meditazioni

Profili irreali. Cosa dice veramente la nostra vita

Meditazione per la

Terza domenica di Avvento anno B

13 dicembre 2020

Is 61,1-2.10-11   1Ts 5,16-24   Gv 1,6-8.19-28

È bene che non si sia posto in alto,

perché il vento della superbia

non spegnesse la sua luce.

Sant’Agostino, Discorso 379,6

Le parole non dette

La nostra vita dice molto più delle parole che usiamo. Sappiamo infatti che solo una percentuale molto bassa (circa il 7%) della nostra comunicazione dipende dalle parole che pronunciamo, il resto viene reso, spesso inconsapevolmente, attraverso i nostri gesti e mediante il tono, la punteggiature, gli accenti e i silenzi. Per questo forse ci meravigliamo a volte che, nonostante quello che diciamo, nonostante le frasi costruite e meditate, passi un messaggio completamente diverso dalle nostre intenzioni. E molte volte si tratta anche di un messaggio più vero, e per questo anche spiacevole, rispetto a quello che avremmo voluto dare. Può essere utile allora chiederci di tanto in tanto cosa dica la nostra vita.

Parole di fiducia

Oggi, per esempio, abbiamo particolarmente bisogno di parole di speranza, parole che ci aiutino a non scoraggiarci, eppure la vita di molte persone ha invece il sapore della paura e della sfiducia, anche quando, in ragione dei loro ruoli di responsabilità, sarebbe meglio se promuovessero gesti di incoraggiamento e di fiducia: «Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri» (Is 61,1).

La nostra vita parla

Non solo quello che cerchiamo di dire rivela la nostra identità, ma anche la realtà con cui ci scontriamo contribuisce a farci venire fuori per quello che siamo. La realtà ci interroga, gli altri ci interpellano, e al di là di quello che vogliamo mostrare, la vita inevitabilmente ci svela. Alcuni resistono maggiormente e tendono a occultare il loro volto, costruendosi un profilo irreale, altri accolgono la benedizione delle domande che la vita ci pone continuamente e cercano di raccontare in modo onesto ciò che sono. Il Vangelo di questa domenica sembra dirci che solo in questo modo permettiamo a Dio di trasformare la nostra vita in un luogo teologico, uno spazio dentro cui Egli può parlare.

Un uomo libero

Giovanni Battista è infatti l’uomo che non ha paura di lasciarsi interrogare dalla realtà e di lasciarsi vedere per quello che è: riconosce i suoi limiti («Non lo sono»), ammette di non essere il protagonista («Io sono voce di uno che grida…»), confessa di dipendere da un altro («non sono degno di slegargli il laccio dei sandali»).

Rispetto al narcisismo galoppante dei nostri tempi, in cui dobbiamo essere per forza noi al centro dell’attenzione, in una cultura del protagonismo, in cui valiamo solo se siamo al vertice della piramide, Giovanni Battista si presenta come l’anti-narciso, colui che sa riconoscere la differenza tra sé e gli altri, colui che sa riconoscere il proprio ruolo nel servizio per un altro: egli non è la luce, ma il testimone della luce; non è lo sposo, ma l’amico dello sposo; non è la Parola, ma la voce della Parola.

Giovanni Battista trova la propria identità nel servizio affinché qualcun altro possa svolgere il proprio ruolo. Un’immagine molto lontana da una cultura come la nostra malata di protagonismo.

Giovanni Battista è l’uomo che non ha bisogno necessariamente di stare al centro della scena: sa farsi da parte, va nel deserto, non rimane nel tempio del potere e delle sicurezze. Si allontana fino al punto da rischiare di non essere visto.

Una vita che interroga

E proprio in questo modo riesce a mettere in moto una rivoluzione culturale. Giovanni Battista è infatti un contestatore, uno che con la sua vita sa mettere gli altri in discussione, la sua vita suscita domande: Giovanni Battista non indossa le vesti sacerdotali, sebbene ne avesse il diritto per la sua appartenenza alla casta sacerdotale; non abita i luoghi previsti per un sacerdote; pone lui stesso domande piuttosto che dare risposte preconfezionate. Giovanni appare vestito in maniera essenziale affinché la sua persona non copra il messaggio: ciò che è più importante è la parola che porta, non la sua persona.

La paura di fare domande

All’inizio del Vangelo di Marco, dunque, i farisei, con i sacerdoti e i leviti, hanno il coraggio di porre domande e di cercare la verità, ma pian piano, lungo il Vangelo, scoprendo che si tratta di una verità scomoda, smetteranno progressivamente di fare domande. Forse anche noi siamo diventati un po’ timorosi di porre domande, ci accontentiamo di quello che sappiamo o di quello che ci viene detto, abbiamo rinunciato a cercare, non usiamo più il punto interrogativo, l’abbiamo sostituito con il suo acerrimo nemico: abbiamo solo certezze, diamo solo ordini, non chiediamo più un parere, ma dispensiamo solo consigli, siamo tutti diventati appassionati utenti del punto esclamativo!

In questo modo la vita si irrigidisce. Continuiamo a rigirarci dentro le nostre certezze. Ci affatichiamo a tenere in piedi un profilo falso che ha bisogno continuamente di una manutenzione faticosa e artificiale. Diventiamo ripiegati sulla nostra immagine e non permettiamo più a Dio di fare della nostra vita una parola di speranza per gli altri.

Leggersi dentro

  • In questo momento la tua vita cosa sta dicendo agli altri?
  • Nella tua vita c’è spazio per Dio o sei completamente ripiegato sull’immagine che vuoi offrire?

2 commenti

  1. Riflettendo mi rendo conto che il Signore sta prendendo, a poco a poco, uno spazio sempre più ampio ed importante nella mia vita, nel mio essere… e mi fa piacere fargli largo.
    Questo progressivo cambiamento comincia ad essere percepito anche da chi mi è vicino. La mia immagine non conta molto; vorrei, invece, che la mia vita dicesse agli altri del grande amore che ho per il Signore… ma il cammino è ancora lungo.

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