che può rispondere al suo desiderio di essere amata. Gesù si rivela qui come lo sposo vero che dà pienezza a quel desiderio profondo che ciascuno di noi si porta nel cuore.

 

Un muro teologico

Sentendosi svelata, questa donna resiste, e comincia a mettere davanti a Gesù una serie di preoccupazioni teologiche che riguardano il luogo in cui adorare Dio e le profezie sull’attesa del Messia. Pensieri che in qualche modo stonano con il contesto di amore e di relazione che si stava costruendo. È evidentemente un modo per difendersi e allontanare quell’incontro. È quello che succede anche a ciascuno di noi quando nella preghiera il Signore ci invita a guardarci dentro, e per evitare di incontrare la verità su noi stessi, cominciamo a perderci in riflessioni teologiche che hanno il solo scopo di allontanare l’incontro vero con Gesù.

Ma anche attraverso quel groviglio di ragionamenti, Gesù sa farsi avanti e si lascia vedere in tutta la sua bellezza: sono io che ti parlo. È come dire: sono qui per te. Mi sono avvicinato proprio a te.

 

Perdere la brocca

Alla fine di questo incontro, la donna samaritana ci viene presentata come una persona innamorata e disarmata. Corre via ad annunciare quello che ha vissuto, il suo incontro d’amore. Si è sentita finalmente amata e vuole dirlo a tutti. È l’amore che ci spinge ad annunciare il Vangelo! E nell’intento di gridare la sua gioia, la donna lascia la brocca ai piedi di Gesù: quella brocca è il suo passato. Il peso di quella brocca, che doveva portare sulla sua testa piena d’acqua sotto il sole di mezzogiorno, le ricordava ogni volta la sua vita complicata e dolorosa. Ma adesso, finalmente, può lasciare quel peso ai piedi di Gesù. Il suo passato è consegnato. E solo così può avere la leggerezza per andare ad annunciare il Vangelo.

Ma quella brocca era anche l’arma che aveva cercato di brandire davanti a Gesù, facendogli notare che solo lei aveva un mezzo per attingere acqua dal pozzo. Adesso, però, è una donna disarmata, non ha più bisogno di difendersi davanti a Gesù, può lasciarsi vedere in tutta la sua fragilità.

 

Missionari perché amati

L’amore ci rende missionari. Molti pensano di annunciare il Vangelo dei doveri, degli obblighi e dei moralismi. Ma si capisce subito quando una persona, soprattutto un sacerdote, sta annunciando il vangelo dell’amore o sta annunziando se stesso e le sue manie. Solo chi ha fatto l’esperienza di sentirsi amato nella sua debolezza può annunciare veramente Cristo come Salvatore.

Sì, abbiamo bisogno di diventare testimoni e annunciatori come questa donna, ma dobbiamo poi lasciare alle persone la possibilità di vivere un incontro personale con Gesù. La nostra mediazione è fondamentale, ma poi dobbiamo essere capaci, anche come educatori, di farci da parte e creare le condizioni perché ciascuno possa incontrare personalmente il Signore. Questa donna si è fatta da parte e ha permesso agli altri di diventare adulti nella fede.

 

 

Leggersi dentro

  • Qual è la cosa più ti manca in questo momento della vita?
  • Vivi sotto il peso del tuo passato o riesci a consegnarlo a Gesù?

5 commenti

  1. Mi manca di più l’autenticità nelle relazioni che vengono sempre di più mediate, virgolettate, appesantite; una serie di sguardi obliqui quasi sempre muti, rancorosi. Quanto pesa la mai anfora, don. A volte la consegno, altre volte mi appesantisce così il passo che non ce la faccio a smuovere un passo.

  2. La samaritana invita a correre per le strade, lasciando la brocca di certe sicurezze religiose, e scoprire un nuovo modo, personale, familiare e quotidiano, di vivere la relazione con Dio, respirando in Lui

  3. la Parola di oggi ci parla di un incontro…se mi si chiedesse dove in questo tempo sto incontrando Gesù,risponderei :nel volto di tutti i medici che con la fragilità delle loro lacrime ci raccontano la compassione verso i più sofferenti,verso quelli che non ce la fanno e verso lo strazio dei loro cari che,oltre al dolore della perdita,non possono godere del conforto di accompagnarli attraverso il misericordioso abbraccio di una cerimonia funebre.

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